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16.02.2019 - 17:200

Raeto Raffainer, la memoria del cuore

Da general manager della Nazionale vicecampione del mondo, a direttore sportivo del Davos.‘È merito di quel club se ho avuto questa carriera, glielo devo’

Non sarà un terremoto, come lo furono le dimissioni di Arno Del Curto. La sua bella razione d’inchiostro, però, l’ha fatta scorrere anche Raeto Raffainer. Quando, neppure quattro anni dopo essersi insediato, lunedì mattina il general manager della Nazionale annuncia al mondo intero che lascerà a fine estate il suo incarico alla Federhockey. Guarda caso, proprio per assumere una delle due mansioni – quella di direttore sportivo – svolte sino a fine novembre dallo stesso Del Curto, che in ventidue anni sulla panchina del Davos era arrivato a guadagnarsi la fama di guru dell’hockey. Per Raffainer, quello nei Grigioni è un vero e proprio ritorno, siccome fu proprio nel cuore delle Alpi che l’oggi trentasettenne ala sinistra mosse i suoi primi passi da giocatore. E adesso, ventidue anni più tardi, s’è messo in testa che è giunto il momento di sdebitarsi. «Anche da giocatore, sono sempre stato vicino ai club e ai tifosi delle società per cui lavoravo – dice l’ex attaccante, che alle sue ha quasi seicento partite nel massimo campionato –. Davos, Berna, Zurigo e Ambrì sono quattro organizzazioni che ho nel cuore, ma è grazie al Davos se sono riuscito a farmi una carriera. Quando vi arrivai, da Sankt Moritz, ero solo un quindicenne che giocava nei Novizi. E lì sono cresciuto, hockeisticamente ma non solo, frequentando lo ‘Sportgymnasium’: quattro anni in cui ho vestito la maglia degli juniores, e dopo essere arrivato ad allenarmi con la prima squadra dell’Arosa, sono riuscito a farlo anche in quella del Davos. È in quel momento che tutto ebbe inizio: ora voglio esserne riconoscente».

E il momento sembra quello giusto, siccome la partenza di Del Curto, che alla Vaillant Arena era praticamente un’istituzione, ha sostanzialmente lasciato il vuoto. «Per prima cosa, ma penso non valga solo per me, ero davvero dispiaciuto dal fatto che Arno avesse deciso di partire. Ed è chiaro che al Davos servirà del tempo per uscire da una situazione che si può senz’altro definire difficile. Perché la società ha lavorato benissimo con i giovani, ma in questi ultimi anni ha comunque perso alcuni giocatori che importanti lo erano sul serio. Ciò che le posso augurare, adesso, è di riuscire a chiudere bene la stagione».

A proposito di giovani: una delle accuse mosse a Del Curto è stata quella di non aver praticamente più fatto scouting, appoggiandosi essenzialmente sui prodotti sfornati dallo ‘Sportgymnasium’. Tu come vedi la situazione? «Quel che è certo è che una società come il Davos dovrà sempre lavorare bene con i ragazzi. E so che quel liceo sportivo è una grossa opportunità, visto che mette a disposizione di quei talenti tutta una serie di professionisti che sono a livelli d’eccellenza. Tuttavia, credo che in futuro sarà altresì importante fare in modo che i giocatori grigionesi, ma pure quelli in arrivo dal resto del Paese, vedano in Davos un luogo in cui possono svilupparsi giocatori che hanno tra i 20 e i 25 anni d’età. Andando a cercarli, non aspettando che arrivino da soli».

Ciò che nella nuova stagione sarà tra i tuoi compiti. A proposito: come mai l’annuncio della tua partenza da Swiss Ice Hockey è arrivato con tanto anticipo? «È il mio contratto a stabilire che io debba comunicare al mio datore di lavoro con sei mesi di preavviso la volontà di partire. Ma non c’è solo quell’aspetto: sono un ‘teamplayer’, voglio giocare il mio ruolo fino alla fine, e desidero che la Federazione possa valutare con calma i candidati così da trovare l’uomo giusto, a cui io darò pure una mano affinché trovi il tempo di familiarizzare con il nuovo incarico».

Certo che, però, è singolare che dopo il Ceo Florian Kohler, pure lui in uscita a fine stagione, il general manager di Swiss Ice Hockey lasci a sua volta un anno prima dei Mondiali dell’anno prossimo a Losanna e Zurigo. «Ho sempre visto la questione in un modo molto semplice: non ho mai voluto arrivare al Mondiale con un coaching staff sprovvisto di un contratto per il futuro. Questo perché non vedo la necessità di dover decidere all’ultimo, sulla base del risultato: è una questione di filosofia, più che di classifiche. Viceversa, anche per l’allenatore e i suoi collaboratori è importante sapere chi sarà poi il loro direttore, nel caso in cui decidessero di continuare: ecco perché trovo che, dal punto di vista della Federazione, questo è un buon momento per cambiare general manager. Infatti, forse non adesso, ma in autunno o in inverno si dovrà ragionare su cosa vuol fare con Patrick Fischer. E naturalmente vale anche per ‘Fischi’ stesso».

In ogni caso, dal tuo punto di vista questo è un buon momento per partire, visto che lasci una Nazionale che è vicecampione del mondo, e con gli Under 20 che a fine anno in Canada sono arrivati a un passo da uno storico podio ai Mondiali di categoria. «D’accordo, ma l’ho sempre detto che i risultati sono solo una piccola parte del mio lavoro. Ciò che conta principalmente è lo sviluppo del nostro hockey, inteso come il modo in cui vogliamo giocare. La nostra idea, e vale per tutte le selezioni, dai più giovani in su, è quella di non andare in pista per non prenderle, ma con l’ambizione di fare gioco, di attaccare qualsiasi avversario. E per arrivare a ciò serve una strategia, che deve coinvolgere tutti gli allenatori in Svizzera. Quindi, di certo non lascio adesso perché mi ritengo soddisfatto da ciò che si è fatto negli ultimi mesi. Semplicemente, mi si è presentata l’occasione di diventare il direttore sportivo del Davos, e uno non può scegliere quando certe opportunità debbono capitare. E dopo aver fatto le valutazioni del caso, mi sono detto che questo era un buon momento per cambiar».

Durante il tuo mandato in Federazione, il concetto di svizzeritudine ha fatto la sua comparsa a più riprese: che sarà, in futuro, del ‘prima i nostri’ in salsa hockeistica? «Diciamo che da lunedì non spetta più a me decidere... Di sicuro, io ci ho creduto fin dall’inizio: in ‘Fischi’, Wohlwend, Paterlini, Höhener ho sempre avuto massima fiducia, ed ero convinto che avremmo potuto far parte dell’élite mondiale in ciascuna categoria d’età. E, difatti, così è. Ma c’è di più, siccome riusciamo a vincere delle partite contro le cosiddette grandi dell’hockey non più soltanto facendo leva su un grandissimo portiere che para cinquanta tiri, in una partita in cui la Svizzera riesce magari a farne dieci. Il concetto era quello di mandare in pista una Nazionale, anzi delle nazionali che sanno creare e che sanno farlo bene, invece di distruggere soltanto. Un hockey propositivo, insomma: come in Danimarca, dove abbiamo tirato in porta più di trenta volte in partite con le squadre di maggior blasone del pianeta. Ma questa non è una cosa fine a se stessa: infatti serve anche da ispirazione per i giocatori, che si identificano nel programma, e quando vengono in Nazionale lo fanno con una gran voglia di esserci».

Da lunedì, però, come dici tu stesso su certe cose non hai più potere decisionale. Tuttavia, all’orizzonte c’è ancora il Mondiale di Bratislava (dal 10 al 26 maggio, ndr), e siccome cinque mesi dopo diventerai il nuovo ‘diesse’ del Davos, qualcuno potrebbe chiedersi se non ci sia il rischio di incorrere in qualche conflitto d’interessi. «Spero che la gente capisca che sono abbastanza professionale da svolgere al meglio il mio lavoro in Federazione da qui a fine mandato esattamente come l’ho fatto prima d’ora. E la posta in gioco a questi Mondiali è davvero alta, siccome in ballo c’è la qualificazione diretta ai Giochi di Pechino del 2022, e sarà fondamentale evitare di dover passare dal torneo di qualificazione in programma a settembre (del 2021, ndr), in un mese di per sé già molto carico, considerando oltretutto che ci sono ben cinque squadre svizzere impegnate in Champions.  Per ora, è solo quello ciò che ho in testa. Tutto il resto verrà dopo».

Vedendo le premesse, a Davos il lavoro non mancherà di certo. A proposito: dal tuo punto di vista, dando per scontato che quella grigionese è la squadra che in questa stagione ha deluso più di tutte, la sorpresa maggiore è l’Ambrì o il Langnau? «Difficile rispondere. Anche perché è vero che giro parecchio sulle piste, ma se lo faccio è essenzialmente con l’obiettivo di seguire questo o quel giocatore, quindi mi concentro letteralmente solo su di loro. Ciò che è sicuro, è che questa stagione sul piano dello spettacolo è incredibile: otto squadre in nove punti a otto gare dalla fine è semplicemente perfetto. E spero che la suspense continui così sino alla fine».

Tu che conosci la realtà leventinese per avervi giocato fino a cinque anni fa, come giudichi la repentina crescita dell’Ambrì, ancor prima della realizzazione di uno stadio che, senza dubbio, porterà con sé nuove opportunità? «C’è una serie di fattori, dietro questo risultato: il lavoro di ‘Duke’, quello di Luca, la strategia, i giovani che stanno avendo un buon sviluppo, gli stranieri che si assumono delle responsabilità e un portiere abbastanza forte da riuscire a vincere le partite. Sì, sono davvero contento per l’Ambrì. Ma ad essere onesto lo sono per tutto il Ticino, una piazza importante per l’hockey svizzero, e che ha entrambe le sue squadre più che mai in lotta per i playoff. Ed è fantastico. Il Ticino, però, deve pensare anche al suo sviluppo».

La verità è che Lugano e Ambrì sono stati furbi, oltre che abbastanza innovativi quando hanno dato alla luce il progetto Rockets. E lo stesso vale anche a livello juniores: i giovani a sud delle Alpi adesso vedono che c’è un’opportunità, una specie di ascensore che porta su su fino alla prima squadra. E non bisogna pensare al passato, perché vent’anni fa era tutto diverso e lo scalino tra gli juniores élite e la prima squadra non era gigantesco come invece lo è adesso. Ora il salto è quasi traumatico, e bisogna avere spazio e tempo per adattarsi.Già, ma i risultati...I risultati, in un processo del genere, non sono un punto importante: è solo lo sviluppo dei ragazzi ciò che conta. E so cosa dico, perché per tre anni ho lavorato nell’organizzazione dei Gck Lions, e pur non essendo arrivati una sola volta ai playoff abbiamo sviluppato giocatori come Malgin, Siegenthaler, Karrer o Diem. E ora a Zugo e – appunto – in Ticino si sta provando a fare lo stesso».

Negli ultimi mesi, oltretutto, pure con l’appoggio del Davos: il tuo arrivo nei Grigioni da quel punto di vista cambierà qualcosa? «Direi che adesso è ancora semplicemente un po’ presto per parlarne. Posso soltanto dire che secondo me è importante anche per il Davos, che ci sia uno spazio in cui i giovani possano giungere a maturazione una volta conclusa l’esperienza negli juniores élite».

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