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Hockey
17.11.2018 - 11:250
Aggiornamento 18:08

Geo Mantegazza, il Presidentissimo

Per Fausto Senni, ‘diesse’ e suo braccio destro ai tempi che furono, «è stata una fortuna per il club imbattersi in una persona come lui»

Dodici stagioni. Intense e fors’anche irripetibili. Tanto è durata la presidenza di Geo Mantegazza. Dodici stagioni, tra quella della sua entrata in scena, nel campionato 1978/79, e il 1990/91 – quando passò il testimone al suo successore, Fabio Gaggini – che hanno segnato la storia della società ma anche quella dell’hockey svizzero. Quella è stata l’era del Grande Lugano, quello capace di vincere quattro titoli tra il 1986 e il 1990, e di raggiungere pure una semifinale di Coppa dei Campioni (1986/87). «Lavorare con Geo è sempre stato un piacere – sottolinea Fausto Senni, che del Presidentissimo, in qualità di direttore sportivo, è stato il braccio destro –. A mio modo di vedere, se non avessimo avuto la fortuna di trovare una persona come Geo che, nell’allora 1978 si disse disposto a diventare presidente della società, il Lugano non avrebbe mai fatto tutto quello che ne è seguito. Fatico anche a immaginare quale sarebbe potuto essere il futuro del club. Geo era una persona aperta al dialogo: lungi da lui l’idea di essere il tipo di presidente che impone le sue idee. Era pronto ad ascoltare tutti e ad assecondare gli altri punti di vista, senza far pesare il fatto che, in fin dei conti, a tenere in piedi la squadra fosse proprio lui. La grande fortuna dell’Hockey Club Lugano è stata quella di imbattersi in un presidente come Geo. E di riflesso è stata pure la fortuna di tutto l’hockey svizzero: col suo modo di gestire un club ha portato una rivoluzione nella Lega». Non è infatti un azzardo se lo si definisce uno dei ‘padri’ dell’hockey professionistico nel campionato svizzero. «Prima del suo arrivo, la società cercava semplicemente di tirare avanti: erano anni in cui più che altro si cercava di stare a galla. Ricordo ancora quelle sedute di comitato in cui Bruno Ronchetti (il predecessore di Geo Mantegazza, ndr) ci invitava tutti a portare 500 franchi per permetterci di andare avanti. Erano decisamente altri tempi, destinati a finire di lì a poco... Nel 1978 (quando Senni già svolgeva l’incarico di direttore sportivo della squadra) venne così istituita una ‘commissione cerca’ guidata da ‘Cucio’ Viglezio e dal compianto Aldino Monti, con l’incarico di trovare il nuovo potenziale presidente. E da lì uscì il nome di Geo. Che subito ha saputo imporsi per serietà e concretezza; qualità che non ha comunque mai fatto pesare». E come era lavorare con lui? «C’era un’ottima sintonia: discutevamo in piena serenità le nostre idee, i nostri punti di vista. Nel mio lavoro potevo godere della sua completa fiducia: non ricordo episodi in cui mi sia sentito ‘legato’ in qualche scelta. Ricordo quando portai alla Resega Steve Tsujiura, nel 1990. Era tempo di playoff e ci serviva con una certa sollecitudine uno straniero per sostituirne uno infortunato. Avevo telefonato ai miei contatti in Val Gardena. Loro avevano appena terminato il campionato, ma il nippo-canadese era ancora lì. Me lo proposero. Ricordo che quando Geo l’ha visto la prima volta, è rimasto perplesso visti i suoi soli 166 cm di altezza... Ma mi ha comunque dato il suo appoggio». Col senno di poi, è stata una scelta più che mai azzeccata, visto che quell’anno il Lugano vinse il titolo. Ma quello del nippo-canadese non è il solo ingaggio di peso fatto dal Lugano nell’‘era Geo Mantegazza’. Durante la sua presidenza i nomi di giocatori e allenatori di un certo spessore che presero la via della Resega si sprecano. Su tutti, basti citare gente del calibro di Mats Waltin, ‘Kenta’ Johansson e non da ultimo John Slettvoll, «il cui nome ci era stato indicato dall’allora allenatore della Nazionale svizzera, lo svedese Bengt Ohlson. Geo e qualcun altro (io rimasi qui), andarono in Svezia per incontrarlo e ne definirono l’ingaggio. Negli anni a seguire, ho lavorato parecchio con John, il quale mi ebbe a dire che a fargli accettare la proposta del Lugano fu anche l’impressione che gli aveva suscitato Geo, una persona di carattere. Con i suoi pregi e i suoi difetti, come tutti; ma Geo era effettivamente così. E il colpo che riuscì a fare con John è stato quello che permise al Lugano di voltare definitivamente pagina».

‘Il ricordo più bello? Il primo titolo’

Qual è il ricordo più bello vissuto da Senni con Geo presidente? «Ce ne sono stati molti. Se dovessi sceglierne uno, citerei la sera del nostro primo titolo, nel 1986. A Davos. Ricordo la festa nei Grigioni, e poi l’abbraccio dei tifosi al rientro, a notte fonda, alla Resega. Io avevo fatto il viaggio di rientro con i giocatori, mentre Geo era solito seguire privatamente la squadra. Non ricordo le sue parole, ma la sua espressione, beh, quella sì. Era raggiante. Siamo arrivati alla Resega attorno alle 3 o le 4 del mattino, ma ad accoglierci c’erano 3-4mila persone. Ero contentissimo, ma lo ero soprattutto per lui, che veniva ripagato del suo impegno per la società. Come sono felice di vedere che ora il testimone sia arrivato nelle mani della figlia Vicky: quando le redini della squadra le ha prese lei è come se il cerchio si fosse chiuso, ristabilendo una sorta di continuità di gestione familiare di quel Grande Lugano». Fedele compagno di Geo era il maglione verde, sorta di talismano che lo accompagnava sempre quando assisteva alle partite del ‘suo’ Lugano: «Non gli ho mai chiesto il perché di quel maglione, o di quel colore... Era il suo portafortuna, eravamo abituati a vederlo così e basta». Tanto hockey ma non solo nel passato di Geo Mantegazza. «Prima che si facesse conoscere nel mondo dell’hockey, me lo ricordo come giocatore di calcio. Era un attaccante spettacolare, e anche bravo. Con il Rapid, negli anni Cinquanta, aveva anche contribuito alla formidabile ascesa dalla 4ª Lega alla Lnb».

Vicky Mantegazza, seguendo le orme di papà. ‘Ma non è stato lui a introdurmi’

Di padre in figlia. Dalla stagione 2011/12, alla testa dell’Hc Lugano c’è la figlia di Geo, Vicky Mantegazza. Un’eredità importante, la sua, ricevuta dopo essersi fatta la gavetta con il Ladies Team bianconero. Un po’ come suo padre fece col Lugano, anche Vicky aveva preso il comando delle Ladies in un momento delicato. «Ma non è stato lui a introdurmi: l’ho fatto di mia iniziativa. Sentivo la necessità di dimostrare di essere in grado di fare qualcosa che lasciasse il segno; vincendo 7 titoli mi sembra di essere riuscita a dimostrarlo... Ma è innegabile che mi abbia trasmesso la passione per il disco su ghiaccio. L’hockey era un tema quotidiano nelle nostre discussioni. Certo, mi seguiva, ma non mi ha mai guidata nelle mie decisioni con le Ladies, come nemmeno ha fatto quando ho assunto la presidenza del Lugano. Papà è stata la prima persona che mi ha abbracciata quando abbiamo vinto il primo titolo svizzero femminile. Era il 2006: esattamente 20 anni dopo il suo primo titolo col Lugano. E ho pensato che era un segno del destino». E cosa ha detto Geo quando Vicky Mantegazza ha rilevato la presidenza del Lugano? «Si è complimentato con me: era felice e orgoglioso. E, per il mio operato, mi ha consigliato di affidarmi pure all’istinto, dicendomi che dentro di noi, oltre al cuore, ci portiamo tanto coraggio. Ma, nemmeno qui, mi ha mai guidata. Consigliata sì, ma nulla più, anche perché posso contare su un comitato competente. In questi anni ho pure forgiato una sorta di mio marchio». Si sente, Vicky Mantegazza, il peso del cognome che porta? «So di avere un nome importante sulle spalle, ma sono serena. Il fatto di avere comunque avuto un padre come lui è sicuramente motivo di orgoglio». E stasera, in una pista eccezionalmente di verde vestita, si celebrerà il novantesimo compleanno di Geo: «Una serata particolare, per me e per tutti. I festeggiamenti inizieranno già alle 19.25: viste le diverse concomitanze in zona, invito tutti a venire per tempo allo stadio».

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