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11.05.2022 - 08:30
Aggiornamento: 15:39

Classe, sregolatezza e quel gol al Wankdorf

William Fornera è stato l’ultimo bianconero ad aver segnato in una finale di Coppa Svizzera: “Colombo mi ha detto ‘Tira’ e io ho tirato”

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L’ultimo gol del Lugano in una finale di Coppa Svizzera porta la sua firma. Classe 1965, William Fornera in 14 anni di carriera ai massimi livelli ha messo in mostra genio e sregolatezza in egual misura. Difensore di razza sia al centro, sia sulla fascia sinistra, è stato uno dei più talentuosi prodotti del calcio nostrano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in un’epoca nella quale i club ticinesi sfornavano numerosi ragazzi in grado di reggere il palcoscenico dell’allora Lega Nazionale. Il 31 maggio 1993, sull’erba del vecchio Wankdorf, al 91’ William Fornera, con un missile da 30 metri, aveva realizzato il definitivo 4-1 nel successo del Lugano sul Grasshopper. Era entrato in campo da appena quattro minuti, in sostituzione di Toni Esposito e aveva messo la ciliegina sulla torta di un pomeriggio indimenticabile, il pomeriggio dell’ultimo trofeo posto in bacheca dall’Fc Lugano… «Tra l’altro, ero stato l’unico a prendermi un momento di gloria personale in una giornata tutta sudamericana, con i due gol di Subiat e quello di Andreoli per noi e la rete di Elber per il Grasshopper – esordisce il 57enne losonese, da anni residente a Mergoscia –. La partita me la ricordo soprattutto a partire dal momento in cui sono entrato in campo. Già sapevo che Karl Engel non mi avrebbe schierato titolare, in quanto arrivavo da un anno di riabilitazione per un infortunio al ginocchio e avevo ripreso a tempo pieno appena da un paio di settimane. Mi ricordo quando mi era stato detto di procedere al riscaldamento, poi quando il mister mi ha mandato in campo, anche se in un primo tempo pare volesse inserire un mio compagno».

Un gol così non lo si può scordare… «Ho ricevuto palla da Sylvestre a una trentina di metri abbondanti dalla porta di Brunner. Al mio fianco c’era Tita Colombo e l’ho sentito dire "Tira ‘ross’, tira". E io ho tirato, senza pensarci due volte. E quel pallone lo vedo ancora oggi: è partito e ho subito capito che sarebbe andato in porta. Certo, ogni gol vale un punto, ma una palla che imbuchi con un tocco di stinco in un’azione confusa non ha lo stesso valore intrinseco di una staffilata da trenta metri, praticamente da fermo. È stata una gran bella soddisfazione, un gol che ha tolto il tappo ai festeggiamenti».

Festeggiamenti andati avanti per tutta la notte… «La prima tappa l’avevamo fatta ad Airolo, poi la nottata era proseguita in Piazza Riforma a Lugano. Sinceramente, non mi ricordo se ero andato a casa a dormire, o se avevo passato la notte negli spogliatoi di Cornaredo. Diciamo che alla fine nessuno di noi poteva dirsi perfettamente lucido…».

Quella vittoria aveva rappresentato l’apice della carriera? «In Svizzera la finale di Coppa è molto sentita, più che in altre nazioni, Inghilterra a parte. Si tratta di una vera e propria tradizione, per questo motivo è stupendo poter alzare il trofeo almeno una volta. Detto questo, non so se si possa parlare di coronamento della carriera. Tra i ricordi più cari di quegli anni mi è rimasta la promozione con il Locarno e la successiva stagione in Lna. A maggior ragione quando penso alla realtà attuale delle bianche casacche. In quegli anni, ogni fine settimana era una festa, al Lido arrivavano 5-6’000 spettatori e in rosa c’erano una quindicina di ragazzi provenienti dal Locarnese».

L’esordio di William Fornera in Lega Nazionale (B) risale alla stagione 1982-83… «Era il 16 aprile, il giorno del mio compleanno. Come al solito ero a zonzo per Losone con gli amici e mia mamma era venuta a cercarmi perché Rolf Blättler mi aveva convocato all’ultimo momento per il derby di Chiasso, del quale avevo disputato l’ultimo quarto d’ora».

Poi, la promozione con Toni Chiandussi e la stagione in A, con 25 partite e quattro reti… «La prima alle Charmilles contro il Servette (pure quella una gran rete, ndr), poi avevo segnato con Vevey, Basilea e Young Boys. Avevo 21 anni e in squadra c’era gente del calibro di Schönwetter, Kurz e Niedermayer, eppure il rigorista ero io: palla sul dischetto e bomba, senza tante storie. Sono sempre stato una sorta di "cavallo pazzo", ma ero in grado di assumermi responsabilità anche importanti».

Tanto da sfiorare la Nazionale… «Ero stato messo di picchetto per l’amichevole di San Gallo contro gli Stati Uniti, il 2 giugno 1990. Ma mettermi di picchetto equivaleva a non avere la certezza di trovarmi in caso di necessità. Nonostante le direttive dell’Asf – e conservo ancora la lettera di convocazione – che imponevano la reperibilità, io ero in giro a destra e a manca. Chissà, magari hanno pure chiamato, ma a quei tempi i telefonini non esistevano e a casa non mi hanno certamente trovato: mi toccherà rimanere con il dubbio (ride, ndr). Ovviamente un pizzico di rammarico per non aver mai vestito la maglia della Nazionale c’è. Con la federazione sono però sempre stato chiaro: la Nazionale aveva bisogno di un giocatore in grado di allenarsi sette giorni su sette, mentre io, tra ginocchia e mal di schiena, giocavo alla domenica, poi fino a giovedì non mi alzavo dal letto del fisioterapista, l’unico in grado di rimettermi in piedi per la partita successiva. Eppure, mi ricordo che Marc Duvillard parlava apertamente della coppia centrale Fornera-Galvao come della migliore di tutta la Svizzera. E anche come terzino, ai tempi di Daniel Jeandupeux alla Nazionale, ero considerato come il laterale del futuro: anche perché in quegli anni i mancini puri si contavano sulle dita di una mano».

Adesso per il "rosso" del calcio ticinese la frequentazione degli stadi è diventata saltuaria… «Nel 2016 ero andato a Zurigo per la finale di Coppa, mentre quest’anno sono stato a Cornaredo per la semifinale con il Lucerna. Domenica, ovviamente, sarò presente al Wankdorf. Per il resto, di partite dal vivo ne vedo poche, tutt’al più qualche sfida di calcio regionale».

Torniamo alla sfida contro il San Gallo… «In semifinale mi era sembrato di vedere un Lugano sulle gambe, in grossa difficoltà negli ultimi 20’ e nei supplementari. La vittoria contro lo Young Boys mi ha però dato l’impressione di una squadra ritrovata, alla quale il successo gioverà molto a livello di energie ritrovate. Da adesso a domenica sarà però soltanto una questione di testa, non c’è condizione fisica che tenga. La finale si gioca a livello mentale, la stanchezza non esiste. Devi essere pronto a mettere sul piatto le residue energie a disposizione, poi il resto lo fa l’aspetto mentale. È l’appuntamento clou della stagione: se vinci torni a casa con la Coppa, mentre per quanto prestigioso può essere il terzo posto in campionato, alla fine non hai comunque vinto niente».

E come la vedi la finale di domenica? «Innanzitutto spero sia una bella partita. Il San Gallo è sempre stato una squadra rognosa, ma il Lugano ha tutte le carte in regola per giocarsela. Per me è 60 a 40 a favore dei bianconeri. Possiedono giocatori in grado di fare la differenza, ad esempio Mattia Bottani che a me piace molto: se è in giornata non lo fermi, è l’unico in grado di saltare l’uomo e creare superiorità. Nelle ultime ore è scoppiato il problema del portiere. Saipi è giovane e può crescere, ma con lo Young Boys ha commesso una scempiaggine. Lo so, non è facile reagire a una papera come quella commessa sul gol di Camara, ma lui ha scelto il modo peggiore, il fallo di reazione se lo poteva risparmiare. Al giorno d’oggi, con il Var, certi gesti non te li puoi più permettere, non è come ai miei tempi quando nei duelli con Ivan Zamorano uno dei due usciva immancabilmente sanguinante…».

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