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28.01.2021 - 06:050
Aggiornamento : 17:24

Busacca: ‘Più rispetto per il mondo e per il prossimo’

Intervista all'ex arbitro ticinese, oggi a capo del dipartimento arbitrale della Fifa: il suo lavoro, il lockdown, il calcio senza pubblico, gli arbitri donna

Ex direttore di gara di fama internazionale, arbitro élite UEFA dal 2004 con all'attivo la semifinale degli Europei del 2008 tra Germania e Turchia e la finale di Champions League di Roma tra Barcellona e Manchester United (27 maggio 2009), per 7 anni di fila miglior arbitro svizzero, miglior fischietto al mondo del 2009, Massimo Busacca è a capo del dipartimento arbitrale della FIFA dal 1° agosto 2011. Un percorso professionale lungo già dieci anni. Un decennio di grandi cambiamenti, anzi di stravolgimenti, se pensiamo all’introduzione del Var e all’ingresso della tecnologia in un mondo - quello del calcio - che il 52enne ticinese ha conosciuto nella sua versione passata, forse più romantica, ma di sicuro superata dall’inesorabile scorrere del tempo, segnato in maniera indelebile dalla pandemia di coronavirus.

Ne è passata tanta, quindi, di acqua sotto i ponti, ma l’entusiasmo del 52enne ticinese è quello di sempre, quello con il quale poco meno di dieci anni fa abbracciò la causa della FIFA per una nuova sfida professionale guadagnata sul campo, nel vero senso della parola, a suon di ottime prestazioni.

In una precedente intervista ci disse: «Sono felicissimo di quanto sto facendo, vorrei farlo ancora a lungo». A molti mesi di distanza da quelle parole cariche di entusiasmo, è ancora così?  «Sì, anche se la ribadisco che la priorità assoluta è la famiglia, non il lavoro - puntualizza Massimo Busacca -. Sono due dimensioni che devono andare d’accordo. Per il momento, combaciano. La mia piena soddisfazione nell’ambito professionale è dovuta al fatto che quella che ricavo dalla famiglia è anche superiore: mi fa apprezzare di più il lavoro che faccio. Oggi è ancora così, e ne sono felice».

‘Ho avuto grandi soddisfazioni, ma contano i risultati’

I riscontri che ha sono quelli che si aspettava, a dieci anni ormai dall'insediamento in seno alla FIFA? «Desidero ricordare che non sono abituato a giudicare me stesso, preferisco che siano gli altri a farlo, proprio come succedeva quando scendevo in campo. Non vorrei peccare di presunzione, ma se sono ancora lì avendo cambiato tantissimo all’interno della nostra azienda, dopo aver ottenuto diverse gratificazioni e dirigendo un dipartimento così importante con una parte legata allo sviluppo con importanti risorse da gestire, la risposta è presto data. Quando parlo di sviluppo, alludo al lavoro sistematico con i direttori di gara affinché sul campo possano conseguire risultati nelle varie e più prestigiose competizioni, finalizzate poi alla Coppa del mondo. Per tali risultati sono determinanti la formazione e la preparazione tecnico-tattica degli arbitri sulla quale insistiamo con convinzione da anni, con eccellenti riscontri. Proprio come con i calciatori, dobbiamo preparare al meglio la squadra degli arbitri più bravi per farne un gruppo ancora più preparato e bene “allenato”. Se penso a questi anni in seno alla FIFA; ho avuto grandi soddisfazioni, continuo ad averne, ma bisogna dimostrare di meritarne altre con i risultati. Se hai i risultati da esibire, l’azienda crede in te e puoi portare avanti il tuo lavoro. Se questi venissero meno e le cose non funzionassero a dovere, ecco che al posto mio potrebbe tranquillamente subentrare qualcun altro».

‘Sono molto esigente’

Quali sono i riscontri con i colleghi arbitri, gli addetti ai lavori, i membri della varie confederazioni o associazione? «Sono molto buoni, i rapporti sono eccellenti. Dopo tanti anni non è facile mantenerli vivi, ma è ancora così. Nei colleghi arbitri trovo grande collaborazione e attenzione. In ambito professionale ho buoni rapporti con tutti, con alcuni sono anche più stretti, e soprattutto sempre improntati al rispetto e alla collaborazione. Sono abituato ad affrontare le cose con una certa autorevolezza. Ritengo che sia corretto farlo, per il bene della questione che si sta trattando. Se ne parla, se c’è da chiarire qualcosa lo si fa, e poi la collaborazione prosegue serena. A volte mi dicono che ho un modo di approcciarmi che incute un po’ di timore, ma ritengo che temere qualcuno possa essere letto come un segno di rispetto. Nel mio lavoro sono molto esigente, lo ero anche in campo, con i miei assistenti, per i quali ho comunque sempre avuto grande rispetto. Sui miei collaboratori io devo poter sempre contare. Ho bisogno di gente sempre sul pezzo, come lo sono sempre stato io, in ogni ambito. Non c’è giorno od ora che tenga».

Tirare il fiato, rallentare

Abituato a viaggiare, a organizzare corsi e seminari in giro per il mondo, anche Busacca ha subìto la dure legge della pandemia di coronavirus che ha stravolto le sue abitudini, come del resto quelle del mondo. Che bilancio stile del suo 2020?  «Ho molto rispetto verso chi ha sofferto e chi ha perso i propri cari, il mio pensiero è rivolto a loro, ma io personalmente non ho vissuto così male la prima fase della pandemia. Sono state settimane in cui ho capito cosa significa e quanto sia importante tirare il fiato, fermarsi, rallentare, rispettare la propria persona, i propri limiti. L’attività è rimasta intensa, di progetti e di iniziative ne abbiamo comunque portate avanti tanti, ma sono diminuiti i viaggi, ciò che mi ha permesso di staccare un po’ la spina dai ritmi pre-pandemia. Ho la fortuna di lavorare per un’azienda sana, la cui immagine è stata rilanciata dal nostro presidente (Gianni Infantino, ndr) che ci ha messo nelle migliori condizioni per continuare il nostro lavoro da casa, per portare avanti i progetti in un modo diverso, ma senza accantonarli. Staccare un po’ mi ha permesso di stare più tempo con la mia famiglia, con mia moglie e con mio figlio. Ho approfittato, in quelle settimane primaverili, di cose che normalmente non riesco a fare. Ho riscoperto il significato di certo valori, della riconoscenza, senza essere costretto a sempre fare, produrre. La frenesia che un po’ tutti abbiamo addosso, me compreso, la interpretavo con la volontà di cambiare il mondo, quando in realtà è il mondo ad aver cambiato noi. Da questa situazione, dalla quale ancora non siamo usciti, dobbiamo per forza imparare qualcosa. Dobbiamo capire che cosa abbiamo fatto, cosa è successo, e magari anche cosa possiamo cambiare. È un lavoro che va fatto prima di tutto su noi stessi, per imparare a uscire dal vortice che ci assorbe ogni giorno e per rispettare il mondo che ci circonda e che ci presenta il conto dei problemi che abbiamo contribuito a creare. Non sono nella posizione di dire che cosa abbiamo sbagliato, ma se siamo arrivati a questo punto, beh qualcosa abbiamo sbagliato. Dobbiamo imparare, dobbiamo davvero fare uno sforzo importante, e mi ci metto dentro anch'io. Ho visto troppa gente, tra le due ondate, dimenticarsi in fretta di cosa era successo, comportarsi come se nulla fosse accaduto. Questo secondo momento di difficoltà lo vedo come un secondo avvertimento che ci offre una seconda possibilità: dobbiamo cambiare atteggiamento nei confronti di questo mondo e del prossimo. Il vaccino offre una soluzione solo momentanea, ma non è per sempre. Ne serviranno altri. E troveremo quello giusto anche in futuro? Dobbiamo sforzarci di trovare il modo di venirne fuori. Quanto a questa seconda ondata, mi pesa un po’. Ho voglia di tornare a fare le cose di sempre, di ricominciare a produrre, di essere più libero di incontrare la gente».

Il pubblico è il valore aggiunto

Stringendo la prospettiva sul calcio, il suo ambito professionale, una delle conseguenze dell’emergenza sanitaria sono gli stadi inaccessibili al pubblico, le partite senza spettatori. «Nello sport, il pubblico è il valore aggiunto, nel calcio è il dodicesimo uomo. Il calcio attuale, così come è costretto a essere, è freddo, asettico. Mancano le emozioni, l’adrenalina che il tifo ti dà. Penso alle curve dell’hockey, ai cori come la Montanara. I giocatori non possono che risentirne in chiave negativa, di questa mancanza».

L’arbitro, invece? «Per quanto mi concerne, io sentivo molto la partita, con tutto il suo carico di emozioni e di adrenalina. A me il pubblico sarebbe mancato. Non posso esprimermi per i colleghi. Chi riesce a estraniarsi da questo concentrato di emozioni e punta tutto sulla concentrazione, magari trae giovamento dell'assenza degli spettatori, dei fischi, anche degli insulti in occasione di certe decisioni. A me caricavano anche i fischi: fanno parte dell’ambiente, del carico di emozioni tipico delle partite. Mi auguro che si possa presto tornare alla normalità».

Questione di qualità e di risultati

All’inizio della sua avventura in seno alla FIFA, il calcio femminile non godeva della considerazione che negli anni si è guadagnato, a furia di progressi un po’ in tutti gli ambiti. Anche la questione degli arbitri donna è stata a lungo tutto sommato marginale. Oggi, per contro, non lo è più. È d’attualità, in virtù degli enormi passi in avanti fatti da alcune “giacchette nere” assurte agli onori della cronaca per aver diretto con successo importanti partite di uomini, e per essere sul punto di arbitrarne altre, sempre più prestigiose, come quelle dell’imminente Mondiale per club della FIFA. È possibile presto un’interazione maggiore rispetto al passato o i due ambiti restano ancora molto distinti, al netto di qualche sporadica collaborazione? Una sua dichiarazione di qualche tempo fa lasciava presagire che se una donna risultasse più preparata tecnicamente e fisicamente dei colleghi uomini, arbitrerebbe ad alti livelli anche nel calcio maschile. «In tutti gli sport e in tutte le discipline gli uomini giocano con gli uomini, le donne, con le donne. Non c’è uno sport in cui la competizione è mista. A livello morfologico o fisiologico che sia, non si possono fare paragoni. Il calcio femminile si è evoluto tanto, ma non è ancora comparabile a quello degli uomini, specialmente se pensiamo ai club. Nelle competizioni per nazioni, per contro, ci sono squadre davvero di alto livello, penso alle migliori nazionali in circolazione. Con una squadra nazionale femminile di prima fascia, un arbitro donna può maturare una grande esperienza e migliorare. Con i club succede meno, perché in pochi campionati c’è una qualità tale da permettere a chi le dirige di progredire. In generale, però, gli arbitri donna sono nettamente migliorati, tecnicamente e fisicamente. Alcune di loro non sono lontane dagli uomini, ma sono ancora poche. Non tutte, per le ragioni evocate in precedenza, hanno fatto lo scalino verso l’eccellenza internazionale. Ci sono però casi molto interessanti come quelli di Stéphanie Frappart (la prima donna a dirigere una finale di Supercoppa europea di calcio maschile - il derby inglese tra Liverpool e Chelsea - e ad arbitrare una partita di Champions League, Juventus-Dinamo Kiev, ndr) e della brasiliana Edina, che arbitrerà al Mondiale per club con una terna tutta al femminile. Lei è molto preparata tecnicamente, in grado fisicamente di superare i test atletici degli uomini e abituata a dirigere partite importanti del campionato brasiliano. Come puoi negare loro la possibilità di cimentarsi anche con la massima espressione del calcio maschile? Quando a parità di disciplina e di livello hai qualità anche in campo femminile, è giusto che le donne entrino anch’esse in competizione con i colleghi maschi più affermati. Come in tutte le altre professioni. Non si tratta di fare delle concessioni, è solo questione di qualità e di risultati. Chi entra a fare parte dei nostri arbitri, è perché ha dimostrato di poterci stare e se lo è guadagnato sul campo. A beneficio di tutto il movimento femminile».

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