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07.11.2018 - 05:500
Aggiornamento : 08.11.2018 - 09:19

Leonid, il russo di Cornaredo

Ritratto del presidente del settore giovanile dell’Fc Lugano Leonid Novoselskiy, personaggio che potrebbe ridefinire il panorama calcistico ticinese

Che da poco più di un anno l’imprenditore russo Leonid Novoselskiy è il presidente del settore giovanile dell’Fc Lugano (nel quale era entrato sei mesi prima) ormai lo sanno quasi tutti. Ma forse in pochi conoscono la sua storia, che è iniziata a Kiev esattamente 49 anni fa e passando da Mosca lo ha portato fino al Ticino, dove si divide tra la famiglia – sposato con Tania, ha tre figli maschi (il maggiore però vive negli Stati Uniti) e una femmina – e Cornaredo. In mezzo ancora calcio, ma anche una laurea in chimica e fisica, un master in Business Administration (Mba) e un’azienda nel campo dei cosmetici tirata su dal nulla nella Russia post Urss.

«Fino a 16 anni sono cresciuto nell’Unione Sovietica e la vita non era per niente facile – ci racconta Novoselskiy –. In particolare negli ultimi anni prima dei cambiamenti portati da Boris Eltsin (diventato nel 1991 il primo presidente della Federazione russa, ndr) ogni mattina dovevo alzarmi alle 4 per mettermi in coda a un negozio e comprare beni di prima necessità come il latte, senza nemmeno la certezza di cosa avrei trovato. I miei genitori erano entrambi ingegneri, ma all’epoca gli ingegneri non appartenevano a una classe privilegiata, anzi guadagnavano meno di molti altri, in particolare dei negozianti che avevano accesso a risorse che poi rivendevano anche sul mercato nero. Ho vissuto sulla mia pelle gli effetti del comunismo e del socialismo, ma in quel contesto ho anche sviluppato lo spirito imprenditoriale, la capacità di creare valore per tutta la società».

Spirito poi sfruttato per mettere su la propria azienda, la Gradient... «Il mio business è nel mondo dei cosmetici e l’ho creato praticamente da zero assieme a tre amici 27 anni fa, quando avevamo circa 21 anni. Siamo partiti da un negozietto nel centro di Mosca e pian piano siamo cresciuti, fino ad arrivare dove siamo oggi (una delle 200 più importanti compagnie private russe secondo Forbes, ndr). Questo non vuol dire che siamo dei geni dell’imprenditoria, perché devo ammettere che siamo anche stati fortunati a lanciarci al momento giusto e nel posto giusto, proprio quando il mercato in Russia stava per decollare, però da subito ci abbiamo creduto molto e abbiamo messo molta passione in quello che facevamo. Questo è il segreto del nostro successo, la cultura del lavoro e la mentalità che accomuna chi lavora per la nostra azienda, come dimostra il fatto che in tutti questi anni non abbiamo praticamente mai perso un manager importante nonostante le offerte allettanti non siano mancate. E questo approccio, basato principalmente sulla passione della gente, è quello che stiamo portando avanti anche nel settore giovanile del Lugano».

Già, in tutto questo il calcio che fine ha fatto? «Per i primi dieci anni ho vissuto a Kiev e in quel periodo la Dinamo di Valeri Lobanovsky (vincitrice della Coppa delle Coppe nel 1975 e semifinalista in Coppa dei Campioni due anni dopo, ndr) era come una religione e tutti i bambini iniziavano a giocare a calcio prestissimo. Lo stesso feci io, giocavo ore e ore in un campetto vicino a casa, non mi stancavo mai. Quando poi a dieci anni ci trasferimmo in Russia, mio padre mi portò a fare un provino con la Dinamo Mosca e non so come passai le selezioni fra migliaia di ragazzini. Dopo quattro anni nelle selezioni giovanili però arrivò l’ora di scegliere tra la scuola e il calcio a un certo livello, i miei genitori mi spiegarono l’importanza di una solida educazione ma mi lasciarono scegliere: ricordo ancora benissimo quel giorno, piansi per tutta la notte e alla fine decisi di mettere al primo posto la scuola. Per circa un anno continuai a giocare cercando di combinare le due cose, ma la differenza tra chi come me si allenava una sola volta al giorno e chi invece due, fu subito evidente e mi portò a lasciare definitivamente il calcio giocato».

Un mondo che ha però ritrovato oltre trent’anni dopo sulle rive del Ceresio... «La mia famiglia vive a Paradiso da otto anni, i miei ultimi tre figli sono nati tutti a Lugano e il Ticino a loro, ma pure a me, piace moltissimo. Abbiamo scelto questo posto su consiglio di alcuni amici che già venivano qui in vacanza. Mia moglie inizialmente era scettica, ma abbiamo cominciato a venirci in estate e ce ne siamo subito innamorati. Io purtroppo non mi sono ancora stabilito definitivamente a Lugano perché il lavoro mi impone di tornare ogni settimana a Mosca e ammetto che è piuttosto impegnativo spostarmi continuamente tra la Russia e la Svizzera, ma abbiamo deciso che il Ticino è il posto ideale per far crescere i nostri figli. Ed è proprio quando mio figlio è entrato a far parte del settore giovanile bianconero (ora è nella U13) che mi sono avvicinato al club. La mia passione per il calcio poi ha fatto il resto. Ho visto subito grandi margini di miglioramento e un grande potenziale e per questo mi sono proposto per dare una mano. Di lì a farlo diventare una parte importante della mia vita, il passo è stato relativamente breve. Se per circa 25 anni la mia azienda è stata il progetto della mia vita, nel quale ho dedicato anima e corpo, ora ho trovato nell’Fc Lugano qualcosa che potrebbe esserlo per i prossimi 25».

E per il giorno del suo compleanno, il “russo di Cornaredo” si regala un sogno... «Che il Lugano diventi un piccolo Barcellona, che grazie ai suoi giovani cresciuti con un’idea precisa proponga un calcio attrattivo e vincente, in grado di riempire a ogni partita il nuovo stadio».

'Non vogliamo chiudere il Team Ticino, ma migliorarlo'

Il futuro del Team Ticino (perlomeno come lo conosciamo oggi), ma forse anche dell’Fc Lugano. È quanto ci sarà in ballo domani a Giubiasco nell’assemblea dell’Associazione che dal 2006 gestisce, su mandato dell’Asf, il calcio d’élite ticinese dei giovani dai 14 ai 18 anni (quattro squadre: U15 Tta, U15, U16 e U18). Da una parte chi vorrebbe andare avanti così (ad esempio il Bellinzona), dall’altra il club bianconero, che con il sostegno dell’Fc Chiasso vorrebbe creare un nuovo comitato maggiormente rappresentativo delle gerarchie del calcio ticinese attuale.

«Undici anni fa la situazione era diversa, oggi questo Team Ticino è superato, quasi una vergogna guardando i risultati – il pensiero di Novoselskiy –. Su quattro squadre, almeno tre sono messe male nella rispettiva classifica e questo autunno solo tre ticinesi sono stati convocati nelle selezioni svizzere dalla U15 alla U18. Un’inezia rispetto a Young Boys (47) e Basilea (37), ma anche poco se paragonato a realtà meno importanti come Sion (10) e Aarau (15). E nemmeno il dato che vuole che almeno un ticinese ogni due anni arrivi nel calcio che conta mi sembra entusiasmante, anzi. Non capisco come i vertici attuali possano voler continuare così».

In sostanza, il club bianconero vorrebbe «poter lavorare con i nostri giocatori di prospettiva da piccoli fino all’età in cui arriveranno in prima squadra. E non intendo solo la prima squadra del Lugano, ma anche quelle di Bellinzona, Chiasso e non solo, perché il nostro progetto darà frutti per tanti club ticinesi, in quanto avremo più giocatori in grado di giocare a livello professionistico o semiprofessionistico. Non vogliamo dire basta al Team Ticino, ma migliorarlo».

Come? «Il primo passo sarebbe studiare la situazione, capire perché sono state effettuate determinate scelte e come agire a tutti i livelli, dagli aspetti finanziari a quelli di gestione fino al lavoro sul campo. Vorremmo portare il nostro approccio, ovviamente seguendo sempre le direttive dell’Asf. Siamo convinti che in Ticino ci siano tanti ragazzi dal grande potenziale che però non viene sfruttato, per questo bisogna cambiare qualcosa e permettere loro di porsi una carriera nel mondo del calcio non come sogno, ma come obiettivo».

Quanto al possibile ingresso di Novoselskiy nell’azionariato dell’Fc Lugano Sa... «Confermo il mio interesse, con Angelo stiamo ancora discutendo, ma ci tengo a precisare che il mio interesse nella prima squadra è legato al progetto del settore giovanile. Anche perché sono convinto che una società non possa vivere ed essere autosufficiente senza una formazione di qualità».

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