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16.01.2020 - 06:100

Noè Ponti e il sogno olimpico diventato obiettivo

La stagione del nuotatore ticinese aperta con molte novità è sfociata nel 2020, l'anno dei Giochi di Tokyo: 'Un traguardo in cui credo, ma non un assillo'

Un anno olimpico non è mai un anno banale, per gli sportivi che hanno i requisiti in regola per una partecipazione all’evento a cinque cerchi. Non lo è nemmeno per chi ha nei Giochi un obiettivo concreto, benché sia ancora sprovvisto del biglietto, obliterabile solo con i tempi limite imposti da Swiss Olympic. Nello strettissimo novero degli sportivi ticinesi che a Tokyo strizzano l’occhio con argomenti piuttosto validi pur senza perderci il sonno – come spiegherà bene il diretto interessato più avanti – figura anche Noè Ponti, classe 2001, nuotatore della Nuoto Sport Locarno, ora impegnato a tempo pieno con lo ‘Swiss Swimming Training Base’ di stanza al Centro sportivo di Tenero, la stessa ‘casa’ della società nella quale Noè è cresciuto, per la quale è tuttora tesserato.

I Giochi olimpici sono un sogno che Noè culla da molti mesi, ma ormai la scadenza è prossima. L’atleta di punta che lavora duramente ogni giorno prefissandosi l’obiettivo di migliorare, e mettendo nel mirino un traguardo da tagliare, non può più solo ragionare in termini empirici, a pochi mesi da una scadenza tanto importante. Più che un sogno, sarebbe opportuno che le Olimpiadi fossero diventate un obiettivo vero e proprio. «Lo sono – conferma Ponti –. Sono ormai diventate una scadenza abbastanza ravvicinata, ma non sono un assillo, né lo devono diventare. Non le devo vivere come un passaggio obbligato, non devono condizionare il mio percorso in maniera troppo pesante. Prima dei Giochi, in calendario ci sono gli Europei (in vasca lunga), e il mio allenatore vuole che io centri una finale lì. Pensiamo prima a quella scadenza. Poi, se arrivasse anche il limite olimpico, bene. In caso contrario, non ne farei un dramma. Sono ancora giovane, posso sempre puntare al 2024. Le Olimpiadi restano un obiettivo, ma il mio 2020 non risulterebbe compromesso da una mancata partecipazione».

Qualche decimo da limare

Hai la percezione che il Giappone sia più vicino? «Ce l’ho, sì. Devo nuotare i 100 delfino in 51’’96, sono a 52’’60 (tempo stabilito lo scorso dicembre a Riccione, ndr). Ma so di valere di più, è solo un problema mentale. L’1’56’’48 nei 200 delfino è un tempo un po’ più complicato da raggiungere (1’58’’96, sempre a Riccione, ndr). Alla portata c’è però anche l’1’59’’67 nei 200 misti, che ho già nuotato in 2’01’’17 (a Kazan lo scorso luglio, ndr). Dipende tutto dalla rana. Se miglioro a rana, una possibilità concreta ce l’ho anche nei 200 misti, gara in cui posso andare forte».

Di quale percentuale beneficiano gli altri stili nel lavoro di un atleta che eccelle nel delfino e che deve per forza concentrare lì gli sforzi maggiori? «Sto allenando molto i misti, pur tenendo un occhio di riguardo sul delfino. Ho ripreso anche lo stile libero, per competere a livello nazionale nei 200 e nei 400. Tutto sommato, il lavoro è equamente distribuito nei quattro stili».

La nuova stagione agonistica, apertasi lo scorso autunno e sfociata nell’anno olimpico, è coincisa con un cambiamento piuttosto drastico, nella quotidianità di Noè Ponti. Non tanto per il passaggio dalla Nuoto Sport Locarno ai quadri di Swiss Swimming, bensì con la separazione dal suo ex allenatore di lungo corso Massimo Baroffio, risalente ormai a qualche mese fa. Un distacco brusco, senza preavviso, piuttosto pesante da metabolizzare. Sul piano personale, più che su quello tecnico. «Inizialmente, sono stato un po’ destabilizzato, credo che sia comprensibile. Conoscevo però ormai da molto tempo sia Massimo Meloni sia Andrea Mercuri (i responsabili del ‘Training Base’ del Cst, ndr), per cui il passaggio non è stato poi così traumatico. Certo, ho dovuto cambiare tutto da un giorno all’altro, senza un grande preavviso, ma sono stato aiutato dal fatto di conoscere i nuovi tecnici e dai primi risultati che sono arrivati subito, già a dicembre».

Il metodo dell’ex allenatore Max Baroffio era particolare. Di conseguenza, era anche discusso, nell’ambiente natatorio. Noè Ponti, però, è cresciuto come atleta con quel modo di lavorare, riassumibile in soldoni con ‘maggiore qualità a scapito della quantità di chilometri percorsi’. Ha accusato il contraccolpo, nel cambiamento? «In realtà qualche innovazione già era stata introdotta prima, mischiando un po’ due metodologie diverse. Come conseguenza di questa transizione, è nata in me un po’ di confusione, in una fase in cui faticavo a capire bene quale fosse la filosofia che mi si chiedeva di abbracciare, su quale metodo avrei dovuto sintonizzarmi. Ora è tutto più chiaro: nuoto e mi alleno con Meloni di Swiss Swimming, con il suo metodo che prevede qualche chilometro in più, rispetto a prima, e una maggiore permanenza in acqua. Si resta in piscina, sia che si nuotino lunghe distanze, sia che si nuoti meno. Per Meloni è importante mantenere il più a lungo possibile il contatto con l’acqua».

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