I 'Festina' di allora in azione sulle strade del Tour (Keystone)
CICLISMO
07.07.2018 - 11:150

Tutto ebbe inizio vent'anni fa

L'8 luglio 1998 scoppiò lo scandalo Festina che scoperchiava il malvezzo del doping organizzato nel mondo del ciclismo. Intervista ad Antonio Ferretti

Le 6.30 di mercoledì 8 luglio. Al via del Tour de France 1998 da Dublino mancano tre giorni. A Dronkaert, alla frontiera con il Belgio, la polizia francese – allertata dai colleghi svizzeri – ferma il massaggiatore della Festina Willy Voet e nel baule dell’ammiraglia scopre una santabarbara di prodotti dopanti: 235 dosi di Epo, 60 di testosterone, 82 di ormone della crescita, 8 dosi di vaccino contro l’epatite virale, pasticche di farmaci anticoagulanti e sostanze mascheranti... Nasce così il più grande scandalo della storia del ciclismo. Lo ricordiamo assieme ad Antonio Ferretti, ai tempi inviato della Rsi al seguito della Grande Boucle e che si era occupato del dilagare dell’eritropoietina nel ciclismo (e in altre discipline) già dalle colonne de ‘laRegione’ nella prima metà degli anni Novanta... «Sono stati quegli anni di doping massiccio ad aver cambiato il mio atteggiamento nei confronti del ciclismo. Lo scoppio dello scandalo Festina è stato la conferma di ciò che da sei o sette anni si sospettava, pur senza averne le prove, siccome le sostanze più “gettonate” non si potevano scoprire nei controlli antidoping. Ma erano lampanti i casi di corridori mediocri che da un giorno all’altro diventavano campioni: trasformazioni alle quali il fermo di Willy Voet ha permesso di dare una spiegazione scientifica. Il doping nel ciclismo è sempre esistito, ma all’inizio degli anni Novanta per la prima volta sono arrivati sul mercato farmaci in grado di alterare la cilindrata di un atleta, ciò che ha di fatto impedito a chi voleva rimanere pulito di vincere anche solo una corsetta di periferia. Alternative non ne esistevano: o si smetteva di correre, o ci si adeguava. Il caso Festina dimostrò due cose lampanti: l’esistenza di un doping massiccio e organizzato, e l’inutilità dei controlli antidoping esistenti». Quel Tour del 1998 si svolse più nei commissariati di polizia che sulle strade. Un impegno notevole anche per chi lo doveva seguire in qualità di giornalista... «Da un lato vi era la cronaca quotidiana della tappa, dall’altro tutte le inchieste giudiziarie da rincorrere, ogni giorno scoppiava una bomba. Ero arrivato a Dublino tre giorni prima del via e le voci sull’arresto di Voet avevano iniziato a circolare, benché la Festina smentisse. Tre giorni dopo il via, al rientro in Francia, erano iniziati i guai. Dapprima l’arresto di Bruno Roussel, direttore sportivo della squadra – nel frattempo il massaggiatore, in prigione a Lilla, aveva vuotato il sacco –. Poi quello di Eric Ryckaert, medico della squadra, in seguito la squalifica dell’intera Festina, con i nostri Zülle, Dufaux e Meier. Ma la Festina non era stata l’unica coinvolta: le perquisizioni della polizia avevano toccato anche altre formazioni: la Tvm che poi era “fuggita” dal Tour quando la carovana aveva sconfinato a Neuchâtel, oppure le spagnole che alla spicciolata avevano pure loro abbandonato la Grande Boucle. Ogni giorno, a volte anche in piena notte, vi erano delle novità e noi dovevamo cercare di rincorrerle. Al termine della 6ª tappa a Brive-la-Gaillarde eravamo rimasti in sala stampa fino alle 23 in attesa dell’annuncio del patron Jean-Marie Leblanc dell’avvenuta squalifica della Festina e al mattino alle 6 eravamo già nell’albergo della squadra per cercare di intervistare i tre svizzeri (fummo ovviamente respinti in malomodo). C’era molta tensione nell’aria, tanto che nessuno era intenzionato ad accettare la squalifica. Anzi, volevano tutti presentarsi al via della cronometro di Corrèze e soltanto dopo lunghe trattative con Leblanc avevano compreso che non era il caso di forzare la mano al TdF. E Leblanc aveva dovuto dare prova di grandi doti da mediatore anche in occasione dello sciopero di Aix-en-Provence, quando i corridori erano scesi di sella e si erano seduti sull’asfalto (la tappa fu poi neutralizzata). O qualche giorno prima quando il gruppo aveva ritardato di diverse ore la partenza della 12ª tappa, da Tarascon-sur-Ariège a Cap d’Agde, sempre per protestare contro le incursioni della polizia. Vi era davvero il timore che quel Tour potesse non arrivare a Parigi. Lavorare era davvero molto difficile, ma nel contempo vi era una sorta di adrenalina che scorreva tra tutti gli addetti ai lavori. Personalmente vivevo malissimo il fatto che dall’inizio del decennio i risultati sportivi non fossero più consoni con il reale valore degli atleti. Scoprire da un giorno all’altro che tutto quanto si era supposto nel corso degli anni rispecchiava la realtà e che il ciclismo era sprofondato così in basso dava paradossalmente un senso di sollievo e, soprattutto, lasciava credere che quello fosse una sorta di “Anno zero”, dal quale il ciclismo sarebbe rinato su basi più pulite, più etiche». Dallo scandalo Festina prese avvio la vera lotta al doping... «Nel 1997 l’associazione dei corridori aveva voluto l’introduzione del limite di 50% dell’ematocrito, conscia che con l’utilizzo dell’Epo si stava andando troppo oltre, alla luce in particolare delle numerose morti sospette di quegli anni. Purtroppo, la mossa serviva a ben poco, perché tutti avevano già imparato a far scendere il tasso d’ematocrito in occasione dei controlli. Quella fu una norma che non mutò le abitudini dei corridori, mentre lo scoppio dello scandalo Festina ebbe conseguenze positive, anche se non radicali come avrei auspicato. L’arresto di Willy Voet portò il ciclismo francese a una sorta di rigenerazione, di consapevolezza della necessità di uno sport più pulito e a un programma di formazione dei giovani improntato sull’etica: in altre nazioni e in altre squadre, però, non cambiò assolutamente nulla. Tant’è che già nel 1999 sulla ribalta giunse Lance Armstrong con i suoi sette Tour de France truccati. Si creò una sorta di ciclismo a due velocità: da un lato la maggior parte delle squadre francesi che aveva imboccato una via diversa, dall’altra i big e le loro compagini che proseguivano nel solco tracciato nell’ultimo decennio». Grazie al miglioramento qualitativo e all’intensificazione dei controlli, il Tour de France che scatta oggi da Noirmoutier-en-l’Ile è ben diverso da quello di vent’anni fa... «Nel 1998 per iniziare il Tour senza l’apporto di doping pesante occorreva davvero essere una mosca bianca. Tant’è che dopo il rientro in Francia, le prime perquisizioni e i primi arresti, i sacchetti zeppi di prove volavano giù dalle finestre degli alberghi, in modo che non fossero riconducibili a un corridore o a una squadra specifici. Negli anni seguenti non tutti compresero la lezione del 1998, anche perché avevano a disposizione i medici migliori, la cui principale qualità non era di saper dosare i quantitativi di doping, bensì di riuscire a farli passare inosservati ai controlli antidoping. È stato necessario transitare dal caso Armstrong, seguito dal dotto Ferrari, dall’Operacion Puerto del dottor Fuentes, dagli imbrogli dei dottori Cecchini e Santuccione, ma alla fine si è giunti a un ciclismo odierno nel quale la stragrande maggioranza dei corridori è pulita, anche se un pugno di atleti, a mio modo di vedere, non ha ancora compreso la lezione e, per quanto non in maniera sistematica e pesante, continua ad appoggiarsi a pratiche illecite. E lo scandalo Festina ha avuto un’altra deriva: l’impossibilità di proseguire con un doping sistematico, a causa del miglioramento dei controlli, ha portato al doping tecnologico, al famoso motorino. Utilizzato certamente a cavallo del 2010, questo tipo di frode è ora oggetto di una dura lotta da parte dell’Uci che da quest’anno ha a disposizione pure una sorta di cabina ai raggi X nella quale controllare la presenza di eventuali motori». L’ultima eredità di quella mattina dell’8 luglio di vent’anni fa...

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