L'APPROFONDIMENTO
24.11.2018 - 17:150

L’Angela della Storia

L’annuncio, del ritiro di Angela Merkel segna la fine di un ciclo per la politica tedesca e per quella europea, nel momento della sua più grave crisi.

Non tutti capiscono i tempi di Angela Merkel, ma quasi mai la cancelliera tedesca li sbaglia. Se la prese comoda quando cadde il Muro; ha annunciato il proprio ritiro dalla politica prima di cadere lei stessa. Non si unì allora ai berlinesi che si affollavano per testimoniare un cambio d’epoca; e anche questa volta ha preferito non esserci quando qualcuno saluterà il suo congedo con analoga enfasi.

“Non sono nata cancelliera”, ha detto, il 29 ottobre scorso, data dell’annuncio, né intende morire in carica. Non che tale eventualità fosse contemplata (se non per morte intervenuta): oltre il quarto mandato non andarono neanche Konrad Adenauer né Helmut Kohl. E in ogni caso anche per lei sarà una bella impresa arrivare in carica al 2021, la conclusione “naturale” del mandato: di mezzo ci sono le elezioni europee ormai universalmente intese come un’ordalia per una classe dirigente continentale additata come causa di tutti i mali dell’Unione, e che proprio in Merkel ha la figura più rappresentativa. Anche per questo il solo annuncio del prossimo ritiro sembra mettere a nudo la fragilità di una costruzione che si reputava ormai consolidata, “definitiva”. La fine di un ciclo.

È ben vero, e anche questo conferma una sua accortezza tattica, che l’anticipo con cui ha annunciato il ritiro potrebbe dare a Merkel la possibilità di guidare la propria successione. Dapprima, tra meno di un mese, alla guida della Cdu, per la quale scalpita soprattutto Friedrich Merz (che ha un conto in sospeso con la cancelliera); e poi alla cancelleria, come per dare al prossimo presidente del partito la possibilità di prepararsi adeguatamente alle elezioni.

C’è poi anche un’altra ragione, come rileva Giovanni di Lorenzo nell’intervista che pubblichiamo in questa pagina, e cioè il desiderio di tutelare la propria immagine, lasciando il campo prima di venirne espulsa.

Immagine che solo un giudizio ingeneroso e soprattutto superficiale potrebbe considerare al pari di un masso piantato in un campo, senza espressione, senza slancio. Angela Merkel è pur stata la cancelliera che nel 2011 ha deciso di abbandonare il nucleare; che nel 2014 si oppose a chi voleva cacciare la Grecia dall’euro; e nel 2015 affrontò (e finì per scontare) un’opinione pubblica ostile, aprendo le frontiere ai profughi siriani. Non un’ingenua idealista, però: l’uscita del nucleare seguiva la catastrofe di Fukushima; il salvataggio della Grecia si compì imponendo condizioni terribili ad Atene (ma lo stesso Alexis Tsipras disse: “ora che l’ho incontrata ho capito perché è un leader politico da così tanto tempo”); mentre non si fece scrupoli a venire a patti con l’intrattabile Erdogan perché fermasse in Turchia il flusso di migranti verso l’Europa (alla quale impose una onerosa partecipazione finanziaria).

Per niente ingenua, dunque, semmai autentica corsara della politica, capace di sottrarre agli avversari i loro stessi argomenti. Anche giovandosi, sì, di quella allure così poco sexy, su cui interlocutori particolarmente grezzi hanno fatto dello spirito, finendo comunque per adeguarsi all’agenda che lei stessa dettava.

Helmut Kohl, padrino e poi vittima sacrificale della sua ascesa, lo aveva ben capito, quando la volle accanto a sé e poi come erede politica. Quella ragazza dell’est – figlia di un pastore protestante: un classico da romanzo tedesco – avrebbe fatto strada. Fino a decidere lei stessa quando sarebbe stata l’ora di cambiarla. Nel momento peggiore per l’Europa, si potrebbe recriminare, ma forse non poteva andare che così, visti i tempi. Se l’Angelo di Benjamin, volgendosi non vedeva che le macerie della Storia, l’Angela Dorothea Merkel (nata Kasner) dei nostri giorni guarda dietro di sé e non vede che mediocrità e rancore. Neppure la Tragedia ci appartiene.

Giovanni di Lorenzo: ‘La statura di statista’

Dire che “la rimpiangeremo” è forse esagerato, e non è con queste parole che Giovanni di Lorenzo prova a immaginare il giorno in cui Angela Merkel lascerà definitivamente la politica.

Ma, osserva il direttore del settimanale tedesco ‘Die Zeit’ nell’intervista che ci ha accordato, la figura della cancelliera tedesca verrà certamente rivalutata, anzi lo è sin dall’annuncio del proprio ritiro; e “lascerà un vuoto ben difficile da colmare” in una Europa comune che vive una delle crisi esistenziali più profonde dalla propria nascita.

Occorrerà tempo, naturalmente, per esprimere un bilancio storico dell’operato di Angela Merkel, avverte di Lorenzo, ma quale che ne sia il giudizio politico, la sua figura si può già associare a quella dei veri statisti. Che antepongono all’interesse del proprio partito quello del proprio Paese.

Direttore, è politicamente più significativo il passo indietro di Angela Merkel dalla presidenza della Cdu, o l’annunciato abbandono della politica alla fine di un mandato che sarebbe stato l’ultimo in ogni caso?

È senza dubbio l’abbandono della presidenza del partito l’evento politico più importante. L’annuncio che Angela Merkel lascerà la politica al termine del mandato di cancelliera, risponde più a un fatto di dignità personale. E come tale ha suscitato reazioni molto positive e inteso come un atto di grande souveraineté.

Se dunque l’annuncio del prossimo abbandono della politica risponde a un decorso “naturale” di una carriera politica, questo addio segna anche la fine di un modello preciso di politica?

La cultura politica della signora Merkel ha influenzato moltissimo il dibattito e una cultura dirigenziale in Germania. A tutti i livelli la sua politica è stata segnale che era finita l’epoca del padre-padrone, che non argomenta ma comanda: le ricordo che Gerhard Schroeder veniva chiamato anche il ‘BastaKanzler’: quello che batte i pugni sul tavolo e impone la propria decisione. Da questo punto di vista, la sua influenza è stata notevole anche al di fuori della politica, cambiando lo stile di interagire con collaboratori e dipendenti.

L’aspetto problematico di questo modo di fare è che ha confermato la scarsa capacità di Angela Merkel di comunicare con il grande pubblico. Lei eccelle in piccole riunioni, ma quando si è trattato di spiegare decisioni politiche di grandissima portata all’intera popolazione, la sua difficoltà si è manifestata con chiarezza. E lo si è constatato nel modo più netto, e per lei dannoso, dopo che ha preso la criticabile decisione di aprire le frontiere a un milione di profughi.

Un handicap davvero grave, dunque?

Diciamo che nonostante l’apprezzamento per il suo stile niente affatto vanitoso, orientato al compromesso, alla ricerca di un accordo anche con i personaggi politici più problematici, da Vladimir Putin a Donald Trump a Recep Tayyip Erdogan, con il tempo è venuta alla luce una certa nostalgia di un personaggio politico che oggi mostra meno capacità di moderazione, più incline all’azione, che riesca a trasmettere un messaggio almeno apparentemente chiaro e deciso.

E questa è la chance di Friedrich Merz, aspirante alla successione di Angela Merkel alla presidenza della Cdu.

Si potrebbe dire che i tedeschi, nonostante un sicuro apprezzamento, erano in qualche modo stanchi dello stile Merkel. Ma forse un giorno ne sentiranno la mancanza.

Secondo alcune interpretazioni, Merkel potrebbe avere lasciato la presidenza della Cdu, mantenendo la cancelleria per avere maggiore libertà nelle proprie decisioni. Ammesso che sia così, non è forse un azzardo?

Merkel si è resa conto che nel partito cresceva una certa pressione nei suoi confronti. Del resto immagino che difficilmente la sua cancelleria giungerà alla scadenza “naturale”, soprattutto se Merz diventerà presidente del partito. Merkel sta guadagnando molti consensi nei sondaggi, in virtù del modo con cui ha annunciato il passo indietro, ma sa bene che il suo slogan “Non c’è alternativa” era ormai in scadenza, al punto che paradossalmente la stessa parola è finita a costituire la sigla di Alternative für Deutschland.

Merkel sta dunque riguadagnando in consensi, ma quello che ha deciso di fare era inevitabile. Se non l’avesse fatto di propria iniziativa, la fine della sua parabola politica sarebbe stata ingloriosa.

Il suo ruolo di “garante” per l’Europa, ammesso che tale fosse, fa dell’abbandono di Merkel un evento quantomeno critico. Con quali conseguenze?

In effetti, a dispetto di coloro secondo i quali la sua presenza ha condotto a una polarizzazione dei Paesi europei in seno all’Unione, credo che in quel contesto Angela Merkel mancherà in particolar modo. Vi sarà un vuoto ben difficile da colmare, non vedo chi lo possa fare ora.

Forse, quando si stilerà un bilancio del ruolo storico di Angela Merkel, si dovrà riconoscere che la sua statura è stata quella di una statista più che di una cancelliera legata a un partito. Merkel ha preso decisioni che non rappresentavano alla lettera la politica del suo partito, ma che a suo giudizio giovavano al Paese. E questo è ciò che caratterizza uno statista.

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