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L'analisi
27.05.2019 - 06:200

Sovranisti stoppati e scossoni interni

Il voto europeo ha sì ridimensionato popolari e socialisti, ma non ha premiato eccessivamente gli euro-fobici

È un Giano bifronte questo voto europeo. Elezione per il parlamento dell’Unione europea, la nona della sua storia; ma una consultazione anche per le platee politiche nazionali. Due traiettorie, due dinamiche, che hanno trainato una mobilitazione, una partecipazione, che potrebbe risultare senza precedenti. Una logica del doppio volto che in parte complica la lettura dell’esito complessivo.

E tuttavia, essendo quella a livello continentale la consultazione di maggior peso politico, il risultato complessivo dice senza ambiguità che l’Europa comune può sopravvivere. Meglio, che l’Europa è ancora vista come una necessità. L’argine contro il nazional-populismo, contro il sovranismo, ha sostanzialmente retto. È quello che più conta. Certo, era già accaduto in passato che il claudicante progetto comunitario superasse più o meno indenne alcune forche caudine, causate più che altro dai suoi stessi errori. Nulla però di paragonabile all’assalto portato dalle forze della destra euro-fobica, che in queste elezioni puntavano allo svuotamento dell’edificio europeo, alla picconata che poteva sconvolgerne la natura, gli ideali e i valori democratici costitutivi. Attacco sventato, pur non negando l’improrogabile necessità di riformarla l’Europa.

Non sembrino affermazioni eccessive, parole fuori misura. Il sovranismo illiberale aveva, e continua ad avere, l’obiettivo di disarticolare l’Europa, farne una poltiglia senza capo né coda, privo di un progetto alternativo, se non quello di un ritorno non solo all’autonomia degli Stati (che è rimasta comunque, e solida) ma addirittura a un loro autarchico isolamento – umorale culturale identitario economico – sicura ricetta di tensioni e conflitti, fratture ed egoismi, che già portarono il Continente alla disgrazia di due guerre mondiali e alla sudditanza nei confronti delle potenze emergenti Usa-Urss.

La consultazione in 27 nazioni (lasciamo perdere, per ora, il patetico spettacolo della Brexit) ci dice che un fronte formato da popolari, sinistre, verdi e liberali può reggere nei confronti di quel grumo di autentiche ma anche strumentalizzate paure popolari attraverso cui si alimentano razzismo, xenofobia, furori antidemocratici, illusori muri e fili spinati. E può reggere anche l’idea di non consegnare il vecchio continente alle nuove mire egemoniche degli Stati Uniti sul piano economico e della Russia (alla quale era vergognosamente pronto a vendersi il sovranista austriaco Strache).

Bisognerà ora vedere se e in che modo le forze europeiste sapranno capitalizzare questo risultato, evitando altre passività, altre cecità sociali, altra indifferenza verso ampi settori di cittadini dell’Unione europea che comprensibilmente si sentono abbandonati, non sufficientemente protetti. La spettacolare e complessiva avanzata dei verdi, e qualche buona prestazione a sinistra, compensano solo in parte il crollo di alcuni partiti tradizionali (in Germania Cdu e Spd) e l’affermazione dell’estrema destra di Le Pen, che in Francia, pur senza trionfare, festeggia il primato col sorpasso ai danni del presidente Macron. Risultati che potrebbero ulteriormente fiaccare l’asse Berlino-Parigi. Vincere una battaglia non basta. Si impone una svolta nella filosofia e nella visione dell’Europa, vaso di coccio fra i vasi di ferro americano, cinese, russo. Non vi saranno, altrimenti, altre prove d’appello.

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