LA TRAVE NELL’0CCHIO

Appunti sparsi sul partito smarrito

Dove è finita l’anima sociale e interclassista del Plr? Come riaprire il dialogo con l’elettorato liquido? Come diventare propositivo e profilato?

In sintesi:
  • Nel nostro cantone il Plr dà l'impressione di essere a rimorchio e piuttosto confuso
  • Il confronto fra le due ‘anime’ del partito alimentava la vita politica
  • Ecco qualche umile suggerimento di un trascurabile osservatore di cose politiche
(Ti-Press)

I partiti non sono propensi all’autocritica, faticano ad autocorreggersi, qualche volta si autoaffondano. Il Partito liberale non fa eccezioni. A livello nazionale arranca e nel nostro cantone dà l’impressione di essere a rimorchio e piuttosto confuso. Si fatica ad ammettere di aver sbagliato strada. Ho seguito un dibattito televisivo sull’argomento e chi è arrivato vicino, secondo me, alla vexata quaestio (ossia alla questione dibattuta e mai risolta) è Lele Gendotti. Mi aggancio al suo discorso e interpreto a modo mio: la forza del Partito liberale radicale, fin dagli albori, fu il perseverante misurarsi fra due “anime”. Il partito era in grado di attingere consensi in tutti i ceti sociali, dagli imprenditori agli operai, e i ceti medi erano la spina dorsale (era il Catch-all party degli anglosassoni, ossia il partito pigliatutto): d’un canto spingeva alla modernizzazione economica e imprenditoriale del Paese, dall’altro prestava particolare attenzione alla giustizia sociale. Vi era una proficua e produttiva eterogeneità di posizioni nel partito che ne alimentava il dinamismo e la progettualità. Le idee sorreggevano l’azione politica: a fine Ottocento, accanto a una Grande Corrente – quella di Rinaldo Simen e del suo teorico, il coltissimo Alfredo Pioda (raccomandava gradualità nelle riforme, pragmatismo e logica negoziale perché i governi non possono spingere i cittadini a forza negli ideali), vi era un’ala radicale (che la pensava diversamente), quella dei vari Romeo Manzoni, Emilio Bossi, Francesco Chiesa, Brenno Bertoni: già allora intuivano che non vi può essere vera libertà senza welfare. Furono loro, i radicali, a spingere alla nascita del Partito socialista, considerato l’espressione avanzata del liberalismo.

C’erano una volta due anime

C’erano insomma nel partito due “anime”, quella radicale progressista e quella liberale dello Stato minimo e del libero mercato, e c’erano uomini di grande cultura politica che si combattevano aspramente, ma nessuno si sognava di zittire con le banalità del calcolo di bottega chi dissentiva. Il confronto fra le due “anime” alimentò la vita politica e più di una volta i radicali tolsero il disturbo e camminarono da soli. Dopo la scissione di inizio Novecento vi furono altri dissapori ma c’erano le idee: dai conflitti nascevano ponti e intese e non ostinate preclusioni.

Negli anni 80 e inizi anni 90 del Novecento le due anime si ritrovarono sulla rivista Ragioni Critiche. Si discuteva delle radici del liberalismo, del nuovo Stato sociale, delle scelte liberali per la società di domani, di macroeconomia, di grandi temi di cultura politica, ma con lo sguardo ben fisso sulla nostra realtà: si discuteva sul Centro Universitario da promuovere, sui problemi della giustizia, sulle questioni tributarie, sulla prospettiva dell’economia ticinese e delle finanze pubbliche, sulla formazione e le scuole ecc. E chi dibatteva? Tanti ticinesi: da Buffi a Ratti, da Bolla a Salvioni, da Generali a Martinelli e molti altri. E vi ritroviamo gli interventi di illustri studiosi come Giovanni Sartori, Norberto Bobbio, Karl Popper, Luciano Canfora, Salvator Veca, Luigi Bonanate, e poi Jean Francois Aubert, Jean-Pierre Bonny, Carlo Sommaruga.

Non azzardo il raffronto culturale fra il presente e quella stagione di fervida cultura politica: il presente non regge il confronto.

Il trionfo delle sciocchezze concettuali

Sul finire del secolo scorso quella stagione terminò e fu la svolta. Trionfarono alcune sciocchezze concettuali. Gli intellettuali organici ripeterono che le ideologie avevano fatto il loro tempo e basta – dicevano – con le divisioni destra e sinistra perché il mondo è cambiato e a contare è il sano pragmatismo e la “governance”.

L’intellettuale organico del nuovo orientamento, con cui scambiai allora qualche vivace e garbata opinione, mi informò che le due “anime” avevano fatto il loro tempo e i radicali – troppo ideologizzati, troppo legati a visioni superate – si potevano considerare condannati dai tempi nuovi: erano diventati delle “anime morte”. Ne presi atto e me ne andai: infatti dovetti ammettere che a dominare nel partitone era la conversione all’unicità del pensiero neoliberista, quello della legge aurea dello sgocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso (un falso storico), antipolitico per definizione perché rinnega i fondamenti stessi del liberalismo. Era, tra l’altro, l’opinione del democratico Stefano Rodotà: non vi può essere libertà ed equità sociale senza solidarietà. Oggi lo ripete Michael Walzer, uno dei più grandi pensatori liberali del nostro tempo: dubita che possa esistere un capitalismo liberale, fino a oggi non si è visto.

Il Plr oggi? Poco liberale e molto liberista

Il Partito liberale oggi è poco liberale e molto liberista. Come risolvere il paradosso? Forse ci vogliono politiche molto profilate che sappiano veramente offrire a tutti i cittadini dignità personale e benefici collettivi e sappiano sfuggire alle tentazioni populiste “di chi punta a destra perché la destra va alla grande”. Ci vuole forse il coraggio di una visione autonoma del futuro, ci vogliono forse delle idee forti che recuperino con coerenza un sapiente equilibrio fra libertà, giustizia sociale e solidarietà.

Ma dove è finita l’anima sociale, pubblica e interclassista del partito? Come riaprire il dialogo con l’elettorato liquido? Come diventare propositivo e profilato?

Forse sarebbe utile...

Un umile suggerimento di un trascurabile osservatore di cose politiche. Forse sarebbe utile adottare le procedure della democrazia dibattimentale: che si costituiscano dei gruppi di discussione rappresentativi dei vari ceti sociali, che si dibatta con vigore recuperando le “anime” cancellate dal pensiero unico, che si prenda atto che forse la legge aurea fu una bella idea ma generò enormi disastri che oggi stiamo pagando. Forse sarebbe utile seguire questa strada per ricostruire un progetto di futuro con al centro l’uomo. Forse sarebbe utile per cercare di ridare contenuti all’aggettivo liberale che tutti impiegano (tutti si dicono liberali) ma che ha smarrito la via. Forse sarebbe utile per recuperare un pochino di quell’elettorato liquido che nei partiti, dati alla mano, crede sempre meno.

Sarebbe già un bell’avvio, ma, lo so, è il sogno di un illuso. Perché i nostri politici, non tutti ma parecchi, sono come i giovani pesci della storiella di Foster Wallace: ci sono due giovani pesci che nuotano e che a un certo punto incrociano un anziano che va nella direzione opposta e dice: Salve ragazzi, com’è l’acqua? I due giovani continuano a nuotare e poi uno fa all’altro: Che cavolo è l’acqua?.

Insomma: le realtà più ovvie e importanti sono spesso difficili da cogliere e ignorate se manca la consapevolezza. In politica è un problema.

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