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24.06.2022 - 07:22
Aggiornamento: 16:36
di Orazio Martinetti, storico

Le conseguenze della guerra

Nel dicembre del 1919 John Maynard Keynes, dopo aver abbandonato la Conferenza di Versailles in polemica con i propositi vendicativi contro la Germania perseguiti soprattutto da Clemenceau, pubblicò un testo in qualche modo profetico: Le conseguenze economiche della pace. L’economista inglese riteneva che le vessatorie riparazioni imposte ai tedeschi avrebbero innescato nel paese una pericolosa spirale di iperinflazione e risentimento antifrancese: cosa che puntualmente avvenne negli anni turbolenti della Repubblica di Weimar, favorendo l’ascesa al potere di Hitler.

Tra Russia e Ucraina di pace ancora non si parla, e c’è chi prevede che il conflitto sarà lungo e sfiancante, rovesciando veleni su quell’area chissà per quanto tempo ancora: le relazioni internazionali, la produzione agricola, i commerci, i trasporti, le basi fondamentali della vita. Questo nuovo libro, che potremmo intitolare «Le conseguenze economiche della guerra», lo stiamo scrivendo tutti, ma in primo luogo lo stanno scrivendo gli ucraini con l’angoscia nel cuore, da mesi impegnati armi in pugno a contrastare l’avanzata russa. Certamente alcuni capitoli riguardano anche l’Europa occidentale, alle prese con un’ondata inflattiva galoppante. La Svizzera non dà segni, per ora, di fibrillazione: le percentuali, dicono gli Uffici di statistica, non superano il 2,5-3%. Ma si tratta di medie: per certi prodotti – per esempio i carburanti – si è ben oltre, con ricadute pesantissime su chi l’auto la usa quotidianamente per lavoro. All’estero i governi hanno deciso di tagliare le accise. Da noi nulla, la Svizzera è ricca, ha affermato il ministro delle finanze Ueli Maurer, quindi non c’è motivo di intervenire. Nel frattempo però il corteo dei rincari si sta allungando, dal gas all’elettricità, dai generi alimentari ai tassi ipotecari, fino allo spettro di ogni fine anno, l’assicurazione malattia. All’estero sono «stangate», da noi semplici «aumenti».

Maurer – contestato in questo dal presidente del suo partito, Marco Chiesa – è probabilmente un seguace di Adam Smith e della sua «mano invisibile» che tutto riassetta senza ricorrere allo Stato. La Svizzera sarà anche opulenta, come le riviste patinate amano ricordare compiaciute, ma tra chi non ha la fortuna di risiedere nella «Goldküste» qualche incapiente c’è, o «nuovo povero»; anzi, è probabile che nei prossimi mesi, se il conflitto non dovesse cessare, la quota dei bisognosi crescerà, raggiungendo livelli inusitati per i nostri parametri. Nel libro che si sta redigendo bisognerà tenerne conto, inserendo un sotto-capitolo dedicato alle «conseguenze sociali della guerra». Il rischio reale è che parecchie famiglie, prima collocate appena sopra la soglia di povertà e dunque non legittimate a chiedere sussidi, precipitino nel girone degli assistiti.

L’augurio è che il governo abbia presente questo scenario e che tenga in serbo, almeno per il prossimo autunno, un piano di contro-misure. In caso contrario potremmo veder spuntare un moto di protesta simile a quello scatenato in Francia dai «gilets jaunes», un movimento nato proprio per contrastare il caro-benzina. I precedenti non mancano, neanche nel nostro cantone. Nel 1991 la Lega dei ticinesi organizzò una «carovana della libertà» sull’autostrada N2 per impedire l’abbassamento dei limiti di velocità.

Il terzo capitolo del volume in questione dovrebbe trattare delle «conseguenze politiche della guerra». Il 2023 è anno di elezioni, cantonali in primavera, nazionali in autunno. Non saranno appuntamenti elettorali «à courante normale», così come non sarà ordinaria la campagna che li precederà. C’è da attendersi uno scontro rovente tra le forze politiche sugli argomenti che già hanno infiammato i confronti parlamentari e radiotelevisivi: neutralità integrale o incondizionata («umfassende Neutralität»), stretta collaborazione con la Nato, potenziamento dell’esercito e dell’aeronautica, nuovi sistemi d’arma, cibersicurezza eccetera. Destra e sinistra si daranno battaglia sia sui princìpi, sia sui provvedimenti concreti. Ma non è detto che la discussione ricalcherà gli schemi binari tradizionali, ovvero militaristi contro pacifisti, neutralisti contro interventisti, atlantisti contro filorussi. Il quadro sarà insomma meno lineare e scontato, e questo in tutti gli schieramenti politici.

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