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laR
 
22.11.2021 - 05:30

Molestie e violenze: primo, non tacere.

Dalla ragazza inseguita agli stupri, occorre finirla di normalizzare comportamenti inammissibili. Perché ‘lui è fatto così’ non è una giustificazione.

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(Depositphotos)

‘Mi sono sempre sentita al sicuro. Pensavo che se mi fossi trovata in una situazione di pericolo le persone presenti mi avrebbero aiutata’. A dirlo una ragazza che è stata seguita insistentemente da un giovane alcune notti fa a Lugano. In una città, in uno spazio pubblico, cosa ci permette di camminare con tranquillità, di poter pensare senza interruzioni se abbiamo davvero spento le piastre della cucina o a cosa mangiare la sera? Forse proprio la convinzione che non siamo soli, che in caso di bisogno qualcuno accorrerebbe in nostro soccorso. O ancora di più. Che ‘da noi’ certe cose non succedono.

Ma non succedono, non sappiamo che avvengono o le normalizziamo? C’è però da chiedersi cosa ci sia di normale nel ricevere fischi e commenti quando si cammina per strada. Nel sentirsi rivolgere domande intime da sconosciuti. In casi ancora più gravi, nel subire una violenza sessuale da una persona a cui ‘tutti sapevano piacessero le ragazzine’. Niente. Assolutamente niente.

Purtroppo situazioni del genere capitano spesso. E allora viene detto: ‘Denuncia!’. Sì, ma… ‘se non mi ha toccata, non mi ha costretta a fare nulla, non mi ha minacciata, cosa denuncio?’. Passa la voglia, siamo d’accordo. L’apparato giudiziario, su questi temi, è vetusto, non protegge le vittime, non dà loro il diritto di sentirsi tali. Qualcosa deve cambiare. Le leggi dovrebbero servire a tutelare le persone. A mantenere un buon livello di sicurezza. Altrimenti tanto vale che torniamo al paleolitico, alla legge del più forte, al lottare ogni giorno per soddisfare appena il primo livello dei bisogni della piramide di Maslow, quello legato alle semplici necessità fisiologiche.

Denunciare una violenza, una molestia può però essere molto difficile, riapre ferite, si ha paura del giudizio. Magari lo può fare qualcun altro al posto della vittima, o comunque confermare ciò che dice. Ed eccolo qui, il senso civico. Siamo pronti ad aiutare una persona in difficoltà, a testimoniare, a denunciare? Sinceramente. Chiediamocelo tutti per un attimo. La risposta però potrebbe non piacerci. Perché crediamo di essere delle brave persone, altruiste.

Lanciato il sassolino, andiamo oltre. Notificare molestie e violenze potrebbe non aiutare direttamente le vittime, ma contribuisce a una percezione più precisa della realtà. Permette alle autorità, alla politica di quantificare. Perché se un problema è diffuso è più probabile che se ne occupino. Non basta però che sia esteso, deve anche essere valutato come qualcosa di sbagliato. Infatti, comportamenti diffusi vengono spesso etichettati come normali. Socialmente accettati. Sdoganati, insomma.

Questo lo decidiamo noi tutti, con le nostre reazioni e parole. Per questo dire che ‘lui è fatto così’ e girarsi dall’altra parte fa passare il messaggio che determinati comportamenti vanno bene. Sei tu vittima ad avere un problema, a esagerare. Anzi, non sei nemmeno vittima. O addirittura: è colpa tua. Tu che ti metti le gonne, tu che vai in giro da sola, tu che hai la colpa più grande di tutte: essere donna.

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