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(Keystone)
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06.09.2021 - 05:300
Aggiornamento : 08:30

I talebani, la cosmesi e noi

Il maquillage degli estremisti al potere inganna solo gli ingenui, le donne tornano oppresse. Il dilemma: aiutare gli afghani, non il regime

L’operazione di maquillage avviata dai talebani può trarre in inganno qualche giornalista ingenuo od osservatore distratto. La cosmesi, orchestrata dai nuovi padroni del Paese, mira in realtà a convincere la comunità internazionale che gli “studenti coranici” non sono più quelli di una volta, quelli che lapidavano le adultere, frustavano i glabri, mozzavano le mani ai ladruncoli, vietavano musica, immagini, aquiloni. E che costringevano metà della popolazione, quella femminile, alla schiavitù: donne, fantasmi senza diritti e senza volto.

Certo, il paese è ben più sicuro rispetto a un mese fa, ma la cosa non deve sorprendere, per la semplice ragione che chi seminava il terrore con uno stillicidio di attentati quotidiani è oggi al potere. Sotto il make-up, la realtà è quella che si apprende dalle notizie che ci forniscono gli stessi afghani rimasti nella capitale o nelle province, lontano dai riflettori e dalle telecamere. Una ragazzina ci informa che per lei e le sue compagne le scuole sono già state chiuse, dopo il settimo anno di scolarità sono ammessi solo i maschi. Da Bamyan apprendiamo che i regolamenti di conti contro la comunità hazara (sciita, considerata apostata dai talebani di confessione sunnita fondamentalista) hanno già fatto diversi morti. Una donna ci racconta che non può più uscire di casa da sola, rischia di essere presa a bastonate, così come tutte le donne del suo quartiere nella capitale. Giornaliste con le quali abbiamo lavorato un mese fa sono fuggite dal paese o sono scomparse nel nulla, mentre sono stati chiusi i 32 rifugi per donne vittime di violenza domestica, una piaga nazionale in un paese dove la percentuale dei matrimoni forzati supera il 60%.  È in atto un “crudele abbandono delle donne” (Le Monde) che a fatica, dapprima nel decennio dell’invasione sovietica e soprattutto nel ventennio di quella americana sono riuscite a conquistare alcuni diritti oltre all’accesso all’istruzione (dallo 0% del 2001 al 75% nel 2020).

Presi tra i ferrei dogmi religiosi oscurantisti e la necessità di offrire un’immagine che sblocchi gli aiuti internazionali, vitali al paese, i talebani sono oggi divisi tra realisti, come il mullah Abdul Ghani Baradar, tra i fondatori del movimento nel 1994, e i puri e duri come l’ultrà di Dio Sirajuddin Haqqani, tra i pashtun dell’est e quelli del sud, tra i vecchi e i giovani, tendenzialmente più radicali, sedotti dall’Isis. Faticano palesemente a tenere coeso il neonato emirato e a formare un governo. Le riserve monetarie (9 miliardi di dollari) sono quasi interamente bloccate all’estero (presso la Federal Reserve americana e la Bri, la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea), a Kabul rimane l’irrisoria cifra di 18 milioni di dollari. Aprire le banche scatenerebbe una corsa al ritiro dei risparmi e le farebbe crollare, tenerle chiuse rischierebbe invece di fare crollare il paese.

Il dilemma per la comunità internazionale lo racchiude un titolo del Corriere della Sera: “Aiutare gli afghani, non il regime. Si può?” Un interrogativo che ripropone l’annosa questione degli aiuti mirati e quella da sempre controversa della principale arma alternativa alla guerra, le sanzioni. Nei prossimi giorni il tema sarà discusso in diverse sedi, tra cui l’Onu: per il nostro Paese, di fronte al destino di milioni di donne e uomini, una neutralità “hard” sarebbe la scelta peggiore: verrebbe interpretata come una pilatesca lavata di mani.  

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