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Civili afghani armati per difendere le loro case (Keystone)
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05.07.2021 - 05:25
Aggiornamento: 12:56

La più lunga delle guerre

La ritirata degli americani dall’Afghanistan suona molto più come una disfatta, tra massacri, ingiustizie e analfabetismo dilaganti

A una sessantina di chilometri a nord di Kabul, Bagram non ha più militi stranieri, per la prima volta dalla sua edificazione, nel 1950. La gigantesca base militare portava l’impronta dei sovietici: trent’anni più tardi avrebbero invaso il Paese in una rovinosa avventura militare che segnò dieci anni dopo la fine dell’impero.

L’altroieri sono stati gli americani a evacuare Bagram al termine di vent’anni di occupazione. Un simbolo e la fine di un’epoca. Dal 7 ottobre del 2001 l’America, dopo aver cacciato i talebani, non è mai riuscita a domare un Paese che sembra maledetto dalla storia: 2’260 miliardi di dollari più tardi, 2’500 soldati americani e 70mila soldati afghani lasciati sul terreno, Washington firma oggi una sorta di resa.

I fatti parlano chiaro. Il Paese è sul lastrico: record mondiale di corruzione e di produzione di oppio, tra i primi al mondo per povertà. Con gli “studenti” (taleban) dell’etnia maggioritaria pashtun e la loro lunga scia di orrore, ormai alle porte di Kabul. L’incubo è lì, l’Afghanistan rischia di ricadere nel periodo più buio della sua storia, quei cinque anni in cui venivano mozzate le mani ai ladri o a chi non aveva la barba sufficientemente lunga, in cui la popolazione doveva assistere ogni venerdì nello stadio di calcio alla lapidazione pubblica di donne adultere, in cui venivano impiccati gli apostati.


Osama Bin Laden (Keystone)

Un Paese in cui non risuonavano più le musiche tradizionali, in cui i divieti insensati avevano chiuso teatri e sale cinematografiche, tolto gli aquiloni dai cieli e le ragazze dalle scuole. Il fondamentalismo, alimentato dall’analfabetismo dilagante e dalle tradizionali rivalità tribali, aveva spazzato via secoli di cultura e diversi decenni di emancipazione delle donne.

Nelle aree già sotto controllo talebano (dal 20 al 55% a seconda delle fonti) le scuole femminili hanno già chiuso i battenti, è stato ripristinato l’obbligo del burqa (a dimostrazione del declino culturale si può ricordare che il velo integrale era stato vietato negli anni Venti del secolo scorso dal re), le donne non possono uscire in strada se non accompagnate da un parente maschio. Il fondamentalismo fa sul serio, la strategia del terrore non conosce limiti: attentati e carneficine quotidiane tra cui quelle terribilmente cruente a Kabul in una maternità con 25 donne massacrate a colpi di Kalashnikov e quella ancor più recente costata la vita a un centinaio di ragazze di etnia hazara e di religione sciita (il peggiore dei peccati per l’ortodossia sunnita).

Gli americani se ne vanno dunque, questa volta per davvero, dopo aver annunciato la loro partenza a più riprese da quando nel 2011 corpi speciali Usa avevano ucciso in Pakistan Osama bin Laden, regista degli attentati dell’11 settembre 2001. Ma l’eliminazione del leader di Al Qaida non ha mutato le coordinate.

Militari americani scortano la bara di un commilitone morto in Afghanistan (Keystone)

Vent’anni di presenza delle forze Nato hanno portato certamente a sensibili progressi per i diritti democratici e quelli in particolare delle donne (presenti in percentuali importanti in parlamento o nelle università), ma il Paese non si è mai rimesso dalla deriva scatenata dalle feroci battaglie tra i “signori della guerra” foraggiati in particolare dalla Cia, durante e dopo il periodo sovietico. Come nel 1996 i talebani promettono ordine, quello spietato e liberticida della Sharia. E i civili afghani, oggi più che mai, sembrano inermi e abbandonati al loro destino.

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