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16.11.2020 - 06:00
Aggiornamento: 16:13

Dimissioni? Non solo Manuele Bertoli

Dopo il pasticciaccio brutto dei posti nei teatri, la preoccupazione non è solo il futuro della cultura. Ma la fiducia nelle istituzioni

di Ivo Silvestro
dimissioni-non-solo-manuele-bertoli
È un problema di fiducia (Ti-Press)

Le più che legittime preoccupazioni del mondo culturale per la difficilissima situazione che devono affrontare teatri, cinema e sale da concerto; le perplessità di fronte a misure sanitarie che sembrano concentrarsi su situazioni relativamente in sicurezza, tralasciando attività che presentano rischi maggiori. Tutto questo non deve farci perdere di vista il grande problema del balletto dei numeri al quale si è assistito settimana scorsa, partendo dalle incertezze se il limite di 5 persone si applicasse o no agli spettacoli, arrivando poi alla conferma e infine, qualche giorno dopo, alla correzione di 30.
Pierre Lepori auspicava, nel suo corsivo trasmesso da Rete Due he tanto ha fatto discutere, le dimissioni di Manuele Bertoli. Ma a dimettersi dovrebbe essere tutto il Consiglio di Stato e l’unico motivo per non chiederle, quelle dimissioni, è che ci troviamo in una situazione di emergenza che poco si concilia con le lungaggini di un passaggio di consegne. Per il resto, si fatica a vedere altri motivi per lasciare i cinque consiglieri di Stato al loro posto, dopo che hanno perso una delle cose più importanti in una situazione di emergenza: la fiducia.

Ricordiamo i fatti: domenica 8 novembre, quindi otto mesi dopo le prime misure cantonali, vengono presentate delle misure che entreranno in vigore poche ore dopo e delle quali, con il senno di poi, non si comprendevano bene gli effetti. Tanto che sono arrivate indicazioni contraddittorie agli stessi operatori culturali. E quando, in serata, abbiamo fatto presente l’esistenza di un problema di comunicazione, la risposta di chi, in governo, si occupa di comunicazione è stata questa: “E perché chiami me?”. Il giorno dopo, lunedì, ci si rende conto della necessità di chiarire meglio come applicare l’ordinanza. Perché, come ha detto il cancelliere, le cose adesso sono più complicate di marzo-aprile quando semplicemente si è chiuso tutto. Verissimo, ma è altrettanto vero che da quelle misure sono passati, come detto, otto mesi, durante i quali si è sempre temuto l’arrivo di una seconda ondata: un tempo sufficiente, ci sembra, per ragionare sulle possibili misure da adottare e magari discuterle anche con gli operatori.

Fin qui la situazione si poteva ancora recuperare, spiegando cosa è andato storto nel processo decisionale, quali aspetti sono stati presi in considerazione. Ed ecco le “precisazioni”: virgolette di citazione, perché proprio così è stata descritta la correzione che martedì ha portato, per gli spettacoli, il limite di partecipanti da 5 a 30. Con quel “precisazioni sulle misure in vigore nel Cantone Ticino” il Consiglio di Stato ha mostrato di non saper ammettere i propri errori, primo passo per analizzarli e fare in modo di non commetterli di nuovo.

Il problema va al di là della difficile situazione del settore culturale: è un problema di fiducia nelle autorità, aspetto fondamentale nella gestione di una emergenza come quella in cui ci troviamo. Emergenza che, come detto, rende le dimissioni più un altro problema che una soluzione: ma se chiederle non si può, si può e si deve chiedere maggiore trasparenza nelle decisioni future e un maggior dialogo con cittadinanza e operatori

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