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laR
 
13.08.2020 - 06:10

Ho visto un re (che scappava)

La parabola di Juan Carlos e la fine delle monarchie

di Erminio Ferrari
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“I più giovani mi ricorderanno per le amanti, la foto con l’elefante abbattuto, e i soldi imboscati in Svizzera”. Il “testamento spirituale” di Juan Carlos I (o un epitaffio?) sarebbe stato affidato a un amico dallo stesso ex monarca spagnolo, poco tempo prima di lasciare il Paese. Più o meno tagliando la corda, inseguito dalle infamanti accuse di maneggi finanziari e frodi fiscali.  

Se poteva esserci un esito diverso della parabola pubblica di quell’uomo lo diranno gli storici, ma anche un bilancio provvisorio dei suoi atti non ne fa un esempio virtuoso. Mentre il giudizio politico non può che portare a interrogarsi sull’anacronismo delle monarchie ancora sul trono in Europa, anche di quelle meno inclini all’esposizione di sé sulla stampa frufru, vale a dire reazionaria.

Con Franco, Juan Carlos se ne stette al riparo, ma era tanto giovane, e solo alla morte del caudillo, nel 1975 divenne a tutti gli effetti re di Spagna. Prudente anche allora (la “transizione democratica” fu affidata di fatto agli stessi post-franchisti), ebbe il suo momento di gloria la notte tra il 23 e il 24 febbraio 1981 quando apparve in televisione in divisa da generale per sconfessare il caricaturale tentativo di colpo di stato del colonnello Antonio Tejero Molina. Avendo fiutato l’aria, secondo gli spiriti più critici, più che per dirittura istituzionale.

Forse anche per quel motivo l’intera politica spagnola (ad eccezione dei nazionalisti baschi, ma con una certa benevolenza dei più morbidi autonomisti catalani)  gli concesse un credito duraturo, se non simpatia, come figura unificante di un paese. Un modo anche questo (e ciò valse soprattutto per i governi socialisti) per avere le spalle coperte nei confronti del mai sopito revanscismo falangista.

Fatto sta che, irrobustendosi la Spagna come democrazia parlamentare al pari delle altre in Europa, l’inutilità della corona si è manifestata nella sua forma meno dignitosa. E del re si è cominciato a parlare semmai come un dongiovanni impenitente, fino all’affronto dei costosissimi safari in esclusive riserve, in compagnia dell'amante, mentre il Paese versava in una crisi economica gravissima. Poi le vicende giudiziarie della figlia e del genero, e poi le valigie di soldi -  frutto di ciò che diversamente si chiamerebbe corruzione - fatte arrivare nei caveau ginevrini.

Sembra un destino segnato: ridotte a onerosissimo orpello di sistemi in grado di funzionare facendone agevolmente a meno, le “case reali” hanno progressivamente perso ruolo normativo o di garanzia, e dunque motivo d’essere in una dimensione pubblica: non saranno le monarchie a impedire un eventuale smembramento del Belgio o l’indipendenza scozzese, mentre la pochezza dell'intervento di re Felipe - figlio di Juan Carlos - nel pieno della crisi catalana ha dimostrato l’enormità dello scarto esistente tra una retorica stantia e la capacità di elevarsi all’eccezionalità degli eventi. Per non dire, ma potrebbe sembrare anche questa retorica, del grottesco permanere dello status di sudditi nei cittadini che abitano i regni ancora chiamati così.

Mentre a misurare lo spessore delle teste coronate che si succedono di trono in trono provvede impietosamente la Storia. Nel 1931, il nonno Alfonso XIII lasciò la Spagna quando i repubblicani, vincitori delle elezioni, proclamarono la repubblica; nel 2020 il nipote Juan Carlos lo ha fatto prima che i giudici bussassero alla sua porta.

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