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24.03.2020 - 06:200

Il pomeriggio è troppo azzurro

Ho aperto la finestra, era Celentano

Allora, l’altra sera ho sentito uno cantare ‘Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me’. Ho aperto la finestra, era Celentano. La sua voce amplificata arrivava da un balcone lontano, messa su da qualcuno, ho poi saputo leggendo i giornali, che partecipava a quelle cose chiamate flash mob.

Vigliacca se mi riesce di non immagonarmi sentendo quella musica: saranno gli anni. O gli arresti domiciliari, come mi è venuto di chiamare scherzosamente la quarantena (tecnicamente “isolamento fiduciario”, come ha detto il medico del servizio di prevenzione) a cui mi ha costretto la vicinanza con una persona “positiva” al Covid-19. Non uscire di casa, non avere contatti, controllare la temperatura corporea due volte al giorno, “e avverta immediatamente il suo medico al comparire di qualche sintomo”.

Ma non facciamola troppo spessa: c’è una bella differenza tra restare chiusi in casa; risultare ‘positivi’ al ‘tampone’; essere ammalati; e trovarsi isolati in un reparto di terapia intensiva, magari intubati, e in uno sprazzo di coscienza ripensare, se lo si è letto, o comunque sperimentare ‘la solitudine del morente’ di cui scrisse Norbert Elias (con tutto che basterebbe De André: “Questo ricordo non vi consoli/quando si muore si muore soli”). Il dolore indicibile di vedere un proprio genitore (o figlio!) portato via; la sacrosanta, e benedetta, sollecitudine dei sanitari “necessariamente” sorda alle ragioni di un amore filiale o di una umanissima pietas.

O infine “sopravvivere”, ma solo per scoprire che il lavoro non c’è più, perché magari il tuo era un contratto a tempo determinato, o perché la ditta ha chiuso, ma per sempre.

C’è una bella differenza, ma quasi non la si riconosce leggendo sui giornali (online, per forza) le testimonianze delle loro “firme” o di questo o quel personaggio pubblico (preferibilmente in forma di video, giacché la scrittura non a tutti si addice, men che meno la lettura) costretti tra le quattro mura. Un campionario davvero istruttivo di narcisismo vittimario, di buoni sentimenti e di riscoperte dei “piccoli piaceri”, dalla lettura all’ascolto di musica, al bricolage. Tutta la fuffa, insomma, che già riempiva la gran parte di giornali-radio-televisioni, degli spazi cosiddetti informativi, senza bisogno che ve la portasse il coronavirus.

Ochèi, sarà che lo stare ai domiciliari concorre a inacidire i caratteri già poco socievoli, ma mi viene da pensare che a scomparire, a finire nell’angolo dell’isolamento, e in queste circostanze sembrerebbe in maniera definitiva, siano proprio gli invisibili, quelli che già “prima”, per ragioni di età, di reddito, di provenienza, non potevano che restare in casa, o comunque alla larga dallo sguardo altrui. Loro lo sapevano già che cosa vuol dire, anche se scriverlo può sembrare moralismo da quattro soldi.

Perché quello che mi pare di capire è che ricondurre tutto a sé della devastazione che si sta producendo nel mondo, se da una parte è del tutto naturale, dall’altra rischia di circoscrivere a sé, appunto, la sua portata. Hai un bel mettere su ‘Azzurro’, o applaudire all’ora concordata il personale sanitario (e questa volta l’aggettivo eroico potrebbe essere non sprecato), ma prova a pensare l’effetto che fa l’aggettivo ‘positivo’ riferito al test a cui si è sottoposto il tuo vicino. Non è lo stesso stigma vigente ai tempi ’Hiv, quando la positività era sinonimo di ‘peccato’ o di devianza sociale, ma un certo effetto lo fa.

Poi l’esperienza della pur blanda costrizione in quarantena, attendendo la conta serale di contagiati e di vittime, confidando nelle decisioni del Consiglio federale sul nuovo regime alle frontiere (vi scrivo dall’Oltreramina), compulsando le ‘previsioni degli esperti’, questa esperienza mai conosciuta speriamo che un insegnamento lo lasci: per esempio quello di aver bisogno (della spesa, della ricarica del telefonino, di qualcuno che dia il fieno alle vacche al tuo posto). Non per altro, se non per capire quante volte ne hanno avuto gli altri senza che ne accorgessimo.

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