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04.03.2020 - 06:30

Una Crypto, tante Svizzere!

Fare chiarezza: di mezzo vi sono principi e valori democratici di primo piano e il solito discorso sulle diverse anime della Svizzera

Non ci sarà per ora nessuna commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Crypto, la società di Zugo che ha venduto per anni apparecchi per cifrare le comunicazioni a più di cento Stati mentre era di proprietà dei servizi segreti Usa e tedeschi. 007 che potevano così, tramite un artificio tecnico, intercettare le comunicazioni segrete di amici e nemici. Sotto la cupola di Palazzo, dopo il primo stupore, s’è preferito non precipitare le cose e tirare il freno a mano. Motivo: per ora vi sono già in ballo due inchieste. Quella della Delegazione delle commissioni della gestione del Parlamento (che ha ora assunto anche quella affidata all’ex giudice federale) e quella della Procura (che si sarebbe attivata solo dopo la denuncia contro ignoti inoltrata dalla Seco).

Non aggiungiamo altre lenti d'ingrandimento

Perché dunque – questa la linea di condotta attuale maggioritaria – aggiungere altre lenti d’ingrandimento? Attendiamo che chi già ci sta lavorando inizi a dipanare la matassa. Poi per il resto si vedrà. Così, alla testa dei partiti borghesi anche chi si era detto colpito per quanto successo nel corso della Guerra fredda (e fino a poco tempo fa) ha optato per un profilo molto più basso. Si badi bene, non è che alla commissione parlamentare d’inchiesta sia stato mostrato il pollice verso, si è però detto ‘vedremo più tardi, dopo che la Delegazione avrà rassegnato il suo primo rapporto a giugno’.

Mancano i numeri per la CPI

La verità vera è che a conti fatti nell’Assemblea federale non ci sono né ci saranno i numeri per riuscire ad istituire un’Inquirente, ma allo stesso tempo qualcosa si deve pur mettere in moto per vederci più chiaro. Dunque che trasparenza sia fatta, ma utilizzando un mezzo tutto sommato non così, almeno simbolicamente, rilevante come la Cpi.

Il motivo è ovvio: l’imbarazzo è grande. Uno, per stabilire chi nella stanza dei bottoni davvero sapesse cosa e, se e quanto sapesse e quanto abbia messo al corrente i colleghi. Due, per capire come mai la Polizia federale ad un certo punto indagò senza rilevare irregolarità. Tre, nel dover ammettere che fra gli spiati c’erano anche tanti Stati nostri amici.

Non smuovere troppo le acque

Parola d’ordine, ci è sembrato di capire, è ora evitare di smuovere troppo le acque, visto il lungo tempo trascorso da quel mondo diviso in due, che in qualche modo si doveva tener d’occhio. E se qualcuno sapeva, permettendo a servizi segreti esteri di scorrazzare indisturbati sul nostro territorio (si badi bene in violazione della nostra sovranità e neutralità), in fondo è stato – pensano in parecchi – solo a fin di bene. Un bene chiamato sicurezza interna di un Paese, piccola barchetta in mezzo all’oceano, che, se non si fosse fatta amica la corazzata battente bandiera Usa, rischiava di non disporre delle informazioni necessarie per proteggersi.

Pure il coronavirus...

Abbiamo anche l’impressione che il fatto di dire ‘lasciamo prima lavorare la Delegazione delle commissioni della gestione’ porterà ad un’indagine che durerà mesi, lasso di tempo che farà sì che l’opinione pubblica, quando scoprirà la verità (o parte di essa), avrà già ricevuto in pasto tante indiscrezioni e si sarà abituata all’idea. Così anche lo scandalo che un tempo avrebbe fatto tremare le mura bernesi rischia oggi di produrre soltanto una scossa d’assestamento. Non da ultimo – e ti pareva! – c’è anche il coronavirus a dare una bella mano al mondo sommerso dei servizi segreti: i cittadini in questi mesi hanno tutt’altri pensieri. Se poi le elezioni federali sono alle spalle, c’è tempo per tirarla alla lunga e voltare pagina anche se – noi ne siamo convinti – di mezzo vi sono principi e valori democratici di primo piano e il solito discorso sulle diverse anime della Svizzera. Quella dei principi e quella pragmatica che più pragmatica non si può.

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