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12.10.2019 - 11:390

Greta e noialtri. Due appunti sulla questione economica

Archiviate le bufale dei climapiattisti, dovremmo discutere sul da farsi e su chi dovrà pagare. Invece siamo ‘incanutiti sedicenni’

“Così faccio contenta la Greta!” ho esclamato l’altro giorno nel bel mezzo di un supermercato. Stavo acquistando un gasatore d’acqua, per smetterla di comprare ogni anno centinaia di bottiglie di plastica (ma anche per evitare di doverle caricare e scaricare, a dirla tutta). Gli astanti hanno accolto il mio gridolino con un misto di sgomento e pietà, la mia compagna ha fatto finta di non conoscermi. Scherzavo, naturalmente, ma poi ci ho riflettuto: l’impatto di Thunberg sull’immaginario collettivo è davvero potente, se gioca nell’inconscio di gesti che fino a un anno fa, dopo tutto, non avevo mai pensato di fare. E basterebbe questo a giustificarne l’impegno, con buona pace di quei frustrati che le danno della ‘Gretina’ e gridano al complotto (ne ha parlato perfettamente Luca Berti su ‘laRegione’ del 26 settembre, per cui non mi dilungo).

Però Greta non può arrivare dappertutto. Non può ad esempio – e lo ricorda lei stessa – sostituire la sua icona a un dibattito politico ‘adulto’ (sempre che in tempi di bolle social ne esista ancora uno, ma insomma). Se purtroppo questo dibattito appare ancora lontano, la colpa non è solo di quelli che “vai a scuola”, “parla quando ti cresceranno le tette” e compagnia berciante. C’entra di certo un panorama mediatico strapaesano, ancora fermo alla discussione sull’acclarato legame fra attività umane e cambiamento climatico, in nome d’un pluralismo fasullo che è poi solo avvelenare i pozzi e fare melina. Ma la responsabilità è anche di quei sostenitori di Greta che trasferiscono maniere e narrazioni di un’adolescente nella discussione sul ‘che fare’: gli “incanutiti sedicenni” di cui parla Mattia Feltri. Che magari fanno la fila per farsi sgridare da lei, ma poi la liquidano con un selfie da far girare sui social, equivalente contemporaneo del vecchio pater-ave-gloria: si è visto all’Onu che neanche i ‘potenti’ sono immuni da questo gioco.

Meglio sarebbe uscire per un attimo dal paternalismo autocompiaciuto del “ma che brava”, dall’hooliganismo reattivo – “chi critica Greta ha il 100% di probabilità di essere un coglione”, leggo su Facebook –, e soprattutto da quell’insopportabile manicheismo per cui ogni problema è sempre colpa di qualcun altro: le multinazionali, il mondo ricco, la politica.
È opportuno per tutti, semmai, cominciare a riflettere in modo più sfumato su un rebus di difficile soluzione: chi paga? Chi, cioè, dovrà sopportare il peso di politiche ambientali efficaci, prima che si aprano nuove opportunità? Globalmente, ricorda Enrico Mariutti sul ‘Sole 24 Ore’, questi costi si aggirano fra i 50 e i 120mila miliardi di dollari, a seconda delle stime. Costi economici, ma anche sociali e politici. Intanto, nonostante una parte del movimento per il clima paia suggerire che c’è un’élite nemica del clima mentre il popolo vuole salvarlo, vediamo bene che la realtà è diversa: spesso sono stati i politici a proporre misure innovative, e gli elettori a bocciarle. I Dem si sono giocati la Casa Bianca (anche) sulla transizione dal carbone al gas naturale; Macron si è trovato i teppisti in piazza per le tasse sulla benzina. Allo stesso tempo, se è vero che una manciata di imprese produce gran parte delle emissioni globali, è anche vero che lo fa per soddisfare i bisogni – veri o presunti – di noi consumatori. Complica poi le cose il fatto che le emissioni oggi siano trainate dallo sviluppo di intere regioni del mondo in fuga dalla miseria, com’è loro sacrosanto diritto.

Ecco allora che la discussione su quale sia il giusto fardello per ognuno di noi – ricchi e poveri, produttori e consumatori eccetera – non può essere risolta applicando formule ideologiche. Perché è facile dire che l’ambiente è una priorità assoluta, che “la nostra casa è in fiamme”, ma poi sappiamo tutti che ci sono anche altre priorità: guardando i sondaggi si vede che i gilet gialli non ignorano l’emergenza climatica, solo che la loro prima preoccupazione è arrivare a fine mese; allo stesso modo, nota sempre Mariutti, gli elettori che hanno deciso la vittoria di Trump in Pennsylvania o in Iowa non si divertono a bruciare carbone come se non ci fosse un domani; però vivono la transizione al gas naturale come una minaccia per il loro lavoro. Un malcontento del quale poi spesso approfittano i populisti, come si vede da certi messaggi belluini contro i “fetidi balzelli”, le “angurie verdi fuori e rosse dentro” e l’“isterismo climatico”.

Il discorso sui costi non rimane chiuso in se stesso, naturalmente, perché implica scelte politiche fondamentali. Al netto di chi vagheggia la decrescita felice – mai vista nella storia – e strumentalizza il clima per sgangherare il capitalismo tout court, è anche chiaro che il sistema economico non è in grado di riformarsi da solo nemmeno per i più pedestri aspetti finanziari, figuriamoci per una trasformazione che richiede (dis)incentivi e investimenti tecnologici così epocali (per i quali, per inciso, sarebbe anche ora di tornare ad ascoltare i tanto vituperati esperti).

Da qui bisogna ripartire e stupisce, nel bene e nel male, che ci pensino più i sedicenni di noialtri vegliardi.
Però il gasatore funziona benissimo.

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