Commento
12.07.2019 - 06:300

Persone scomparse, non siamo ‘Chi l’ha visto’!

Sarebbe opportuno conoscere (almeno in redazione) qualche aspetto di più sui motivi dietro le scomparse, per capire che risalto dare alla richiesta di pubblicazione

Come risultava da un nostro approfondimento del 2018, ogni giorno in Svizzera si stima scompaiano 13 persone. Ovvero 4’700 all’anno e in media uno a settimana in Ticino.

Se torniamo sul tema è perché durante questa settimana la Polizia cantonale ha emesso ben tre avvisi di scomparsa di giovani. Avvisi tutti più o meno dello stesso tenore. ‘Dalle prime ore di ieri è scomparso dal suo domicilio…’; oppure ancora ‘non si hanno più notizie di…’ e con al seguito i dati essenziali della persona, i famosi connotati, quali: il nome e il cognome, l’età o la data di nascita, il sesso, il tipo di carnagione, la corporatura, la tipologia degli occhi (eventuali occhiali), il colore dei capelli, il tipo di abbigliamento portato, se ha tatuaggi o piercing e come si esprime. Fortunatamente, dopo qualche ora o giorno, il più delle volte arriva un comunicato di segno opposto, che annuncia – buon per lui/lei e per i suoi cari – la revoca dell’annuncio di scomparsa. Di conseguenza viene tolta la richiesta (pubblicata con tanto di foto) dai siti, dai social e dalle pagine dei giornali.

Un lettore, probabilmente sulla spinta di trasmissioni del tipo di ‘Chi l’ha visto’, ci invita a spingerci oltre, cioè a non trasmettere semplicemente l’allerta, ma a raccontare perché mai tizio o caio siano spariti e a spiegare quale storia si celi dietro le righe dei comunicati. Se lo fanno certi programmi tivù, perché non potete farlo voi? Questo il ragionamento.

A dire il vero, ogni volta che arriva in redazione la segnalazione di una scomparsa non ci accontentiamo del testo inviatoci dalla Polizia cantonale e cerchiamo di saperne di più. Sappiamo che le sparizioni hanno giustificazioni o cause abbastanza diverse fra loro. C’è chi fugge per amore, perché è mal compreso o osteggiato dalla famiglia; c’è chi fugge e non sa di farlo, perché ha una malattia che non gli permette più di capire cosa sta facendo; c’è chi fugge perché non accetta che altri lo abbiano confinato in una struttura medica; c’è chi fugge perché vuole semplicemente cambiare vita e aria; c’è anche – per terminare questa parziale lista – chi non fugge, ma (casi rarissimi) scompare perché rapito.

Quello che è opportuno chiedersi come mass media è se il problema rientri in una storia tutto sommato privata e che tale deve il più possibile restare, o se meriti di più. Nel primo caso, è allora opportuno limitarsi a riportare unicamente i dati trasmessi dalla polizia. E siamo nella categoria più frequente che di più non merita, perché non sussiste alcun interesse pubblico particolare nel divulgare elementi della privacy, o persino della sfera intimissima di una persona. Diverso è invece il caso, tanto per intenderci, di un rapimento o di una scomparsa di una persona che genera rischi e pericoli anche per altri. In questi frangenti, tanto estremi quanto (da noi) rarissimi, ecco che allora si giustifica un articolo che vada oltre, anche con incursioni nella vita privata delle persone coinvolte. Perché in ballo c’è un interesse pubblico superiore, cioè l’esigenza di proteggere la vita di altre persone. Negli altri episodi, quando non c’è il pericolo, se non per la persona scomparsa, se e come rendere pubblica l’identità del ricercato devono deciderlo solo i familiari di concerto con la polizia.

Certo è che non sarebbe male se si riuscisse a conoscere (almeno in redazione) qualche aspetto in più sui motivi dietro le scomparse, tanto per capire che risalto dare alla richiesta di pubblicazione. Magari creando categorie che fin da subito chiariscano su che terreno ci si sta muovendo e in che casistica si rientra.

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