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21.05.2019 - 06:30

Delon e le insidie del perbenismo

Contestata la Palma d'oro alla carriera consegnatagli a Cannes. Ma le categorie di giudizio morale sono agli antipodi della creazione artistica

di Roberto Antonini
delon-e-le-insidie-del-perbenismo
Keystone

Le  acide polemiche non sono riuscite a guastargli la festa. Visibilmente riconoscente, in lacrime, Alain Delon ha ricevuto dalle mani della figlia Anouchka  la Palma d’oro alla carriera.

Prima il red carpet lo aveva accolto sulle note di ‘Il clan dei siciliani’, vergate da Ennio Morricone per la pellicola di Herni Verneuil in cui l’83enne star appare accanto ad altri due grandi, Jean Gabin e Lino Ventura. Conferimento carico di emozioni e certamente  dovuto per  quello che appare indubbiamente come un mostro sacro della settima arte. I numeri: 60 anni di carriera, 90 film. I nomi che lo hanno accompagnato nello straordinario percorso: troppi per essere ricordati tutti qui. Sono quelli tra gli altri dei registi Joseph Losey, Luchino Visconti, René Clément, Jean-Luc Godard, Michelangelo Antonioni, senza dimenticare attori e attrici tra cui uno dei grandi amori della sua vita,  Romy Schneider. Il gotha di una magica lunga stagione del cinema.

Ma qualcuno ha pensato che il protagonista di ‘Rocco e i suoi fratelli’, de ‘Il Gattopardo’ o di ‘Monsieur Klein’ non avesse cittadinanza sul proscenio del festival cinematografico più importante al mondo. 23mila firme in calce a una petizione lanciata negli Stati Uniti hanno cercato di convincere l’establishment artistico di Cannes a negargli quell’onorificenza. Le colpe di Delon sono sintetizzate nella triade “razzista, misogino, omofobo”. Simpatie per Jean-Marie Le Pen, ex leader della destra radicale, ammissione che aveva schiaffeggiato la moglie, opposizione alle adozioni gay. Ad alcune obiezioni ha risposto schizzando un velenoso «je m’en fous» (matrimoni gay), ad altre spiegando (sì, sono contro le adozioni da parte di coppie omosessuali), ad altre infine ammettendo (sberle sì, alcune date e molte ricevute).

Di fatto però è la natura stessa della contestazione a evidenziare l’incongruenza delle accuse: qualsiasi esse siano, nulla hanno a che vedere con la qualità artistica dell’attore. Le promotrici della petizione, indossando gli abiti di novelle Torquemada o inaugurando una versione occidentale dei Basij, i guardiani del buon costume che scorrazzano nelle strade di Teheran, hanno inserito nel contesto culturale categorie di giudizio morale. Che sono agli antipodi della creazione artistica. Per ragioni analoghe uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, Jorge Luis Borges, fu privato del Nobel. 

Quanti nomi rimarrebbero nella storia della pittura, della musica, del pensiero, se depennassimo quelli di chi non ha aderito ai canoni morali o di chi ha fatto opera di sedizione nei confronti del pensiero dominante? Attribuire un premio unicamente ad attori che si schierano per l’adozione da parte di coppie omosessuali o che hanno amicizie solo negli ambienti progressisti sconfina nel farsesco. Prova ulteriore che nel mondo dei prêt-à-porter ideologici e dell’immediatezza, la cieca partigianeria prevale quasi sempre sul senso del ridicolo.

Una forma mentis che cancella al tempo stesso la complessità di fatti, situazioni e persone. Delon ha girato un lungometraggio contro la pena di morte, ha finanziato una pellicola contro la guerra d’Algeria. “Il mio unico rimpianto – afferma in un’intervista – è di non esser mai stato diretto da una donna”. Lacuna che colmerà presto, ma a teatro, in una pièce di Jeanne Fontaine: ‘Le crépuscule d’un fauve’. Lui che il proprio crepuscolo lo ha già interpretato sul grande schermo: “Alla fine di diversi film scompaio o muoio” ricorda Delon, che aggiunge: “Mi è sempre piaciuto morire, mettere il vero punto finale”.

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