Wikipedia / Edgar Degas, La buveuse d'absinthe, 1876
DISTRUZIONI PER L’USO
06.04.2019 - 06:300

Leggere Siccardi in bettola

L’imprenditore iperliberista colpevolizza quelli che ricevono aiuti sociali. Provo a rovesciare la prospettiva

“Se la metà della popolazione attiva non produce e non si evolve, e vive alle spalle di chi lavora duro tutto il giorno, e di pochi grandi contribuenti, l’economia prima o poi si accartoccia e smette di sostenere un benessere fittizio e parassitario”. Leggo la sentenza di Alberto Siccardi sul ‘Corriere del Ticino’. Vedo tutto nero. Chiudo gli occhi.

Mi immagino seduto in bettola alle undici di mattina – è l’opinabile vantaggio del turno serale –, mentre sfoglio i giornali già bisunti. Ce l’ho davanti a me, quella popolazione che “non produce e non si evolve”, non serve neanche una gran fantasia: al bancone un paio di avvinazzati di mezz’età batte i pezzi a una barista annoiata; la bevitrice d’assenzio di Degas mormora qualcosa fra sé e sé, lo sguardo perso oltre il bicchiere; quattro disoccupati depressi contano gli assi con polso incattivito; per radio passa Eros Ramazzotti, a sottolineare la scena con garrulo sarcasmo: “Più bella cosa non c’èèèèè…”.

Eccolo qui, il Ticino che fa tanto schifo a Siccardi, imprenditore e Savonarola dell’iperliberismo. Quelli “nati per andare in assistenza”, che alle fatiche del lavoro e dell’impresa preferiscono “una vita modesta ma senza stress”, quelli “senza alcuno stimolo a fare di meglio nella vita”. Questi il “discorso di valori” e “l’educazione alla cittadinanza” non sanno cosa siano, i maledetti. Figuriamoci poi “la responsabilità individuale”, che Siccardi porta in giro come la Madonna a Ferragosto. Non se li meritano, questi, i soldi delle mie tasse per stare in assistenza. Non se la meritano, la generosità fiscale dei nostri imprenditori. Andassero a lavorare, piuttosto.

O forse no. Forse, se Siccardi si sedesse qui accanto a me, noterebbe una realtà un po’ diversa. Lo vedi quello lì, Alberto? Sì, proprio lui, quello che sta parlando col suo cane. Quello ha perso il suo lavoro due anni fa, perché la sua ditta gli ha detto che non serviva più. Non ha saputo “imparare il computer”, come dice lui, e adesso salta da un lavoretto in nero a un programma occupazionale. Ma ha più di cinquant’anni, chi vuoi che se lo pigli. E il tizio che sta già al quinto bianchino? Ecco, lui combatte con la depressione più o meno da quando si ricorda, è rimasto senza una famiglia e anche l’assistente sociale fa fatica a stargli dietro, con tutti i casi che deve seguire. Il biondo, dici? No, hai ragione: lui è solo un coglione. Ma non ne vedi tanti come lui anche in azienda, che hanno avuto giusto il vantaggio di qualcuno che li seguisse, gli pagasse le ripetizioni, li spingesse a tirarsi assieme?

E qui stai vedendo solo gli ossi di seppia, i ‘disadattati’. Non vedi tutti quelli che pur di “produrre”, come dici tu, si sono infilati il vestito buono e adesso corrono sotto la pioggia a consegnare curriculum. Non vedi quelli che lavorano da stelle a stelle, ma coi soldi non arrivano al 15 del mese. Sono molti di più, e non per tutti ci sarà il lieto fine. Soprattutto se li si incolpa di essere “sussidiati” per spingerli fuori dalla rete sociale.

Non li sto assolvendo, Alberto. Assoluzioni e condanne non spettano a noi, per fortuna. Poi c’è pure chi se ne approfitta, conosco anche quelli. Ma non pensare che nella vita sia tutta una questione di merito, della tua benedetta “responsabilità individuale”. Certo, al merito dobbiamo crederci: ci aiuta ad alzarci tutte le mattine. Credersi fabbri della propria fortuna è fondamentale, al giorno d’oggi poi. In fondo però lo sappiamo entrambi, che non è sempre così.

Che il merito è impossibile da misurare e da definire, se non facendone un’ideologia. Cieca e sprezzante, come tutte le ideologie. Perfino la determinazione, l’intelligenza, la resistenza sono questioni di fortuna. La nostra ricchezza, il nostro benessere vengono soprattutto dalla famiglia e dal luogo in cui nasciamo, non solo dalla responsabilità individuale. Non me lo invento: leggiti ‘Successo e fortuna’ di Robert Frank, che insegna management alla Cornell e sul tema ha scritto un saggio gustoso e ben documentato.

È che siamo stati fortunati, io e te, ciascuno a modo suo. E adesso è facile pensare che ce lo siamo semplicemente meritato. Ma è davvero così? Sei sicuro che la tua idea di società, con meno assistenza e più competizione, possa guarire tutto? O stiamo solo giustificando i nostri privilegi?

Pensala come vuoi, Alberto. Ma prima di finire quella gazosa ascolta le parole di Steinbeck, uno che il mondo degli “improduttivi” lo conosceva bene: “I suoi abitanti sono, come disse un tizio una volta, ‘Battone, ruffiani, biscazzieri e figli di puttana’, e intendeva dire: tutti quanti. Se avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: ‘Santi e angeli e martiri e uomini di Dio’, e il significato sarebbe stato lo stesso”.

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