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15.03.2019 - 18:590

Datemi un martello (Marchesi e il clima)

Troppi candidati pensano di risolvere tutti i problemi con un'unica formula. Un esempio da manuale

“Se il solo strumento che possedete è un martello, qualunque cosa vi sembrerà un chiodo”. Lo psicologo Abraham Maslow spiegava così un’innata tendenza umana: cercare di ‘riparare’ ogni aspetto della realtà coi pochi attrezzi che la nostra esperienza, la nostra intelligenza e la nostra cultura ci mettono in mano, anche quando tali attrezzi sono del tutto inadatti allo scopo. Così, di fronte a ogni problema, l’alcolizzato penserà sempre che quello che serve è un grappino (il giornalista egomaniaco, invece, penserà che basti un lungo articolo).

Bene o male ci passiamo tutti. È dunque naturale che ci passino anche i politici, specie quando i ritmi della campagna elettorale impongono di usare come utensili slogan semplici e ricorrenti. Basta recuperare dal bidone della carta volantini e santini, e di martelli di Maslow se ne trova un’intera cassetta: parole-chiave e frasette da scuole elementari fanno capolino fra foto improbabili e grafiche dozzinali; “uguaglianza”, “lavoro”, “libertà”, “patria”, “identità”, “sicurezza”, “territorio” – a seconda del candidato e senza ulteriori precisazioni – diventano l’elisir per tutti gli acciacchi della cosa pubblica, dalle pensioni alle buche per strada. Naturalmente, dato lo spirito del tempo, una delle mazze più usate è quella dello stop all’immigrazione. Lavoro, sicurezza, previdenza sociale, terrorismo: tutto ti curo con un bel muro.

Niente di nuovo, chiaro. Il bello (si fa per dire) viene quando certe fissazioni nazionaliste raggiungono un parossismo quasi commovente, come se cercassero di convincermi che posso farci anche lo zabaione, con quel martello. Quando ad esempio sfoglio le pagine delle opinioni elettorali e mi trovo di fronte il titolo: “La miglior politica verde? Un’immigrazione moderata”.

Firmato: Piero Marchesi, candidato Udc al Consiglio di Stato e Gran Consiglio. Mi stropiccio gli occhi. Mi misuro un attimo il polso. Controllo che nella mia borraccia non sia finito del gin. Niente, tutto normale. C’è proprio scritto così. Che che l’immigrazione va ridotta “allo stretto necessario” per “una politica ambientale sostenibile”. Leggo oltre per capirci di più. “La presidente del Plr svizzero – scrive Marchesi – ha affermato che è necessario adottare una politica più verde riducendo le emissioni di Co2”. La squilibrata. “Il Ppd e la sinistra da tempo ammiccano alle proposte di tassare le attività dei cittadini svizzeri che sono reputate poco virtuose”. Bigotti. Tanto, si sa: “illudersi di risolvere il problema ambientale globale solo come Svizzera è da pazzi”. Quindi perché provarci? Vai avanti tu che a me mi vien da ridere. Ma eccoci al dunque, alla soluzione-quella-vera, al maglio che colpisce sulla testa l’arrugginito chiodo del surriscaldamento globale: “Questi partiti non vogliono ammettere e affrontare quella che è la causa principale (sic) dell’aumento dell’inquinamento, l’immigrazione incontrollata”.

E a un tratto tutto è chiaro. Le scure nubi che mi annebbiavano il cervello (smog?) si diradano. Come ho fatto a non pensarci prima? L’immigrazione fa aumentare la popolazione. Ai nuovi residenti servono “case e appartamenti”, “nuovi ospedali”, “negozi, strade”, “smaltimento di acque fognarie”, “acqua potabile e risorse in genere”. Ci rubano l’acqua, ci rubano! Gli slum di Lamone, le baraccopoli di Cadenazzo sono lì a dimostrarlo. Basterebbe levarseli dalle palle, così “una Svizzera e un Ticino con un’immigrazione sotto controllo potranno avere un’economia rispettosa, uno sviluppo armonioso e un ambiente più sano e vivibile”.

Certo, si potrebbe obiettare che se il problema ambientale è “globale”, come sostiene perfino Marchesi, poco conta dove sta la gente; anzi, se stesse in paesi con standard ambientali meno rigidi, il suo impatto sul clima potrebbe diventare anche peggiore (sempre che non si estinguano tutti piuttosto alla svelta, con malthusiano buon gusto). Si potrebbe anche notare che proprio i cambiamenti climatici ‘a casa loro’ contribuiscono alla necessità di emigrare. Si potrebbe chiosare che un blocco dell’immigrazione in nome dell’ambiente sa tanto di quella “decrescita felice” della quale nessuno, finora, ha saputo dimostrare la sostenibilità (ma non erano quelli di destra gli amici del mercato e dell’economia?)  Si potrebbe altrettanto dire che le stesse persone che inquinano sono quelle che lavorano e che consumano: e che allora è proprio sulla struttura produttiva e sulle modalità di consumo di tutti che occorre intervenire, invece di additare una minoranza al disprezzo di branco.

Si potrebbe, certo. Ma di fronte al genio, la pedanteria può solo deporre le sue armi spuntate. A che servono le fumisterie di chi non ha una sola soluzione, perché pensa che dietro al problema dell’inquinamento – e non solo a quello – vi siano innumerevoli cause? Quella di Marchesi è l’arma-fine-di-mondo, un rasoio di Occam più affilato di una Berkel. Ed è questo che ci serve, per decidere chi votare: soluzioni elementari e dirette a problemi incasinatissimi. Meglio ancora se basate sulla lotta contro un presunto nemico, e qui il povero Maslow deve cedere il posto a Rita Pavone: “Datemi un martello – che cosa ne vuoi fare? – lo voglio dare in testa a chi non mi va”.

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