Commento
19.01.2019 - 06:300

Quei giovani in piazza per il clima: cosa ci stanno dicendo?

Cari adulti, bisogna agire subito, non c’è più tempo per tergiversare!

Cosa ci stanno dicendo le migliaia di giovani apprendisti e studenti scesi in piazza ieri in tante città svizzere (Ticino per ora escluso)? Decidendo di scioperare e scegliendo la provocazione delle braccia incrociate e degli zainetti a casa il venerdì, ci vogliono far sapere che il tempo per prendersi cura dell’ambiente in cui viviamo sta scadendo. E, se non riusciamo a trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora va cambiato. Insomma: non si può più temporeggiare e tanto meno fingere che non stia accadendo nulla di particolarmente grave. Di qui la scelta della ‘disobbedienza’, accompagnata da slogan significativi del tipo ‘non c’è tempo per andare a scuola, dobbiamo agire subito’, in violazione dell’obbligo di frequenza scolastica.

Come dare loro torto? Soprattutto quando coloro che più inquinano la sola Terra che abbiamo si permettono – Trump è solo l’esempio più lampante – di fare dietrofront rispetto agli impegni internazionali a salvaguardia dell’ambiente, che è poi il pianeta sul quale viviamo tutti. È la Terra che ci dà il cibo, ci offre l’aria da respirare, ci mette a disposizione il terreno sul quale costruire le nostre abitazioni ecc… La Terra madre che, indossati i panni dei predatori, feriamo e dissanguiamo. A tal punto che ormai siamo all’effetto boomerang per quanto abbiamo rovinato e distrutto. Non parliamo solo dell’inquinamento atmosferico e dell’effetto serra, che da soli già basterebbero a preoccupare, ma anche dello stato di salute degli oceani e dell’acqua in generale. Qualche giorno fa abbiamo titolato in prima pagina che il lago di Lugano è il terzo bacino svizzero più inquinato da microplastiche. Ma queste ultime non sono finite lì per caso e da sole. No, nell’ambiente, prima che si concentrassero nel Ceresio, le abbiamo disseminate noi. E, finalmente, ne siamo consci, finire nella nostra catena alimentare dal lago di Lugano è un attimo. La stessa cosa era successa anni e anni fa dopo l’incidente di Cernobyl, con le varie particelle radioattive volate dall’Ucraina fin qui ad inquinare (e non poco) le colture e il pesce indigeno.

Non stupisce (anzi plaudiamo) che oggi a dire stop e a richiamare noi, la generazione che con quelle precedenti ha gestito il ‘sistema’, alle responsabilità di correggere la rotta sono loro: i giovani non ancora maggiorenni. Toh, quelli che credevamo poco interessati a quanto succede attorno, rispetto ai giovani di altri momenti storici. Il monito degli scioperanti – dai Paesi Bassi, alla Germania, alla Finlandia, alla Danimarca e all’Austria, partendo dal richiamo di Greta a Katowice e correndo in rete – anche nella nostra piccola Svizzera ha portato ieri a manifestare oltre 20mila giovani. Una mobilitazione che ha già spinto taluni istituti scolastici a chinarsi sul problema, organizzando corsi ad hoc sull’emergenza ambientale (oltre che a dover regolare la questione delle assenze dai corsi per sciopero). Una mobilitazione che sta anche interrogando direttamente i politici circa la possibilità di fare di più e meglio nella riduzione delle emissioni di gas serra praticamente da subito (per avere risultati entro il 2030); e, non da ultimo, una mobilitazione che sta anche spingendo tanti giovani a riflettere sulle proprie abitudini per non – come si suol dire – predicare bene (bigiando) e razzolare male. Ad esempio chiedendosi: cosa posso fare io? Quando ho preso l’ultimo aereo ‘low coast’ per farmi un paio di giorni di vacanza?
Il dibattito, lanciato dall’attivista svedese 16enne Greta Thunberg, è dunque partito in mezza Europa.

Speriamo non sia soltanto un fuoco di paglia, ma un fuoco sacro per cambiare davvero rotta. La sfida è ardua. Ma i giovani e l’ambiente ci dicono, giustamente, che non è più procrastinabile.

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