Commento
15.09.2018 - 06:300

L’icona del disastro

La simbologia irresistibile dei resti del ponte Morandi

Non posseggono il magnetismo voyeuristico della Costa Concordia rovesciata su un fianco, ma ora che anche i resti del Ponte Morandi si stanno trasformando in una icona dell’estetica dei disastri, è necessario chiedersi se la simbologia irresistibile di quel moncone sospeso su abitazioni svuotate d’autorità non sia la sola cosa rimasta della tragedia del 14 agosto.

Simbologia che per propria natura ispira un vocabolario politico votato più ad affermare principi che a descrivere la realtà, liberando chi lo impiega dall’obbligo di corrispondere alle parole. Di esserne responsabili.

Ma non sembra l’Italia attuale il luogo, né questo il tempo. Allo shock, al dolore e alla rabbia suscitati dal crollo non è cioè seguita la capacità (o la volontà) di assumere, ciascuno per il proprio ruolo, le responsabilità dovute: non il governo, non la società concessionaria, né (in misura comunque minore) l’informazione.

La Società Autostrade, trincerandosi dietro il comprovato rispetto delle norme di concessione, non è stata “lacunosa nella comunicazione” (secondo la difesa tardiva dei suoi dirigenti), ma, più prosaicamente, ha certificato senza volerlo la distanza che separa il legittimo obiettivo di produrre ricchezza, dalla “cura” di ciò che non si traduce in attivi: la vita, i sentimenti, il bene comune. Questo non ne fa dei fuorilegge, ma è pur vero che se la legge non è fatta per l’uomo…

Quanto al governo, l’immagine di sé che ha dato (e trattandosi di un governo l’immagine è prassi, è conseguenza) è stata ancora una volta desolante. Da un mese le ciance espresse in forma ufficiale o, preferibilmente e irresponsabilmente, per le vie social, non esprimono altro che uno scontato livore nei confronti della società concessionaria, trascinando nel ludibrio pubblico i giornali che ne ospitano lucrose pubblicità, annunciando nazionalizzazioni à la carte, arrivando, l’avvocato Conte (occasionalmente capo del governo), a pronunciamenti di colpevolezza in vece della magistratura (“non possiamo aspettare i tempi della giustizia”). Un esecutivo “di lotta e di governo”, come sappiamo sin dal giorno del suo insediamento. Che non ha prodotto un solo atto che risponda alle urgenze più gravi di Genova (lasciate in carico alle autorità locali) e che prefiguri un percorso di ricostruzione tempestivo e garantito. Il Ponte non lo ricostruirà Autostrade, ma lo pagherà fino all’ultimo spicciolo: più in là il ministro Toninelli non sa evidentemente andare.

Anche in questa occasione, infatti, i grilloleghisti al potere confermano di non essere all’altezza delle parole che usano. Andrebbe cioè fatto un ragionamento attorno alla scelta sciagurata di privatizzare beni fondamentali come la rete viaria e dei trasporti, le fonti di approvvigionamento energetico, strategiche per uno Stato, delle intelligenze necessarie a farlo non si vede traccia.

Annunciare: nazionalizzeremo le autostrade, per dire, è una baggianata se si pensa a quanto territorio la Lombardia leghista ha compromesso, per consentire ai propri “investitori” di costruire inutilissime autostrade. E lo è, tragicamente, ancora di più se si intende dire che se fosse stato di proprietà e responsabilità pubblica, il Ponte Morandi non sarebbe crollato. Si sommino i morti provocati da crolli e frane sulla rete stradale statale, su quella ferroviaria: quante volte Genova…

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