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08.03.2018 - 06:300

C’era una volta il Nano

Cinque anni fa moriva Giuliano Bignasca. Cosa distingue la sua Lega da quella odierna?

Cinque anni fa moriva improvvisamente Giuliano Bignasca, il padre padrone della Lega, l’imprenditore che decise di buttarsi in politica per via di uno sgarbo, che seppe prima di tutti intercettare l’arrivo dei venti tempestosi della globalizzazione che avrebbero scombussolato il mercato del lavoro e tante altre nostre abitudini e certezze.

La sua Lega – e prima ancora il suo Mattino – nacquero in controtendenza, rispetto ai partitoni tradizionali che stavano avviando il loro ridimensionamento/declino. Mentre liberali, pipidini e socialisti accusavano le prime perdite e le loro storiche testate quotidiane si trasformavano nella migliore delle ipotesi in settimanali, per la Lega fu un successo elettorale dietro l’altro, anche grazie alla grancassa domenicale.

Giuliano Bignasca (affiancato da un non meno spregiudicato Flavio Maspoli) abituò il Ticino a un linguaggio politico a tratti triviale, a campagne stampa dissacranti e pure offensive, subì processi penali vestendosi alla Di Pietro con tanto di pistola ad acqua sfoderata in aula. Quando venne eletto a Berna si presentò al Nazionale col piccone. Spedì in parlamento a Bellinzona la pornostar Sandy Balestra, scimmiottando la Cicciolina dei radicali italiani.

Al Nano – lo dice uno che è finito non poche volte in caricatura sul Mattino ed è risaputo che fra noi e il domenicale non sono mancate le scintille e le cause giudiziarie – non potevi comunque voler male. Era semplicemente un miscuglio di genio (con tanto fiuto politico) & sregolatezza (tanta) e anarchia. Quel genio che lo faceva anche cambiare repentinamente tematica quando sentiva che stava procedendo su un binario morto.

Cosa distingue dunque la sua Lega da quella odierna? Parecchie cose. Egli è stato all’opposizione per alcuni anni, convinto comunque che il successo prima o poi sarebbe arrivato, perché la globalizzazione, la libera circolazione (con le migliaia di frontalieri in crescita a cui era lui il primo a dare lavoro nell’edilizia) e le migrazioni, erano tutti fattori dirompenti che macinavano per lui. E lo hanno effettivamente fatto. Ci ha sempre messo la faccia e i soldi mentre operava di sfondamento. Ha beneficiato di mille confidenze raccolte fra chi voleva far fuori amici (politici) e amici degli amici, salvo poi utilizzarle, quando divenne sufficientemente forte, per ricattare anche i suggeritori.

Oggi invece abbiamo una Lega senza leader, ma con tanti colonnelli. Alcuni alla guida della città sul Ceresio; altri (pochissimi) in parlamento; due in governo; uno alla testa del Mattino. Altri ancora dietro le quinte, il cui potere è comunque enorme, visto che tengono i cordoni della borsa. Politicamente, la mancanza di un leader in un movimento, visto anche il potere oggi detenuto, genera incertezza. C’era una volta il Nano e ci sono oggi tanti nanetti. Capita – è un esempio – che fino all’ultimo non si sappia quale sia la vera posizione leghista, come recentemente quando il domenicale sparava alzo zero contro Paolo Beltraminelli, mentre Norman Gobbi e Claudio Zali non facevano una piega. Ma questa è anche la forza della Lega: nutrire contemporaneamente la piazza e gestire il Palazzo, utilizzando persone e linguaggi diversi.

La surfata sulla cresta dell’onda, pur in un certo caos che non fa bene al cantone (abituatosi presto a lagnarsi e ad attribuire le colpe di quel che succede agli altri, anziché ad essere positivo e propositivo), non è ancora finita. Se l’Italia mostra la via, come già avvenne ai tempi del Nano con la Lega Nord, speriamo di non imboccarla.

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