Crans-Montana, riflessioni su ciò che resta dopo l’urgenza

Non tutte le tragedie ci colpiscono allo stesso modo. Alcune lo fanno quando riconosciamo qualcosa di nostro. Nel dramma dell’incendio di Crans-Montana, ciò che mi ha colpita più profondamente è stata un’accomunanza. Una delle prime testimonianze diffuse dai media era quella di una madre che cercava il proprio figlio. Aveva la stessa età e lo stesso nome del mio primogenito. In quell’istante, il confine tra ‘loro’ e ‘noi’ si è dissolto. Non era più soltanto una notizia: era una possibilità insopportabile, un dolore immaginato che diventava reale.
La cronaca dell’emergenza è necessaria. Le inchieste sono doverose. Le responsabilità vanno accertate. Ma, passato il tempo dell’urgenza, resta una domanda più silenziosa e forse più difficile: come ci si prende cura di una comunità ferita? Che cosa rimane quando le telecamere se ne vanno, quando il dibattito pubblico si sposta altrove, quando il dolore non fa più notizia ma continua a esistere?
Forse ciò che ci colpisce di più è ciò che ci somiglia. È un dato umano, prima ancora che etico. I luoghi che conosciamo, le età che riconosciamo, i nomi che potrebbero essere i nostri rendono il dolore più vicino, più difficile da tenere a distanza. Non è una colpa: è il modo in cui l’empatia prende forma. Ma proprio da questa prossimità può nascere una responsabilità più ampia. Se impariamo a riconoscere quanto una tragedia ‘vicina’ ci attraversi, possiamo allenarci a non considerare estraneo il dolore che accade altrove.
Prendersi cura di una comunità significa riconoscere che il trauma non riguarda solo le vittime dirette. Coinvolge compagni di scuola, insegnanti, genitori, soccorritori, vicini. Coinvolge anche chi, pur non essendo stato toccato direttamente, si è riconosciuto in quel dramma. Essere parte di una comunità significa vivere dentro una fragile interdipendenza, in cui il dolore di uno risuona, in forme diverse, nel dolore di molti.
La cura non si esaurisce nell’intervento tecnico o nel sostegno individuale. È una responsabilità collettiva che riguarda le istituzioni, la scuola, i servizi sociali, i media, ma anche il linguaggio che scegliamo. Curare una comunità significa creare spazi di ascolto che non patologizzino il dolore, tempi che rispettino la lentezza dell’elaborazione, parole che non semplifichino ciò che è complesso.
C’è una responsabilità etica che invita a non archiviare troppo in fretta. A non trasformare il dramma in un ‘caso’. A non fermarsi alla sola ricerca dei colpevoli, pur necessaria, dimenticando la ricostruzione dei legami. La giustizia è indispensabile, ma non basta: senza una cura condivisa il rischio è che le ferite restino aperte, invisibili, silenziose.
Dopo l’urgenza rimane una comunità che deve continuare a vivere. Prendersene cura significa assumersi la responsabilità di restare, di accompagnare, di non dimenticare. Prendersi cura di ciò che resta è una responsabilità che riguarda tutti e che nel tempo chiede presenza, ascolto e continuità.