I dibattiti

Il dilemma liberale radicale

(Ti-Press)

Il partito della paura degli stranieri, ma anche della paura della libertà economica, ha vinto. Per me, la prima cosa da fare è dunque un’analisi onesta del risultato liberale radicale generale. Il Plrt, al netto delle congiunzioni, è il partito più votato in Ticino. Bene, certo, ma non serve a molto dire che “abbiamo tenuto” o che “non abbiamo perso seggi”.

Proprio nell’anno in cui si festeggia il 175º della fondante Costituzione federale del 1848, voluta dai liberali, il Plr sul piano nazionale è stato superato dal Centro, erede di chi quella legge fondamentale inizialmente proprio non la volle. Ho più volte fatto notare che, a livello europeo, i partiti liberali che superano il 10% rappresentano un’eccezione e non vorrei che, tra qualche anno, tra di loro vi fosse anche il Plr svizzero. Sempre a livello nazionale, la polarizzazione Udc-Ps non esce certo ridotta dal voto, anzi, e con le conseguenze facilmente immaginabili. Facile, commentano i più, in un momento di crisi migratoria, esplosione dei costi della salute e scenari di guerra che fanno temere anche noi svizzeri. Facile ma futile. Dirlo non serve a nulla, se non seguono, perlomeno da parte liberale, riflessioni e decisioni sul profilo da tenere che siano all’altezza della vera posta in gioco. Nulla di più e nulla di meno che la difesa dello Stato di diritto e di una democrazia liberale che non può vivere di “capri espiatori” via via additati a seconda delle preferenze: le multinazionali, gli immigrati, le casse malati o i medici avidi, i non patrioti, i manager senza scrupoli, i poveri, gli stranieri, gli immigrati, gli asilanti e via narrando. Se non riusciamo a decostruire narrativamente e fattualmente questi linguaggi, queste caricature, ne saremo sempre più prigionieri. Senza razionalità, dati, confronti e, soprattutto, senza il rispetto, l’ascolto e la mediazione alla base della discussione pubblica il liberalismo politico ha sempre meno campo.

Per finire, il Ticino avrà probabilmente 4 deputati su 10 alle Camere federali espressi da Udc e Lega. Con l’Udc che, in sostanza, sta assorbendo il partito che fu di Giuliano Bignasca. L’Udc guadagna il terreno dove la Lega lo perde, riuscendo nell’impresa di convincere tutti (o quasi) con il nazionalismo, anzi con il cantonalismo. L’ala sociale leghista può solo leccarsi le ferite e quando si voterà per le prossime Comunali e Cantonali il tutto diventerà ancora più visibile.

Cosa dovrà fare il Plr? È il dilemma che tutte le formazioni di centro europee hanno verso le rispettive destre. Seguirne le orme con parole più gentili, sperare che il potere le logori o il debito pubblico le faccia rinsavire o ritrovare quella radicalità – e coerenza – che gli furono originarie e sono oggi necessarie a mostrare, in sostanza, l’incapacità della destra nazionalista di gestire il Paese al di là del risultato elettorale?

Tanti i temi non proprio irrilevanti, sui quali mi auguro vorranno chinarsi anche gli eletti, ne elenco alcuni: economie moderne interdipendenti e confrontate con una svolta energetica dagli esiti sociali difficili da gestire; società dove la “likeship” diventa “leadership”, pluralistiche e con individui propensi alla collera piuttosto che a capire prima di giudicare (e votare). E, non meno importante, tutto questo sullo sfondo della volatilità politica, o peggio, dell’astensionismo. Queste alcune delle questioni rilevanti nel resto d’Europa e anche da noi. Sono, credo, talmente grandi che non basta farsi piccoli e sperare di farcela, magari ammiccando a una certa destra.

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