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Il Libro bianco, 25 anni dopo

Era il 1998, il Dfe pubblicò un libro particolare. I media lo distrussero prima ancora di sfogliarlo, i partiti quando era ancora nelle rotative

Era il 1998, il Dfe pubblicò un libro particolare che nel linguaggio volgare fu definito "libro bianco", mentre il suo titolo esteso era ‘Ticino 2015: libro bianco sullo sviluppo economico cantonale nello scenario della globalizzazione’. Ne fu detto e scritto peste e corna. I più buoni dissero che era un manifesto del liberismo sfrenato a favore dei soliti ricchi, i più cattivi dissero che era un manuale per distruggere il Ticino. I media lo distrussero prima ancora di sfogliarlo, e i partiti lo distrussero quando era ancora nelle rotative, compresa una parte del partito di chi il libro lo volle. Da allora sono passati ormai 25 anni e sei Governi. Ogni tanto qualche politico, per sentito dire e non perché l’abbia mai letto, fa riaffiorare ricordi o riferimenti a questo libro, specie quando vuole connotare negativamente un avvenimento o una proposta politica che anche solo lontanamente profuma di libero mercato, di responsabilità individuale, di sussidiarietà, di società civile che dovrebbe riprendersi in mano il futuro senza consegnarsi nelle braccia dello statalismo. Ecco che allora scatta il "marchio infame" e si dice "roba da libro bianco".

Chi lavorò, permettetemi c’ero anch’io, a quel libro non aveva sbirciato né nelle carte della provvidenza né in quelle del destino (Wilhelm Röpke). Semplicemente, anziché partire da concetti ideologici già vetusti a fine anni ’90 (destra/sinistra e via dicendo), ci si mise a osservare la realtà per quello che era e ci si mise a capire i segnali che la realtà mandava verso il primo decennio del nuovo secolo. Dopo le 101 misure (lotta all’emergenza economica degli anni ’90) occorreva un progetto di sviluppo più ampio e strutturato. Oggi siamo ormai otto anni dopo quel 2015, anno in cui le misure avrebbero dovuto iniziare a generare un benessere diffuso. Dove saremmo, cosa faremmo oggi se politica, società civile e cittadini avessero sposato il concetto di Patto Paese (leggete quel capitolo a pagina 225, se avete voglia), lanciato allora? La risposta non c’è, e la prova del nove nemmeno. Allora si poneva però la scelta tra il rilancio competitivo, che si spiegò benissimo in cosa consistesse, e il declino controllato, spiegato altrettanto bene. Fu deciso di maledire il libro e chi lo scrisse, e per anni "più non vi leggemmo avante…"; e non se ne fece nulla. Anzi, la scelta di far nulla non fu neutra e priva di conseguenze, perché ha portato a dover scegliere oggi, a 25 anni di distanza, tra declino controllato e declino non controllato (e la scusa del Covid non c’entra). I dati economici del decennio inattivo, che abbiamo dietro le spalle, sono una noia, ma leggeteli, non lasciano dubbi; come quelli del malessere sociale in costante crescita.

Rileggendo il Libro bianco, con distacco e ormai in altre circostanze, vi si può però scoprire che tre quarti delle previsioni fatte per il primo decennio del XXI secolo sull’economia mondiale, europea, asiatica e svizzera si sono avverate. Vi si può leggere che le misure proposte per il Ticino e mai attuate, salvo quelle sul cantone della conoscenza (Usi, Supsi e laboratori, campus) sono invece state la chiave di successo e sviluppo per quei Paesi e per quelle Regioni (anche svizzere) che chiamandole in altro modo (in inglese) le hanno adottate. Avessimo aperto qualche cantiere, avessimo intrapreso la realizzazione di alcune di quelle misure, avessimo stabilito un patto paese, oggi non tremeremmo per la piazza finanziaria, non avremmo paura dei frontalieri, non passeremmo il 10% del giorno incolonnati, e non dovremmo sopravvivere con dumping, disoccupazione, lavoro precario, emigrazione giovanile e malessere sociale diffuso; non ci sbraneremmo per rubarci le fette di una torta sempre più piccola. Non sogneremmo per il 2030 paradisi di decrescita economica inclusiva, sostenibili e accoglienti, per evitare di affrontare la realtà per quella che è.

È vero, con i se e i ma non si va da nessuna parte; e non si sa come sarebbe andata a finire. Ma si sa come è e come purtroppo sembra andrà a finire da qui al 2030 senza un’idea, senza un progetto di riforme strutturali simile a quello di allora (perché non scongelarne alcune?). Riforme alle quali una processione ventennale e chilometrica di cecchini statalisti si è sempre opposta. Soluzioni alle quali nemmeno sei governi di fila hanno mai saputo o voluto proporre alternative.

Nostalgico? Forse. Realista? Molto. Un quarto di secolo se n’è andato. Da allora continuiamo ad aspettare quel "Libro rosso" che ci fu promesso da parte dei nostri avversari che furono, che sono e che saranno. Ci hanno già fatto perdere quasi un quarto di secolo, speriamo non ce ne rubino un altro.

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