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03.08.2022 - 07:33

La guerra in Ucraina affama l’Africa

di Pedro Ranca Da Costa, già collaboratore all’Ufficio Integrazione
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E l’Africa? In questi giorni, in cui si parla giustamente quasi solo dell’Ucraina, poco ci si interroga sulle conseguenze che la guerra sta già producendo in quel continente. Terre che sono lontane da Kiev e da Mosca, ma solo geograficamente, perché gli effetti del conflitto hanno cominciato già a pesare, e in modo notevole, dal Cairo a Città del Capo. Si tratta di considerare il punto di partenza: una cosa è l’Europa o l’America del Nord, in cui certamente le economie già subiscono e subiranno duri colpi, ma che mostrano redditi pro capite elevati. Un’altra cosa è l’Africa che nel suo complesso già prima dell’invasione russa dell’Ucraina non poteva certo vantare sicurezza, sviluppo, ricchezza e – in molti casi – anche libertà e democrazia.

In altre parole, la guerra ha sorpreso paesi che erano già alle prese con fragilità endemiche come sistemi sanitari ed educativi fortemente precari, disoccupazione a doppia cifra, disuguaglianze economiche e sociali, senza considerare i danni procurati dall’emergenza climatica e, soprattutto, da conflitti di cui si parla troppo poco ma che a volte esistono da anni. È evidente quindi che non si possono fare due pesi e due misure tra il Nord e il Sud del mondo. Soprattutto, poi, quando scoppia una guerra che per le sue ripercussioni è già per forza di cose "mondiale" dal punto di vista dei suoi riflessi economici e sociali. L’Africa già aveva vissuto, negli ultimi due anni di pandemia, ricadute negative sul suo sistema economico. In molti paesi le misure di prevenzione – adottate con strategie molto diversificate – hanno messo in crisi una parte significativa della popolazione, che vive di economia informale all’80%. Ma da quando è cominciata la guerra in Europa si è aggiunto l’aumento, in certi casi il raddoppio, del costo della vita.

Il motivo è presto detto: si tratta di paesi importatori di grano e di mais, due prodotti leader di Russia e Ucraina che sono tra i maggiori partner commerciali di molti paesi del continente. Basta sapere che se nel 2021 una tonnellata di grano costava 180 euro e quella di mais 175 mentre oggi siamo rispettivamente a 440 e 314 euro. Una crescita esponenziale, che ha portato l’Onu a definire "a rischio" oltre 40 Stati africani, grandi clienti di questi alimenti acquistati dalle terre oggi in conflitto, sia per le popolazioni che per l’allevamento degli animali e per l’agricoltura. Altro grande prodotto di importazione il cui costo sta salendo alle stelle: l’olio di semi. E negli ultimi giorni, come si può immaginare, anche il prezzo della benzina e del petrolio. Grandi paesi africani – pure in parte produttori di gas e petrolio – come Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya e Sudafrica sono tra i maggiormente colpiti dalle ripercussioni della guerra. A tutto ciò si deve aggiungere la crisi climatica che continua a creare, in molte aree della fascia subsahariana, notevoli problemi legati alla progressiva desertificazione e al disequilibrio di zone che fino a qualche anno fa davano lavoro e garantivano la sopravvivenza, alle loro popolazioni. Ecosistemi che, entrando in crisi, producono anche conflitti sociali e determinano lo spostamento di intere popolazioni, al pari delle piccole e grandi guerre che ancora interessano alcuni paesi, insieme agli attacchi jihadisti che tengono in ostaggio una parte sempre più consistente della fascia del Sahel che va dal Mali alla Nigeria.

Di fronte a questo scenario, che presenta crescenti criticità socio-economiche, viene logico interrogarsi sulla tenuta delle società civili nei paesi più a rischio in un quadro per molti aspetti più difficile e precario dopo la pandemia. Per questo la comunità internazionale non dovrebbe dimenticare l’Africa, vittima collaterale ma non per questo minore dell’attuale guerra. Guerra che si dimostra ancora una volta, come ogni guerra, un grande male.

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