05.08.2021 - 18:01

Crisi esistenziali a sinistra

di Damiano Bardelli, storico
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L’ultimo mattone co-firmato da Thomas Piketty ha il grande pregio di aver messo nero su bianco, dati alla mano, quello che gli osservatori più attenti avevano già notato. Cioè che negli ultimi quarant’anni i principali partiti della sinistra si sono trasformati da organizzazioni della classe operaia in rappresentanti della borghesia diplomata, urbana e cosmopolita, a tutto vantaggio della destra che è andata ad intercettare i consensi dei lavoratori con una retorica populista e nazionalista. Un fenomeno, questo, che risulta particolarmente “spettacolare” (cit.) in Svizzera.

 Questa trasformazione, che da noi concerne principalmente il Partito Socialista, viene da lontano e non può essere spiegata solo con l’innalzamento generalizzato della qualità di vita avvenuto negli anni ’60 e ’70. Se la sinistra ha perso la fiducia delle classi popolari e dei lavoratori, lo si deve piuttosto all’agenda politica seguita dalle dirigenze socialdemocratiche negli ultimi quarant’anni: si pensi ad esempio, per il caso svizzero, al sostegno acritico apportato dal PS alle privatizzazioni degli anni ’90 e oggi all’Accordo quadro e all’adesione all’UE.

 Come rileva la sociologa americana Stephanie L. Mudge nel suo saggio Leftism Reinvented: Western Parties from Socialism to Neoliberalism (La sinistra reinventata: i partiti occidentali dal socialismo al neoliberismo, Harvard University Press), dal secondo dopoguerra la sinistra occidentale ha rinunciato alle sue tradizionali rivendicazioni di classe per affidarsi a specialisti, strateghi e spin doctors, adottando delle agende politiche basate sulle dottrine economiche del momento (keynesismo durante i “Trenta gloriosi”, neoliberismo dagli anni ’80 ad oggi). Se questo ha permesso di ottenere delle vittorie elettorali sul corto termine grazie al sostegno della borghesia diplomata, principale beneficiaria di queste politiche, sul lungo termine ha avuto la conseguenza di far perdere alla sinistra ogni legittimità nel rappresentare le classi popolari e i lavoratori. E persa la fiducia di questi ultimi, si sono persi anche i loro voti.

 Insomma, la lotta di classe non è magicamente “scomparsa” dall’immaginario politico, ma è stata progressivamente rottamata da diverse generazioni di dirigenti politici di sinistra, anche in Svizzera.

 Che fare, dunque, per rilanciare la sinistra svizzera? L’opzione più ardua ma promettente è di ricostruire la fiducia delle classi popolari e dei lavoratori con una nuova agenda politica di chiara rottura con il passato recente. Un’agenda che sappia entusiasmare chi ha pagato duramente la globalizzazione e le liberalizzazioni degli ultimi quarant’anni, unendo delle risposte concrete ai loro problemi immediati con il progetto di una società post-capitalista. Un’agenda focalizzata sull’economia e il mondo del lavoro, che risponda ai problemi della precarizzazione e della disoccupazione, della diminuzione del potere d’acquisto e delle disuguaglianze, ma anche del cambiamento climatico e dei flussi migratori.

Al contempo, però, la sinistra non può permettersi di perdere in blocco la borghesia diplomata, che va necessariamente coinvolta in un progetto di emancipazione delle classi popolari, dei lavoratori e dei popoli del sud del mondo, nel quale i diritti civili siano solo un tema tra molti altri e non l’orizzonte ultimo dell’azione politica. E il modo migliore per mantenere il sostegno della borghesia diplomata è senz’altro di puntare sulla formazione politica, costruendo una visione del mondo alternativa a quella liberale oggi egemone. Come ha sempre fatto la sinistra fino agli anni ’80, e come farà il ForumAlternativo a partire dal prossimo mese di settembre con il suo ciclo di formazione pubblico.

 Nessuno dispone di una sfera di cristallo con cui prevedere il futuro. Quel che è certo, però, è che se la sinistra non rinuncerà alle sue ambiguità attuali (retorica barricadera che si rivolge ai lavoratori vs. agenda politica che si rivolge alla borghesia diplomata), difficilmente riuscirà ad uscire dalla sua crisi esistenziale.

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