08.06.2021 - 19:05

Giorgio Orelli e le ruspe gobbe

di Tommaso Soldini, scrittore
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È difficile e forse poco furbo decidere di correggere gli esami di maturità al bar. La gente, quando vede i fogli a quadretti grossi, tira là l’occhio, vuole dire la propria. Un signore mi ricorda che lui, la maturità, l’aveva fatta alla Scuola Cantonale di Commercio; il suo professore di italiano era Giorgio Orelli, uno che chiedeva ai ragazzi di ascoltare le poesie. Non dava insufficienze, perché a quei tempi un 3.5 avrebbe comportato gli esami di riparazione o, peggio, la mancata promozione. La letteratura, insomma, mi dice ancora questo colto diciottenne negli anni ’50, deve accendere le passioni positive, non fare selezione. Aiuta anche a percepire il valore simbolico delle cose, a distinguere tra ciò che dici o scrivi e ciò che fai veramente. Perché un conto è pensare che gli autogestiti siano dei brozzoni figli di papà, un altro è scriverlo sui giornali in qualità di direttore di un domenicale, un altro ancora è realizzare la demolizione di un simbolo che ha sfiorato la vita di molte persone. Persone che a te, a voi, cari leghisti muscolari ex movimentisti ora rappresentanti delle istituzioni, possono non piacere; persone che potete nel vostro intimo anche disprezzare, infilare in ragionamenti da birrette al bar di Molino Nuovo, centrare con le freccette mentre ruttate o fate una dieta a base di zucchine al vapore; dovete però rispettarle, anzi tutelarle quando il mattino dopo rientrate nel vostro ufficio e ne siete responsabili. Siete a capo di un esercito di poliziotti armati, potete muovere ruspe e operai, potete scegliere di umiliare e distruggere. Dovete scegliere di non farlo, perché sapete che i brozzoni, come li chiamate voi tra di voi, sono più liberi di sbagliare di voi. Guai a non percepire più lo spavento di chi, con il potere politico e militare, può tradurre i propri sogni ubriachi in realtà.

Le ruspe di sabato scorso sono probabilmente questo: il progetto onnipotente di qualcuno, un colpo gobbo che non fa quadrare il cerchio, una furbata che vive nelle parole mentre si sgretola nel confronto con la realtà. Portando con sé un pezzo della nostra fiducia nelle istituzioni e nelle persone che le rappresentano.

La letteratura, come la parola, non è buona o cattiva, ha però il merito di ricorrere al simbolo per postulare, proiettare, immaginare mondi che poi, per fortuna, non è detto che vorremmo compiuti. È una delle ragioni per cui è potente, magari anche violenta o mortificante, senza essere grave come una ruspa. Giorgio Orelli, molti lo sanno, mi ricorda ancora il mio anziano interlocutore, a volte ha fatto come Dante, mettendo nell’inferno della pagina i suoi nemici, gli ipocriti, i cattivi. Scriveva invettive senza dire il nome, ma soprattutto lo faceva senza farlo veramente. È questo che ci solleva, perché i versi possono essere duri come la realtà, possono ledere e ferire, non superano però il confine tra realtà immaginata e muri che cadono. Ne è un esempio una poesia del Collo dell’anitra, che sembra scritta apposta per essere recitata da chi, oggi, di fronte ai colpi gobbi e alle quadrature scellerate, alle ruspe e ai manganelli ostentati, è sgomento e arrabbiato. Sembra scritta apposta perché intercetta ciò che una parte di noi sente e vorrebbe. Eppure, in realtà, ed ecco la magia, è stata scritta per farla finire lì, sulla carta, prima che la rabbia prenda il sopravvento e ci costringa poi a pentirci di noi stessi.

«Non direi di allungare con me
la lista di coloro che gioiscono
del male altrui più che del proprio bene:
con incredibile allegrezza no,
non corro al corpo morto di nessuno.
Ma se scompare qualcuno che abbiamo
da sempre in gran dispregio, un ipocristo,
un farabutto in guanti gialli
scampato chi sa come alla galera,
un vero lestofante
capace di straziarti la forcella,
i raggi o altro della bicicletta
mentre riposi al bar,
se un giorno uno così vieni a sapere
che è morto, morso da una viperetta
mentre prendeva il sole…»

Giorgio Orelli ci regala il sorriso storto dell’abisso morale, del pensiero mortifero, quindi ci ritira su, come al risveglio, quando ci accorgiamo che non è successo davvero, che per fortuna non l’abbiamo fatto, non lo faremmo mai. Perché certe cose possiamo sognarle, pensarle o scriverle, non realizzarle.

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