Estero

Sunak dilaziona gli impegni sulla protezione del clima

Il premier britannico preconizza una politica ‘più realista e meno ideologica”. Rilanciate centinaia di licenze per l’estrazione di petrolio e gas.

Futuro più luminoso?
(Keystone)
20 settembre 2023
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Londra – Annacquare le scadenze della tabella di marcia fissata verso l'obiettivo emissioni zero di CO2, in nome di una politica "più realista e meno ideologica", per cercare di recuperare - fra chi rischia di pagare il prezzo della transizione green (e magari fra gli eco-scettici) - parte di quei consensi che i conservatori britannici continuano a vedersi sfuggire dalle mani.

È la strategia riveduta e corretta sui cambiamenti climatici annunciata oggi alla nazione dal primo ministro Rishi Sunak, a costo di far slittare impegni solenni, di appannare l'immagine da Paese leader sbandierata dal Regno Unito sin dalla conferenza Onu CoP 26 ospitata a Glasgow nel 2021, di scatenare polemiche sul fronte politico interno e reazioni di sconcerto nella stessa grande industria dell'auto.

Senza contare l'imbarazzo che rischia di ricadere su re Carlo III in persona: pioniere da decenni delle battaglie ambientaliste, ricevuto in pompa magna in Francia giusto questa settimana - in veste di neo sovrano - nell'ambito di una visita di Stato che prevede un suo intervento a una tavola rotonda "sull'emergenza clima" al Museum National d'Histoire Naturelle di Parigi.

In affanno dinanzi a sondaggi sempre più disastrosi e al tam tam di indiscrezioni che hanno bruciato l'effetto annuncio di un piano tutt'altro che inatteso, Sunak è stato costretto ad anticipare il discorso di presentazione previsto per venerdì. Discorso nel quale ha elencato a passo di corsa le sua correzioni di rotta su questo dossier, provando a giustificarle: a cominciare dalla formalizzazione del rinvio del bando definitivo dei veicoli con motori a benzina o diesel nel Paese al 2035, ossia 5 anni più tardi di quanto promesso sotto la leadership di Boris Johnson, e certificato poi per legge a Westminster in sintonia con le intenzioni dell'Ue. Una revisione di data che offre più tempo a milioni di automobilisti in ansia, ma minaccia di spiazzare le aziende già predisposte a mettersi in regola con la rivoluzione elettrica entro il 2030.

Non solo: Sunak ha evocato un allungamento dei tempi sull'abolizione dei boiler a gas e la rinuncia alla stretta fiscale - sgradita all'elettorato tradizionale Tory - di una green tax sui voli aerei pensata come leva anti-inquinamento, al rafforzamento degli obblighi sull'efficienza energetica nelle case in affitto o di quelli su una futura raccolta differenziata "a sette cestini" dei rifiuti. Insistendo sui passi in avanti già fatti, sui progressi che comunque si faranno, ma pure sulla volontà di puntare "sul consenso e non sull'imposizione" di "sacrifici" troppo onerosi per le libertà individuali.

La mossa del primo ministro, accompagnata dal rilancio di centinaia di licenze per l'estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord, è spiegata come frutto di uno scenario economico nazionale e globale mutato e dell'esigenza di garantire al Paese "un'indipendenza energetica" non minacciabile in tempi di guerra da "dittatori come Putin". Nelle parole di Sunak resta fermo "al 100% l'impegno internazionale" a raggiungere il target finale delle emissioni zero "nel 2050", ma "in un modo più proporzionato: onesto su costi e compromessi" necessari. Secondo una road map "sensata", come gli ha fatto eco Suella Braverman, ministra dell'Interno e falco dell'ala destra della sua compagine, rivendicando una transizione verde che non mandi "la gente in bancarotta".

Toni criticati non solo dall'opposizione laburista di Keir Starmer, secondo cui il governo conferma d'essere inaffidabile; o dal liberaldemocratico, Ed Davey, che ha rinfacciato a Downing Street d'ignorare "il futuro del pianeta" e dei giovani in nome di un disperato calcolo elettorale. Ma denunciati polemicamente da Johnson o da esponenti di maggioranza più sensibili all'ecologia come Alok Sharma, ex ministro-presidente della CoP 26. E soprattutto da produttori di auto ostili a ripensamenti o retromarce destinate a creare incertezza rispetto a complessi piani di ristrutturazione industriale ormai delineati.

"Il nostro business - ha tuonato Lisa Brankin, presidente di Ford Uk - ha bisogno dal governo del Regno Unito di ambizione, impegno, coerenza. E un rilassamento della scadenza del 2030 mina tutte e tre le cose". Mentre reazioni simili arrivano da altri costruttori avviati ad elettrificarsi nel 2030 - da Jaguar-Land Rover a Stellantis (gruppo di cui fanno parte Fiat, Vauxhall, Citroen e Peugeot) - concordi nel chiedere un minimo di "chiarezza" all'isola del dopo Brexit. Pena l'incubo di rimettere in discussione un'agenda di mega-investimenti già annunciati per miliardi di sterline.

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