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Keystone
03.01.2022 - 12:28
Aggiornamento: 14:31
Ansa, a cura de laRegione

‘Sempre più no-vax rifiutano le cure, ma non vanno abbandonati’

È l’invito della Società italiana degli anestesisti di fronte all’incremento di casi di malati di Covid che rifiutano trattamenti anche salvavita

In Italia, insieme al rapido incremento dei ricoveri ospedalieri, si registra anche quello di “casi di pazienti con quadri clinici severi correlati a Covid-19 che rifiutano il ricovero in terapia intensiva o di sottoporsi a trattamenti di supporto vitale giudicati utili e appropriati dai curanti”. A scriverlo, in un documento pubblicato sul portale, è la Società italiana di anestesia analgesia rianimazione terapia intensiva (Siaarti) che sottolinea: “Per quanto le circostanze possano essere difficili e faticose, al rifiuto ripetuto e ostinato del paziente non deve far seguito il suo ‘abbandono’”.

Intanto, un nuovo tipo di burnout si diffonde tra gli anestesisti rianimatori italiani, alle prese con un aumento di ricoveri in terapia intensiva, che spesso riguardano persone del mondo “negazionista“ o “no-vax”. Si tratta di una “usura psicologica” legata alla “negazione del proprio ruolo e competenza”. A specificarlo è il presidente della Siaarti, Antonino Giarratano, commentando il documento “Pandemia e rifiuto dei trattamenti di supporto vitale”, pubblicato dalla società scientifica sul portale online.

Le tematiche correlate alla tutela della salute del paziente e della sua autodeterminazione nel prestare o negare il proprio consenso a trattamenti terapeutici spesso salvavita, precisa Giarratano, “devono porre all’attenzione di tutti il tema del burnout professionale, cioè di quella ‘usura psicologica’ che in questi ultimi mesi è cresciuta in modo esponenziale tra gli anestesisti rianimatori, che nelle terapie intensive hanno affrontato la pandemia così carica di sofferenza e morte”.

Alla “usura professionale”, che fa parte della professione, si è infatti aggiunta una “usura da negazione della correttezza del proprio ruolo e competenza” messa in atto durante il periodo pandemico, spesso con minacce anche di azioni legali. Si tratta, conclude Giarratano, “di una criticità inattesa e gravissima che rischia di creare un pericoloso vulnus tra paziente e medico, rischiando di determinare l’allontanamento anche dei giovani da una professione che oggi e ancor più domani necessiterà invece di crescente impegno”.

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