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09.12.2021 - 22:20

I giorni in cui si sciolse l’Unione Sovietica

Dopo gli accordi di Minsk dell’8 dicembre, il 12 dicembre 1991 il Soviet supremo mette la parola fine sulla storia dell’Urss

di Giuseppe D’Amato

Mosca – “Ma come? Non lo sapete? Hanno sciolto l’Unione Sovietica!” Con queste parole Miscia, un amico tassista moscovita, ci accolse a prima mattina dell’8 dicembre 1991 all’aeroporto di Domodyedevo all’arrivo da Tashkent, Uzbekistan, a conclusione di un reportage in tutte le repubbliche sovietiche restate fedeli al Cremlino dopo il fallito putsch d’agosto contro Gorbaciov.
Con il collega Almerico Di Meglio avevamo appena discusso nei cieli dell’Asia su quale sarebbe potuto essere il futuro di uno dei più estesi “imperi” mai costruiti dall’uomo. Appena quattro giorni dopo, il 12 dicembre, in seguito alla ratifica dell’accordo, l’Urss non esisteva più.

L’ultimo tour

Insieme per oltre due mesi – superando problemi logistici spaventosi, in un folle zigzagare per migliaia di chilometri, tra aerei bloccati a terra senza carburante, hotel gelidi senza riscaldamento, comunicazioni telefoniche complicate e pasti saltati – avevamo osservato il caos nella latina Moldova, il sistema industriale ancora in piedi in Bielorussia, il fermento popolare in Ucraina, le dure contrapposizioni politiche in Caucaso, l’immobilità subalterna a Mosca nelle repubbliche asiatiche. Avevamo incontrato presidenti, politici, storici, piccoli imprenditori e gente comune alla ricerca di una chiave di lettura sulla profonda crisi dell’Urss.

Tentavamo in sostanza di capire cosa avrebbe potuto trattenere popoli così diversi – slavi, turcofoni, caucasici, persiani, latini – in un unico Stato che ormai era collassato economicamente e le cui finanze erano in bancarotta. L’enorme catena di montaggio, che era l’Urss dal punto di vista industriale e commerciale, era ferma e i nazionalismi avevano preso il sopravvento. Alle periferie le guerre erano incominciate o erano sul punto di scoppiare come in Nagorno-Karabakh tra armeni e azeri, in Moldova con i separatisti del Dniestr, in Georgia tra rivoluzionari e conservatori.


Una parata sovietica nel centro di Mosca, davanti al Cremlino (Keystone)

Il cattivo esempio jugoslavo

L’Unione Sovietica rischiava di trasformarsi in una spaventosa Jugoslavia piena di armi nucleari. Ad agosto, in uno storico discorso a Kiev, il presidente Usa George Bush padre aveva tentato di tenere a bada gli ucraini e si era detto favorevole al mantenimento della Potenza con cui Washington si era scontrata per quattro decenni… anche per conservare al sicuro l’arsenale atomico. La nostra conclusione con Almerico era che, dopo che il Partito comunista era stato sciolto in agosto, l’unico ostacolo al dissolvimento dell’“impero” era Michail Gorbaciov, il primo e l’ultimo presidente dell’Urss. Noi in aereo non lo sapevamo, ma poche ore prima, nella riserva di Belovezh il russo Eltsin, l’ucraino Kravciuk e il bielorusso Shushkievich si erano riuniti in gran segreto per passare insieme il fine settimana e discutere del daffarsi.

“Avvenne tutto in modo spontaneo – ricordò qualche anno dopo in un programma commemorativo Vjaceslav Kebic, allora premier bielorusso –. Non c’era assolutamente niente di preparato. Persino Eltsin non pensava a quello che sarebbe successo”.


Falce, martello e bandiera russa (Keystone)

Dalle parole ai fatti

I colloqui tra gli slavi dell’Urss non approdarono a nulla, così la delegazione russa propose di sciogliere l’Unione Sovietica, rendendo nullo il Trattato del dicembre 1922, e di creare la sua erede, la Csi. Venivano cancellati di colpo il Centro (il Cremlino e Gorbaciov) e l’Unione di repubbliche soggette a Mosca. Al suo posto si creava un’aggregazione di Stati di pari livello con sede a Minsk. “Solo così salvammo il Paese da guai peggiori”, è la versione ufficiale per i posteri dei tre leader. L’Urss rischiava una guerra civile con armi nucleari in campo.
Dopo anni sono uscite dagli archivi le immagini di quegli storici momenti in Bielorussia. Una dattilografa fu chiamata in gran fretta dal villaggio più vicino. La tovaglia per coprire il tavolo per la firma fu presa dalla mensa della riserva. Solo quattro giornalisti erano presenti all’evento. “Il risultato principale (della firma di Belovezh, ndr) – ha commentato il bielorusso Shushkievich – fu che il divorzio avvenne senza scandali e senza versare una goccia di sangue. Le repubbliche si erano in precedenza dichiarate indipendenti e iniziarono a vivere per loro conto”. Le disperate riforme politico-economiche di Gorbaciov erano pertanto fallite.


Eltsin e Gorbaciov sotto alla scritta Cccp (Keystone)


Quando ancora era in vita, Boris Eltsin negò l’esistenza di “un complotto” contro l’Urss, teoria tornata di moda dopo il 2012 a Mosca. “Non è stato nascosto nulla – disse il primo presidente democratico russo –. Tutto quello che successe a Belovezh è noto. La trasformazione dell’Urss in Comunità di Stati Indipendenti (Csi) era inevitabile. L’economia sovietica era al collasso”.
D’accordo su questo punto sono i principali economisti russi. “Il sistema era condannato – afferma Vladislav Inozemtsev, direttore del Centro studi postindustriali –. L’Urss non poteva competere con le economie moderne e non poteva motivare la gente di talento, affinché questa potesse sviluppare proprie idee e iniziative. La democratizzazione degli anni Ottanta fu il requiem del regime che non ebbe mai la possibilità di unire il comunismo al potere del popolo”.
Sulla stessa linea è il politologo Boris Kagarlitskij. Il sistema si sarebbe dovuto riformare negli anni 60 e 70. “Nel 1973 – sostiene lo specialista moscovita – l’Urss si trasformò in un esportatore di petrolio, il primo passo verso il baratro. La gente desiderava un cambiamento a qualsiasi prezzo. Non voleva il capitalismo, ma ottimizzare il sistema sovietico”.

Il popolo si ritrovò, al contrario, sommerso dall’ideologia e dalla gerontocrazia. La finzione durò per due decenni, fino a quando i petrodollari finirono e si dovette prendere atto del completo fallimento sociale, economico e politico dell’Urss. Dopo il crollo del Muro di Berlino nell’autunno dell’’89 e lo scioglimento del Patto di Varsavia l’Urss era ormai un moribondo senza quasi speranza. L’economia era ferma, i negozi erano vuoti, milioni di persone finirono sul lastrico.

Un’epoca che si chiude

Nell’agosto ’91, un golpe disperato dei radicali comunisti aveva tentato invano di evitare lo smembramento legale della superpotenza con un nuovo Trattato dell’Unione. Le tre repubbliche baltiche colsero così l’occasione per riacquistare quella libertà perduta con la fine della Seconda guerra mondiale.
Michail Gorbaciov rimase sempre più solo al Cremlino. La “perestrojka” (ricostruzione), iniziata nel marzo ’85, era al suo capolinea. L’uomo della “glasnost” (trasparenza) aveva regalato la libertà a popoli oppressi per decenni, ma aveva finito per disintegrare l’Urss con le sue riforme.

Il crollo dell’Unione Sovietica è considerato dal presidente Putin “una tragedia geopolitica”. La Potenza e lo Stato, di cui sono nostalgici i patrioti russi, si sfaldarono. Ecco perché questa data, per alcuni funesta, non viene oggi celebrata ufficialmente. I terribili anni Novanta, causati da quello sfascio economico, hanno allo stesso tempo reso la popolazione federale cauta nei giudizi sulla democrazia e sull’economia di mercato. Da qui il diffuso desiderio di stabilità garantita da un leader “forte”, anche a costo di concessioni dolorose in altri campi.

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