Estero
08.09.2018 - 10:000
Aggiornamento 09.09.2018 - 08:12

Il modello svedese e i suoi oppositori

Domani si vota in Svezia. I populisti di Sd potrebbero diventare il secondo partito

Progressista’ è la prima parola che viene in mente pensando alla Svezia (dopo Ikea, vabbè). Il paese, governato quasi ininterrottamente dai Socialdemocratici per cinquant’anni, è noto per il suo generoso stato sociale, l’efficienza del suo sistema educativo e sanitario, una giustizia garantista e un’ampia propensione all’accoglienza: ha accolto 400mila migranti negli ultimi 6 anni, 163mila solo nel 2015. Ma il risultato delle elezioni di domani potrebbe lanciare un segnale diverso. I sondaggi prevedono una vertiginosa crescita dei Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson (Sverigedemokraterna, Sd), che rischiano di sfiorare il 20% con un programma tipicamente populista: drastica riduzione dell’immigrazione, protezione dei valori tradizionali, rimessa in discussione dell’Ue e più protezione sociale per gli svedesi, finanziata col taglio delle spese per gli immigrati. I socialdemocratici del primo ministro Stefan Löfven invece rischiano il peggiore risultato di sempre, e anche il centrodestra non si sente tanto bene (vedi infografica).

Ciò non significa che il nuovo governo finirà nelle mani di Sd, dato che gli altri partiti escludono coalizioni con una formazione ritenuta xenofoba. Più probabile è un governo di minoranza dei Moderati di Ulf Kristersson col sostegno (o la non-belligeranza) delle altre componenti liberali e cristiano-democratiche, o al limite un patto analogo fra Socialdemocratici e sinistra-sinistra (in crescita). Tuttavia il nuovo governo potrebbe avere comunque bisogno dei voti di Sd su temi cruciali quali immigrazione e welfare. Una prospettiva che a due passi dalle Europee preoccupa i liberal-progressisti continentali, già intimiditi dalla Brexit e dalle elezioni italiane. Ma cosa diavolo è successo per arrivare a tanto?

Negli ultimi anni, nonostante un’economia solida, redditi elevati e disoccupazione al minimo storico (6%), la Svezia ha risentito di importanti tagli alla spesa pubblica e al welfare, carenza di alloggi economici, invecchiamento delle infrastrutture e scandali che hanno messo in dubbio il modello di cooperazione pubblico-privato, specie nella sanità. Inoltre l’istruzione, che assorbe oltre il 6% del Pil e fa degli svedesi uno dei popoli più istruiti del mondo, inizia a mostrare alcuni segni di cedimento documentati anche dai test internazionali (Pisa).

E poi c’è l’integrazione dei migranti. Secondo i sondaggi questa non è affatto la prima preoccupazione della popolazione (è la terza; la prima semmai è la sanità); ma riesce a unire molte teste e a orientarne la posizione su tutto il resto. Anche perché un problema c’è: anche se le statistiche escludono un’esplosione del crimine, alcuni quartieri-ghetto come Rinkeby (la ‘Mogadiscio di Stoccolma’ con un 90% di residenti immigrati) hanno vissuto disordini e guerre tra gang. Molte le critiche al sistema di integrazione, non solo da Sd: i liberali contestano la priorità data ai sussidi rispetto all’inserimento nel mondo del lavoro, che finirebbe per incoraggiare la creazione di comunità povere e isolate.

Dunque quella cui si assiste, al di là dei rigurgiti xenofobi, è la crisi del ‘modello svedese’. Tanto che lo stesso Löfven si è spostato più a destra su questi temi. Intanto però il dibattito è stato monopolizzato con abilità da Åkesson, che ha saputo ‘ripulire’ il suo partito, escludendo gli elementi più apertamente fascistoidi e conducendo una campagna elettorale molto efficace sul piano mediatico. E anche se gli animi degli elettori nelle ultime settimane paiono essersi un po’ raffreddati, Sd si direbbe destinato a un ruolo strategico: quello di ago della bilancia.

Prove tecniche di ‘arco progressista’

Una cosa è già riuscita, ai sovranisti: trasformare anche le prossime elezioni europee in un referendum sulla questione migranti. Lo dimostra il faccia faccia di ieri a Marsiglia fra il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. A meno di due settimane dal vertice di Salisburgo fra i leader del Partito popolare europeo (Ppe), l’incontro per creare un ‘arco progressista’ in previsione del voto di maggio è infatti parso dominato proprio dal tema delle migrazioni. “Vogliamo che siano percepite come un’opportunità, non come una minaccia”, ha dichiarato Macron ai margini dell’incontro. Gli ha fatto eco Merkel, che cercando di rovesciare il vocabolario nazionalista ha detto di “lavorare per la sovranità dell’Europa”. Una risposta rivolta anche all’appello della nave Aquarius - simbolo del soccorso in mare, ormeggiata proprio a Marsiglia - che aveva chiesto un “sussulto” in favore di “un meccanismo stabile di sbarchi”.

Ma dietro ai ritornelli di circostanza si nascondono le difficoltà domestiche di Parigi e Berlino e le divisioni in seno al Ppe, che si trova in casa tanto la Merkel quanto il sedicente “illiberale” ungherese Viktor Orbán. Macron ha già cercato di allargare il solco fra le due anime del partito, chiedendo che si decida in fretta se Orbán deve stare dentro o fuori. Il disegno di Monsieur le Président è chiaro: mettersi alla guida del nuovo fronte antipopulista, lucidando così un profilo personale che gli ultimi sondaggi mostrano assai appannato. E sfruttando anche, per arrivarci, le difficoltà della Merkel dopo le violenze di Chemnitz e la fronda del ministro dell’Interno Horst Seehofer (che proprio ieri ha ribadito: “la questione migratoria è la madre di tutti i problemi”). Poi, certo, Merkel ha assicurato che si sta lavorando anche su “unione economica, unione monetaria, rafforzamento dell’Eurozona, Brexit, difesa comune”. Intanto però, nelle stanze del Palais du Pharo che domina il vecchio porto, l’elefante resta quello dell’immigrazione.

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