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Ultimo aggiornamento: 14.11.2018 19:03
Estero
13.01.2018 - 06:000

Trump Usa e getta

Intervista a Raffaella Baritono, docente di storia e politica Usa all’Università di Bologna

A un anno dall’entrata in carica, Donald Trump è il capo di Stato Usa con il più basso tasso di consensi, e la sua presidenza (dagli accenti razzisti, vedi pagina a fianco) si è rivelata la più divisiva, rappresentazione della crisi del sistema politico statunitense, e dei pericoli che fa correre al mondo. La sua incompetenza compromette la leadership planetaria degli Stati Uniti e fomenta
un disordine dagli esiti non prevedibili.

Professoressa Baritono, Trump, si dice, è il presidente del rancore dell’uomo bianco che vede il proprio status minacciato in patria da minoranze ritenute ostili, e da Stati che disputano agli Usa la leadership mondiale. Ed è a fidelizzare quell’elettorato che paiono sinora rivolte le decisioni del presidente. Può bastare a sé stessa questa politica?

Credo che si debba distinguere la logica delle scelte in politica interna da quelle che si riferiscono al ruolo internazionale degli Stati Uniti. Quanto alle prime, il primo anno di presidenza ha reso evidente che Trump sta cercando di plasmare la stessa struttura istituzionale dello Stato, cercando di depotenziare norme e regole di esercizio da lui reputate intollerabili per le logiche o per gli interessi economici che gli hanno assicurato il successo. Ricordo, tra le tante, la nomina del direttore dell’agenzia per l’Ambiente, noto avversario delle politiche di protezione ambientale, che ha presto provveduto a depotenziare il ruolo dell’agenzia a vantaggio di settori economici come quello carbonifero, dell’industria automobilistica o degli idrocarburi.
Politiche che paiono in effetti corrispondere a una base elettorale composta da bianchi, mediamente anziani e poco istruiti, ma soprattutto alla fascia di elettorato che si è sentita esclusa dalla grande narrazione americana del dopoguerra. Persone che si sentivano parte di una classe media all’origine del successo americano (domestico e mondiale), il cui sogno è svanito per effetto delle grandi trasformazioni industriali degli anni 70 e poi della crisi del 2007.

Trump, in questo senso, ha intercettato la crisi del sogno americano. Ed è a questo tipo di elettorato che si è indirizzato, con successo, il suo discorso, occupandosi di questioni spendibili con profitto, soprattutto l’immigrazione: attraverso gli ordini esecutivi che hanno impedito o vorrebbero impedire l’ingresso negli Usa di persone da Stati considerati nemici o pericolosi; firmando provvedimenti che hanno favorito l’aumento delle Epulsioni; infine cercando di modificare il cosiddetto ‘dream act’, approvato sotto la presidenza Obama, che tutelava i minori cresciuti negli Stati Uniti dopo esservi entrati illegalmente da bambini.

Diverso, ma collegato, il discorso relativo alla politica estera. A differenza di quanto molti avevano previsto, gli Usa di Trump non sono isolazionisti, ma una potenza che sta rivendicando l’idea dell’interesse nazionale. Il problema è che gli Stati Uniti hanno un peso internazionale difficilmente comparabile con quello di altre nazioni in ascesa, Cina inclusa. Ruolo che si è a lungo legittimato grazie a una retorica eccezionalista, parte integrante della cultura politica dominante. Gli Stati Uniti di Trump, come ha messo ancora recentemente in luce Richard Hass, non sono isolazionisti, piuttosto stanno abdicando al loro ruolo di leader mondiale. Questa, in un contesto come quello contemporaneo, è una scelta potenzialmente pericolosa, poiché dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Usa hanno avuto l’ambizione di essere guida e garanti dell’ordine internazionale.

In proposito, lei ha scritto su Il Mulino: “La natura della potenza statunitense, sfidata ma non messa totalmente in discussione dai nuovi competitor […], è tale che non può essere lasciata né all’improvvisazione né a una pura azione reattiva o legata alle contingenze del momento. E il disegno è ancora non solo oscuro, ma minacciosamente oscuro”. La politica estera ‘muscolare’ di Trump, spaccona quanto confusa, pare tesa più a cancellare il retaggio di Obama che a produrre un nuovo scenario. Inoltre, scelte di rottura come il progettato ‘muro’ al confine con il Messico, l’uscita dall’accordo di Parigi, la minaccia di invalidare l’accordo sul nucleare iraniano, il riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele, paiono avere isolato più che rafforzato la posizione statunitense nel mondo. Non si rischia che la situazione gli sfugga di mano?

La politica estera di Trump sembra soprattutto reattiva, l’azione di chi non si sente più legato a vincoli vecchi e nuovi, pretendendosi slegato dall’idea di leadership mondiale che aveva accomunato le politiche di presidenti pur di ispirazioni diverse se non opposte. In un certo senso, incompetenza e assoluta mancanza di esperienza politica sollevano Trump dal sentirsi vincolato a questo retaggio. Le decisioni che lei ha citato lo confermano. Secondo Trump, gli Usa devono agire avendo come criterio esclusivo i propri interessi, liberi dagli obblighi che derivano loro in quanto potenza globale. Se, per Trump, tali obblighi finiscono per superare i benefici, allora gli Usa devono sentirsi liberi di ottemperarli o meno.

Questa condotta può rivelarsi molto pericolosa per l’ordine internazionale e per gli stessi Stati Uniti. Pensiamo alle tensioni già provocate alle relazioni con alleati storici, dagli europei alla Nato. Tensioni, come sostiene ancora Haas, che potrebbero compromettere gli interessi americani, economici, strategici e militari. Sembra, quella di Trump, una politica finalizzata a fomentare il disordine. Un disordine planetario, considerato che non esiste al momento potenza in grado di spostare l’asse mondiale su un’altra direttrice, o di sostituirsi agli Usa nella leadership mondiale.

Secondo il Nobel Paul Krugman, “l’America che conosciamo rimane in pericolo di morte. […] Mai, in tutta la storia della nazione, siamo stati governati da persone meno degne di fiducia”. Come dire che il problema non è soltanto Trump, ma il partito repubblicano. Se è così, si può dire che Trump è il genio uscito dalla lampada dei conservatori e sfuggito al loro controllo?

Andrei oltre. Trump mi sembra piuttosto il prodotto della crisi del sistema politico americano. Una crisi che precede il suo avvento. Il problema di disfunzionalità del sistema politico americano è noto dagli anni 90, da quando si è fatta sempre più forte la tendenza alla polarizzazione politica, e la distanza ideologica tra partito democratico e partito repubblicano è andata crescendo senza sosta. Volendo, potremmo fare risalire l’origine di questa crisi agli anni Sessanta del Novecento, quando i conflitti razziali e culturali, legati alle discriminazioni di razza, etnia e genere in particolare, produssero una lacerazione rispetto ai valori su cui si era modellata l’identità americana e la stessa idea di democrazia americana che si era voluta proporre come modello al mondo. Conflitti che hanno messo in luce le fratture fra ‘diverse Americhe’ sempre più distanti fra loro per adesione a valori diversi, stili di vita, criteri morali, idea del futuro.

Tale polarizzazione ha quindi avuto effetti importanti anche dal punto di vista politico-elettorale. Il risultato è che oggi ci sono percentuali importanti di elettori democratici secondo i quali se va al potere il partito repubblicano viene messa a repentaglio la propria sopravvivenza, e lo stesso avviene per il campo avverso. Alcuni sondaggi del Pew Research Center hanno indicato fino a che punto la contrapposizione ideologica esasperata della campagna 2016 sia entrata nel vissuto delle persone, spaccando amicizie e relazioni familiari in una misura mai conosciuta prima.

Da un punto di vista politico e ideologico, la polarizzazione politica si è accentuata con la svolta conservatrice assunta dai repubblicani a partire da Reagan. I toni di contrapposizione ideologica hanno raggiunto uno dei momenti di più acuta tensione con l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Una radicalizzazione che è stata anche il frutto di strategie elettorali che hanno riguardato ad esempio l’opposizione del Tea Party movement che ha privilegiato l’azione all’interno del partito repubblicano, cercando, soprattutto nelle elezioni di metà mandato del 2010, di imporre propri candidati alle primarie, spostando quindi il partito sempre più su posizioni estreme.

Strategia giustificata dalla quasi impossibilità, nel sistema politico statunitense, per un terzo partito di essere competitivo. D’altra parte, nelle elezioni del 2016, percorsi simili sono stati portati avanti sia da Donald Trump nei riguardi del partito repubblicano e dal blocco elettorale che lo ha sostenuto, sia da Bernie Sanders, a lungo un indipendente, nei riguardi del partito democratico. Trump, a differenza di Sanders, è riuscito nell’intento di imporre la sua leadership, prima ottenendo la nomination e poi vincendo le elezioni. Rimane naturalmente la questione, scottante, del rapporto con un partito repubblicano, una parte del quale continua a considerarlo ‘estraneo’ al partito stesso, con tutto quel che ne consegue in termini di esercizio della leadership presidenziale.

In una prospettiva storica, si può dire quindi che la presidenza Trump esprime un estremo tentativo di impedire o arginare un declino di un’America che sente il proprio primato?

Il rischio, in questi casi è di rispondere riproponendo stereotipi poco utili. È vero che l’elezione di Trump è l’espressione di una certa America bianca che si sente minacciata dai mutamenti epocali in corso. Ma va osservato che l’impoverimento della classe media bianca discende da scelte di politiche economiche precedenti e di lungo periodo, che potremmo ricondurre a una serie di politiche che hanno trasformato gli Usa da “impero della produzione” a “impero dei consumi”, e contribuito a un indebitamento che presenta anche in questo caso elementi complessi, perché da un lato aumenta inevitabilmente l’interdipendenza dell’economia americana con quella globale, dall’altro la dipendenza da capitali esteri, che, se particolarmente estesa, rischia di essere un fattore di fragilità.

Trump rappresenta allora il tentativo di difendere un primato, tutelando un’economia americana esposta ai venti della globalizzazione, rivendicando un eccezionalismo (esaltato tuttavia anche da Obama), e in questo modo cercando di dare risposta a chi si è sentito espropriato dei propri diritti e del proprio stile di vita.

Per evitare semplificazioni fuorvianti, va però ricordato che Trump ha sì vinto significativamente il voto nei collegi elettorali, ma ha perso con quasi tre milioni di scarto quello popolare, e Clinton è riuscita a vincere anche in alcune contee del Sud degli Usa per tradizione fortemente conservatrici.
Quindi sul piano storico sfumerei una lettura che vorrebbe vedere nella elezione di Trump la vittoria di una destra populista e della ripresa di un’egemonia conservatrice. È vero che Trump nutre questo tipo di narrazione, ma intanto bisognerebbe capire meglio nel corso del suo mandato lo scarto che inevitabilmente esiste fra la retorica usata e la realtà delle scelte politiche e della sua capacità di mediazione. Inoltre, se osserviamo i fenomeni che si producono nel tessuto profondo della società e della cultura americana, vediamo che le dinamiche sono più diversificate di quanto voglia mostrare il presidente e la società americana continua a essere estremamente complessa e dinamica. Le azioni di Trump potrebbero, come è successo di recente in Alabama dove il candidato sostenuto dal presidente è stato sconfitto, attivare forze che erano rimaste silenti nelle elezioni dello scorso anno, mutando quindi il quadro politico e le dinamiche in corso.

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