Nino Labruzzo
Estero
17.11.2017 - 16:140
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:22

Quando Riina 'passò' dal Ticino: una cronaca esclusiva dai nostri archivi

Gli affari sporchi di Totò Riina passavano anche dal Ticino, tanto che anche i magistrati ticinesi che indagavano sulla ''Pizza Connection' rischiarono di saltare in aria nel 1989, quando Riina fece depositare una borsa imbottita di esplosivo sulla scogliera dell'Addaura, in Sicilia, antistante la casa al mare affittata da Giovanni Falcone (poi assassinato nella strage di Capaci del 1992). Ospiti quel giorno del magistrato palermitano, gli allora inquirenti luganesi Carla Del Ponte, procuratrice pubblica, e Claudio Lehmann, giudice istruttore.

Su quel fallito attentato di quasi trent'anni fa ha indagato anche la procura di Caltanissetta.  Riproponiamo la cronaca di un'udienza della Corte d'Assise nissena, giunta a Locarno per interpellare per rogatoria alcuni testi ticinesi. Era la fine di maggio del 2000, e l'inviato de 'laRegione' Andrea Manna era l'unico cronista presente in aula.

 

Totò Riina vede, sente... e non parla

di Andrea Manna

Alle 10.05 comincia l’appello degli imputati. Nell’aula penale del Pretorio di Locarno il primo nome che i giudici siciliani scandiscono è quello del boss, il boss di Cosa Nostra: «Riina Salvatore». Una manciata di secondi e dall’impianto per il collegamento audio giungono, dall’Italia, le parole di un agente di polizia penitenziaria: «Confermo la presenza dell’imputato Riina Salvatore».

Alla sbarra per il fallito attentato a Falcone del 1989

 Eccolo, seduto in una saletta del carcere di Ascoli Piceno, il capo dei capi della mafia siciliana. Giacca gialla, camicia chiara, occhiali: Totò Riina vede, sente e non interviene. Tace il boss. Così come, dalla prigione di Parma, tace un altro eccellente imputato: Antonino Madonia. Entrambi in videoconferenza. Ed entrambi muti durante l’attesa udienza apertasi ieri mattina a Locarno, davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta, nell’ambito del processo per il fallito attentato del giugno 1989 all’Addaura – Riina il presunto mandante, Madonia colui che con altri avrebbe trasportato e piazzato l’ordigno – contro il giudice Giovanni Falcone. Falcone, il magistrato palermitano che Cosa Nostra assassinerà il 23 maggio ’92 (nella strage di Capaci moriranno anche la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta).

La 'Pizza Connection' e quei soldi 'candeggiati' a Lugano

La trasferta in Ticino dei giudici siciliani si è resa necessaria per interrogare in qualità di testimoni alcuni dei membri della ‘delegazione’ svizzera che nel giugno di undici anni fa volò a Palermo per approfondire le indagini sulla “Pizza connection”, sulla seconda grossa fetta della “Pizza”, vicenda a base di droga, riciclaggio e mafia.Tra i principali protagonisti del candeggio di soldi sporchi l’imprenditore bresciano Oliviero Tognoli, successivamente processato e condannato a Lugano.

Ieri sono stati così ascoltati Tatiana Brugnetti, all’epoca segretaria del giudice istruttore Claudio Lehmann e Daniele Rusconi, il perito contabile che per conto della Procura ticinese ricostruì i movimenti di denaro, tra la Svizzera e l’Italia, della “Pizza connection”. Oggi verranno sentiti Lehmann, ora avvocato e Filippo Gianoni, legale di Tognoli.

Della delegazione elvetica che si recò nel capoluogo siciliano e guidata dall’allora procuratrice pubblica Carla Del Ponte, faceva pure parte Clemente Gioia, in quegli anni commissario della polizia cantonale. Nel processo sul fallito attentato a Falcone, apertosi il 7 ottobre 1998, Del Ponte e Gioia sono stati interrogati come testi nel marzo ’99.

Riina voleva uccidere anche Carla Del Ponte e i magistrati ticinesi

Il grande interesse dei magistrati italiani nei confronti dei membri della delegazione ticinese è riassunto nelle parole del pubblico ministero di Caltanissetta Luca Tescaroli, autore del recente libro “Perché fu ucciso Giovanni Falcone” (edizioni Rubbettino) e pubblica accusa al processo per la strage di Capaci (il 4 aprile la sentenza dei giudici d’Appello: 29 ergastoli). «Riteniamo – ha ribadito ieri Tescaroli ai giornalisti presenti nell’aula penale di Locarno – che gli obiettivi dell’attentato fossero oltre al dottor Falcone i magistrati svizzeri».

Gli inquirenti siciliani non hanno dubbi. I cinquantotto candelotti rinvenuti in una borsa sugli scogli dell’Addaura, poco distante da Palermo, non erano stati messi lì «a scopo di intimidazione». L’ordigno dell’Addaura, con tanto di timer «azionabile con un telecomando», non era un avvertimento: era stato lì piazzato per eliminare anche Del Ponte e Lehmann, in Sicilia per indagare su soldi della mafia.

Falcone li aveva invitati «a prendere un bagno» nello specchio di mare antistante alla villa presa da lui in affitto per trascorrervi quell’estate del 1989. Il potente esplosivo – Brixia B 5 – venne scoperto alle 7 del 21 giugno. Un mercoledì. Secondo gli investigatori, sulla scogliera nei pressi della villa di Falcone la borsa con i cinquantotto candelotti era stata collocata da Cosa Nostra il giorno prima. E il bagno all’Addaura era programmato proprio per martedì 20. Ma, per fortuna, il bagno saltò. Saltò perché quel martedì gli interrogatori, condotti dai magistrati ticinesi insieme a Falcone, di esponenti di Cosa Nostra, tra i quali Leonardo Greco, coinvolti nella “Pizza”, si protrassero sino a metà pomeriggio.

L'ipotesi della talpa

 Ma chi informò la mafia della presenza, in quei giorni a Palermo, degli inquirenti svizzeri e dell’oggetto della loro rogatoria, ossia la “Pizza connection”? E come poteva sapere, Cosa Nostra, della visita all’Addaura? Il bagno, Falcone lo aveva proposto ai colleghi ticinesi incontrandoli, nel suo ufficio al Palazzo di giustizia di Palermo, lunedì mattina 19 giugno, ovvero il giorno dopo l’arrivo in Sicilia della delegazione elvetica. C’era una talpa? Dalle audizioni locarnesi i magistrati di Caltanissetta intendono acquisire ulteriori elementi riguardanti i giorni del fallito attentato: chi erano ad esempio le persone che assistettero agli incontri tra Falcone e i giudici svizzeri? Tali persone erano a conoscenza del programma – lavoro e tempo libero – stabilito da Falcone e dalla delegazione elvetica?...

'Ho pensato che sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto il dottor Falcone'

Rispondendo nella mattinata di ieri alle domande del pm Tescaroli e dell’avvocato Antonio Impellizzeri, difensore di fiducia di Antonino Madonia (si dichiara estraneo ai fatti contestatigli), Tatiana Brugnetti ha ricordato quanto vissuto quel mercoledì del 21 giugno ’89. Rientrando in tarda mattinata da una visita ai monumenti di Monreale, la delegazione svizzera passò in auto dalla villa di Falcone all’Addaura e notò numerosi agenti di polizia. Ed è in macchina che, poco dopo, apprese dal radiogiornale del ritrovamento di un ordigno sugli scogli. In seguito nell’ufficio di Falcone «ci fu un gran silenzio...»: il giudice «ricevette una telefonata... era un politico». Falcone «mi diede l’impressione di un magistrato che si sentiva lasciato solo». E con le lacrime agli occhi Brugnetti ha aggiunto: «Ho pensato che sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto il dottor Falcone».

'Ho toccato con mano l'esistenza della mafia'

 Con il fallito attentato dell’Addaura, ha dichiarato nel pomeriggio alla corte il perito contabile Daniele Rusconi, «ho toccato con mano l’esistenza della mafia». Un fallito attentato per il quale sono stati rinviati a giudizio con l’accusa, fra le altre, di tentato assassinio, oltre a Salvatore Riina e ad Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Vincenzo Galatolo, Angelo Galatolo nonché i pentiti Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante.

Stando alle indagini, Biondino e Ferrante avrebbero consegnato l’esplosivo (il Brixia B 5 venne usato anche per un altro attentato e pure questo fallito: quello contro il giudice Carlo Palermo) ad Antonino Madonia, che con altre persone lo avrebbe trasportato con un canotto e sistemato sugli scogli dell’Addaura.

Composta di nove giurati e presieduta dal dottor Pietro Falcone (giudice a latere Laura Seveso), la Corte d’Assise di Caltanissetta si riunirà nuovamente stamane per sentire l’ex giudice istruttore Lehmann e l’avvocato Filippo Gianoni. Gli interrogatori in corso a Locarno avvengono sulla base della rogatoria inoltrata dai giudici siciliani nel marzo di quest’anno. Della sua esecuzione si occupa il procuratore pubblico Jacques Ducry, già magistrato rogato nel 1986 in occasione della trasferta luganese, sempre per questioni di mafia, del Tribunale di Palermo. Da parte del pp Ducry, ha sottolineato Tescaroli, «abbiamo avuto e abbiamo una notevole collaborazione. Ci ha agevolati nell’attività investigativa».

 

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