Economia
04.04.2019 - 07:560

La felicità entra nelle aziende: arriva il capo 'del buonumore'

In America alcune aziende hanno introdotto la figura dello Chief happiness officer. Per gli psicologi è una forzatura inutile.

Alcune aziende statunitensi hanno introdotto da tempo la figura dello Chief happiness officer, il responsabile della felicità del personale. Per gli psicologi è una forzatura inutile. “Non sono sicuro che questa moda contribuirà al benessere reale dei dipendenti”, afferma lo psicologo Yves-Alexandre Thalmann, alla luce di iniziative come l’introduzione del Chief happiness officer, il dirigente addetto alla felicità adottato da alcune società. E non si tratta di un pesce d’aprile tardivo visto che questa figura professionale esiste in molte aziende statunitensi, specialmente quelle più innovative d’oltre Atlantico. Lo Chief happiness officer rientra tra le figure aziendali che si occupano delle risorse umane, ovvero dei dipendenti. È un’evoluzione dello Human resource manager tradizionale e, in particolare, come il nome suggerisce, si occupa della loro soddisfazione e del loro benessere, poiché è ormai noto che dipendenti più felici anche sul posto di lavoro sono dipendenti più motivati e produttivi.

“È semplice da dire, ma se mi alzo la mattina per andare a lavorare è per avere il mio salario alla fine del mese: principalmente il lavoro è questo e per la maggioranza dell’umanità rimane questo”, afferma Thalmann in un’intervista rilasciata ieri mattina alla radio romanda Rts. “Quindi, se mi si viene a dire che sono obbligato a essere felice rispondo di no”, sostiene lo specialista, che è peraltro autore di numerosi libri sul pensiero positivo. “Invece di pagare il salario di un capo della felicità si può migliorare molto più facilmente il benessere dei dipendenti diminuendo la pressione ed evitando la corsa ai profitti ad ogni costo”, osserva lo psicologo. Lo scopo ultimo delle imprese, ricorda il professionista che esercita in Romandia, è rendere i lavoratori più produttivi. “Ho l’impressione che si tratti di una sorta di moda che in qualche modo aggiunge ulteriore pressione, sotto la copertura delle buone intenzioni”. Il rischio è quello di andare verso una dittatura della felicità. Vi sono poi altri aspetti negativi. “Se le aziende implementano qualche strategia per favorire la felicità, alla fine dell’anno il dipendente può difficilmente lamentarsi, per esempio dicendo che è sotto pressione, che non ha sufficiente autonomia o che non riceve abbastanza riconoscimenti – i veri elementi, questi, che fanno la felicità in ambito professionale”. Certo, si propongono i tavoli da ping pong e si installano le macchine da caffè super-performanti: ma questi sono aspetti del tutto secondari rispetto a quelli essenziali.

“Ricevo a volte delle richieste da parte di società che dicono di voler organizzare un seminario sulla felicità, a cui tutti gli impiegati devono partecipare: no, così non va”. Per contro “se volontariamente si decide di fare qualcosa per migliorare il proprio benessere allora ha senso”, prosegue l’esperto. “La ricerca della felicità deve essere un atto volontario, si parla di sviluppo personale”. Per Thalmann occorre comunque essere coscienti degli aspetti fondamentali del problema. Secondo gli studi in materia gli eventi che si vivono nell’esistenza, professionale e no, non contribuiscono più del 10% alla quota di felicità. Il 40% è dettato dal modo in cui si vivono questi eventi. E il rimanente 50% è comunque di origine genetica. Il margine per lo Chief happiness è quindi minimo.

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