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Ticino Musica
17.07.2021 - 16:15

Pablo Márquez e la sua 'piccola orchestra', la chitarra

A Lugano, martedì 20 luglio alle 21, la Chiesa di San Carlo Borromeo accoglie il recital di uno dei pilastri di Ticino Musica

di Alessandra Aitini
pablo-marquez-e-la-sua-piccola-orchestra-la-chitarra
'Un’infinità di nuances che dipendono dai differenti tocchi' (AK Photography)

Martedì 20 luglio alle ore 21 la Chiesa di San Carlo Borromeo ospiterà il recital del chitarrista Pablo Márquez, solista di fama internazionale, professore alla Musikhochschule di Basilea e da quattro anni tra i ‘pilastri’ di Ticino Musica. È lui stesso a introdurci al Festival e al suo concerto. 

La sua presenza a Ticino Musica è ormai un punto di riferimento per decine e decine di chitarristi provenienti da tutto il mondo, che ogni anno assistono a ogni sua lezione, al di là del proprio momento individuale. Qual è il valore aggiunto di questo tipo di lavoro “collettivo”

Il lavoro collettivo crea una dinamica che non esiste nelle lezioni individuali a porte chiuse. La presenza di altri studenti incoraggia una maggiore concentrazione e moltiplica i momenti di apprendimento. Questo permette di esplorare con maggiore profondità una moltitudine di concetti sia tecnici che interpretativi che filosofici: di conseguenza, alla fine di 2 settimane di lezioni, il cammino percorso e scandagliato è molto più profondo, lungo e interattivo e il repertorio affrontato è molto più esteso. D’altra parte la presenza continuativa di tutti gli studenti evita la necessità di spiegare i medesimi concetti più volte e nel caso si verifichi una ripetizione è sempre un porre in prospettiva questo stesso concetto, non una reiterazione meccanica.

Con quale stato d’animo torni in questo 2021 a Ticino Musica?

Sono molto contento di ritornare ogni anno a Ticino Musica, è sempre un momento intenso di riflessione e di scambio sia con i colleghi che con gli studenti: questo è estremamente importante per me. È inoltre una grande gioia grande tornare a suonare in pubblico dopo la pausa più lunga di tutta la mia vita professionale, quasi nove mesi in cui non ho potuto farlo a causa della situazione pandemica e per ragioni personali.

Il programma del tuo recital prevede tue trascrizioni da Chopin. Qual è il significato del trasporre questo autore, pressoché al 100% ‘pianistico’, sulla chitarra?

Suonerò due Studi dell’op. 25, il primo e il quarto. Queste sono trascrizioni nate quasi per caso perché lo Studio dell’op. 25 n. 4 di Chopin mi ricordava da sempre lo studio op. 31 n. 20 di Fernando Sor (un compositore e chitarrista protoromantico molto importante), che è nella stessa tonalità di la minore e che tratta lo stesso materiale musicale, lo staccato-legato. Un giorno decisi di prendere la partitura di Chopin per poterla analizzare più dettagliatamente e con mia grande sorpresa scoprii che funzionava molto bene sulla chitarra. In quel momento mi resi conto che Chopin utilizza altri metodi che sono presenti anche nello studio di Sor: l’addensazione degli accordi e i ritornelli. Sor pubblicò la sua op. 31 nel 1827 a Parigi, al suo ritorno dalla Russia. Chopin arrivò a Parigi nel 1830 e poco tempo dopo compose i suoi Studi op. 25. Entrambi vissero nella stessa città fino alla morte di Sor nel 1839 e benché non ci sia evidenza storica che si fossero conosciuti (Chopin aveva 32 anni meno di Sor) non è impossibile che ci sia stato un incontro. Probabilmente non sapremo mai se Chopin conoscesse lo studio di Sor in questione, ma è un’ipotesi interessante.

La chitarra è vista, in maniera un po’ stereotipata, come uno strumento dal suono delicato. Quali sono, al di là di questa definizione ‘comune’, i segreti della personalità e del suono della chitarra?

La chitarra è uno degli strumenti con più possibilità di colori, quasi un’infinità di nuances che dipendono dai differenti tocchi. È questo che portò Berlioz a definirla come una “piccola orchestra” e questa ricchezza la rende unica. Per quanto riguarda la delicatezza dello strumento, nella mia esperienza personale, che mi ha portato a suonare in grandi sale, non ho mai avuto problemi a fare arrivare il suono della chitarra fino all’ultima fila. Secondo me il segreto è pensare in termini di proiezione e non di volume. Al giorno d’oggi c’è una forte tendenza a confondere questi due concetti, il che si è manifestato particolarmente nella liuteria. Per questo motivo privilegio l’utilizzo di strumenti tradizionali con un suono forse un po’ più debole, ma che proiettano più degli strumenti moderni. Nel mio concerto a Lugano userò una meravigliosa chitarra costruita nel 1927 dal liutaio di Barcellona Francisco Simplicio.

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