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‘I'm So Sorry’, di Zhao Liang
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15.07.2021 - 14:12
Aggiornamento : 19:03

Povero mondo, a Cannes i dubbi sul nucleare

Elencati in ‘I'm So Sorry’, saggio-poesia del cinese Zhao Liang. ‘Red Rocket’ fatica a volare, ‘A Feleségem Története’ è un feuilleton: meglio ‘Les Olympiades’

di Ugo Brusaporco

Giorni di partenza al Festival di Cannes, fila dalla mattina alla sala tamponi per tutti quelli che devono ritornare al proprio paese. Intanto, una notizia: nel 2019 gli accreditati stavano in duemila pagine dense; quest'anno in centoventi. È un mondo che cambia, lo spiega magnificamente un film, ‘I'm So Sorry’, concepito come un saggio-poesia dal pluripremiato regista e fotografo cinese Zhao Liang. Un film che si interroga, giustamente, sull'aumento del CO2 nell'aria che respiriamo, e se la risposta è tagliare l'energia fossile, l'alternativa non può assolutamente essere il nucleare. Energia pericolosa, micidiale se pensiamo solo allo stoccaggio di scorie che saranno radioattive per 100mila anni, e pensando anche a quanto ci resta di Chernobyl dal 26 aprile 1986, e di Fukushima, dieci anni fa, lezioni indimenticabili. Zhao Liang, amaro Virgilio per lo spettatore, ci porta nell'inferno della follia dell'uomo, che porta all'autodistruzione. Viaggiamo a incontrare un vecchio e una vecchia che non hanno abbandonato i dintorni contaminati di Chernobyl: uno lontano dall'altra, aspettano serenamente di morire, si nutrono di silenzio in quel luogo abbandonato dagli uomini, e per non impazzire nel vuoto del dire, parlano con i morti, con i loro parenti e amici e conoscenti che abitavano in quella città. E lo stesso fanno lontanissimi, eppure fratelli nella disgrazia, un uomo e una donna, questa volta insieme, sposati, vecchi, che a Fukushima, dopo l'incidente nucleare, sono stati sfollati, e ora lui fa il lavoro delle api che non ci sono più, per cui è lui che impollina le piante del suo orto. Inutile dire del loro esilio forzato. E ancora il regista poeta ci porta in Germania là dove gli antinuclearisti occupano stazioni e strade vicino alle centrali che devono smettere di funzionare nel 2022, attenti che tutto funzioni e di come verranno trattate le scorie; e, ancora, in Finlandia, dove a Onkalo, sede di una centrale nucleare, hanno costruito un deposito geologico profondo 450 metri, destinato a immagazzinare definitivamente scorie radioattive finlandesi.

Zhao Liang ci fa vedere anche la conseguenza sui bambini che ancora nascono vicino a questi disastri e allora si toccano le fiamme più feroci di questo inferno, ed è impossibile non essere scottati. E la domanda che ci pone alla fine è solo: per mantenere la vita che facciamo, le nostre fatue necessità, il nostro pensare a un diritto il divertirci, possiamo davvero permetterci di lasciare a chi verrà dopo di noi un pianeta così invivibile? Il regista cita Papa Francesco come ultimo condottiero per salvare il mondo. E cita infine Cechov, immancabile ormai nei film che guardano all'oggi: “Quelli che vivranno dopo di noi, fra due o trecento anni, e ai quali stiamo preparando la strada, ci saranno grati? Si ricorderanno di noi con una buona parola?”. 


‘I'm So Sorry’, di Zhao Liang

In concorso sono passati tre film a loro modo interessanti, ma non del tutto convincenti come ‘A Feleségem Története’ (The Story Of My Wife) della talentuosa Ildiko Enyedi, ‘Red Rocket’ di Sean Baker e l'atteso ‘Les Olympiades’ (Paris 13th District) di Jacques Audiard. Il primo, ‘A Feleségem Története’, è un delicato film romantico, un adattamento cinematografico del romanzo ‘La storia di mia moglie’ di Milán Füst. Siamo negli anni ’20 dello scorso secolo e la vicenda, divisa in capitoli come ormai è di moda nei film, si sviluppa tra il mare, Parigi e Amburgo, e vede come protagonisti Jacob Störr (un legnoso Gijs Naber), stimato capitano di mare, e la brillante Lizzy (la sempre brava, ci ripetiamo, Lea Seydoux). Tornato da un lungo viaggio in mare, il capitano pensa di trovare moglie, su consiglio di un suo marinaio; decide allora di sposare la prima che entra in un elegante ristorante, e questa è l'affascinante Lizzy, subito disponibile a sposarlo. Lui parte per un lungo viaggio in cui salva la nave da un pericoloso incendio senza chiamare aiuto, fidandosi della sua esperienza; ma non avendo esperienze amorose, al ritorno comincia a dubitare della fedeltà della moglie. Per non perderla di vista accetta un lavoro di routine a terra, ma le cose tra loro non vanno meglio, al punto che lui tenta di suicidarsi. Incontra una giovane che si innamora di lui, ma lui è fedele e onesto. Finché scopre che la moglie ama davvero un altro e allora non resta che ritornare al mare. Film vecchio, girato con poca convinzione da una delle registi più affascinanti e autoriali dell'Europa orientale, è un feuilleton senza fine, anche noioso, di cui non sentivamo la mancanza.


‘A Feleségem Története’ (The Story Of My Wife), di Ildiko Enyedi (foto: Hanna Casta)

Sean Baker, regista di talento, che qui a Cannes ha trovato l’investitura proprio alla Quinzaine nel 2017 con ‘The Florida Project’, in questo esordio nella competizione ufficiale ha portato un film, ‘Red Rocket’, che fatica a volare, nonostante sia un argomento nelle sue corde. In ‘Tangerine’, nel 2015, giocava con il personaggio principale, una prostituta transgender; qui invece è una pornostar maschile, Mikey Saber (il controverso Simon Rex, attore e rapper noto per alcuni video di masturbazione da solista per una compagnia di porno gay di Los Angeles). Mickey ormai fuori forma torna a Texas City, sua città natale, per ricostruirsi una vita, sempre nel tentativo di ritentare il cammino di pornostar a Los Angeles; sulla sua strada la ex moglie (Elizabeth Elrod) che aveva anche girato video hard con lui all’inizio della carriera, e la 17enne Strawberry (Suzanna Son) che lui cerca di portare sulla strada del porno. Attraverso la relazione tra questi due personaggi, il regista riesce a sovvertire le nozioni romantiche del sogno americano e Mikey in particolare è un buon ritratto del tipo di truffatore da due soldi che cerca continuamente di vendere agli altri la sua visione di se stesso. Girato durante la pandemia in 16mm dal direttore della fotografia Drew Daniels, il film riesce a sfruttare la grana particolare del 16 soprattutto nei campi lunghi, nel raccontare il degradato paesaggio urbano in cui tutta la squallida vicenda si svolge.


‘Red Rocket’, di Sean Baker (foto: Drew Daniels)

Terzo film in concorso, ‘Les Olympiades’ che Jacques Audiard ha tratto da tre graphic novel del fumettista americano Adrian Tomine, senza tradirne lo spirito. Les Olympiades del titolo sono una serie di edifici residenziali alti e dall'aspetto retrò nel 13esimo arrondissement di Parigi. Tutte le storie si svolgono dentro e intorno a questi edifici, che danno un senso radicalmente diverso della capitale francese dalle classiche facciate haussmaniane che i turisti associano alla città. E le parole passano in secondo piano rispetto al rapporto fisico, dove la stessa parola amore cerca un gesto per avere un minimo valore. Un film sui giovani millennials, su Emilie che incontra Camille, che è attratta da Nora, che incrocia il cammino di Amber, e il loro è un gioco di spazi emotivi da occupare, da offrire. L'amore moderno.


‘Les Olympiades’, di Jacques Audiard (foto: ShannaBesson)

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