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18.04.2021 - 22:28
Aggiornamento: 20.04.2021 - 15:33

Visions du réel, sguardo sugli ultimi tra gli ultimi

In concorso a Nyon ‘Zinder’ di Aicha Macky e ‘Courage’ di Aliaksei Paluyan

di Ivo Silvestro
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‘Zinder’ di Aicha Macky

È un documentario semplice, quasi essenziale, ma è tra i migliori film visti nel concorso internazionale di Visions du Réel: ‘Zinder’ di Aicha Macky si presenta come un classico reportage dai sobborghi di una grande città del Niger, ma nulla è come sembra. Fin dalle prime sequenze, dove vediamo due membri di una delle gang del luogo girare in motocicletta per le polverose vie del quartiere di Kara Kara con una bandiera rozzamente realizzata con svastiche e il nome di Hitler. “È il nome di un tizio in America, un guerriero invincibile: noi, come lui, non abbiamo paura” spiegano i due, dando al contempo prova di sagacia e ignoranza.

Kara Kara è il quartiere dei reietti, degli ultimi tra gli ultimi. Per raccontare un luogo simile, per portare su schermo le vicende le vite dei suoi abitanti, ci vuole una regista come Aicha Macky. Innanzitutto perché è una sociologa, oltre che una (ottima) regista: lo sguardo è quello di chi vuole comprendere, non solo spiegare, di chi interroga le persone non solo per conoscere le loro storie, ma per arrivare al quadro generale. E soprattutto Aicha Macky è “una figlia di Zinder”, come mette lei stessa nero su bianco all’inizio del documentario. Della città di Zinder, non di Kara Kara: al contempo vicina e lontana, la regista riesce a entrare in contatto con gli abitanti del quartiere, a farsi raccontare le loro vite e a raccontarle a sua volta a noi spettatori senza privare i protagonisti della loro dignità.

Per un’ottantina di minuti si resta catturati dalle immagini e dalle parole degli abitanti di Kara Kara: una visione dalla quale si esce certo scossi, ma non emotivamente travolti come capita con altri film e documentari. Al contrario, si vorrebbe saperne di più, quasi spiace che per comprensibili questioni di distribuzione – ‘Zinder’ girerà per un po’ tra i festival dedicati alla documentaristica per poi finire nei circuiti televisivi – si sia dovuti rimanere sotto i novanta minuti perché la vita, a Kara Kara, è complessa e si vorrebbe sapere di più della cultura delle gang, i ‘palais’ in gergo locale, della condizione delle donne avviate giovanissime alla prostituzione, di tutte le storie di violenza e soprusi che altri cineasti banalizzerebbero e renderebbero opache.

Il film si conclude con la dedica “ai giovani del mio Paese”.

A teatro ci vuole ‘Courage’

Sempre nel concorso internazionale troviamo il documentario ‘Courage’ di Aliaksei Paluyan, già passato alla Berlinale. Siamo nella Bielorussia di Lukashenko, “non più una dittatura, ma una tirannia” afferma uno dei protagonisti. Il film segue le elezioni presidenziale dell’agosto del 2020, apparentemente vinte da Lukashenkocon l’80 per cento dei voti e le proteste della popolazione per denunciare i brogli.

Già questo basterebbe a farne un bel documentario sui regimi autoritari, sulla lotta per la libertà. Ma Paluyan sceglie come guida una compagnia teatrale indipendente di Minsk. Alcuni provengono da teatri prestigiosi, rimasti senza lavoro dopo aver criticato il regime di Lukashenko e insieme si ritrovano a organizzare proteste e spettacoli con il regista in collegamento video da Londra – non per le restrizioni pandemiche come siamo abituati noi, ma perché lì come rifugiato politico – che consiglia di fare turni in modo che arrestino al massimo solo parte della compagnia.

Così ‘Courage’ diventa non il resoconto di una rivoluzione in divenire, ma una necessaria riflessione sul senso e il ruolo dell’arte, teatrale e cinematografica, quando la libertà viene meno.

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