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Frankenstein (foto Massimiliano Rossetto TSB)
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21.10.2020 - 09:000

Al Sociale la storia di Frankenstein. E della sua creatrice

Margherita Saltamacchia ci racconta il suo spettacolo ‘Frankenstein, autoritratto d'autrice’, dedicato a Mary Shelley, in scena giovedì a Bellinzona

«Che cosa sai di Frankenstein?» mi chiede Margherita Saltamacchia mentre ci sediamo in un bar per parlare del suo ‘Frankenstein, autoritratto d'autrice’, nuova produzione del Teatro Sociale di Bellinzona in scena giovedì 22 ottobre alle 20.45 (prevendita all’Ufficio turistico Bellinzona, su www.ticketcorner.ch e nei punti Ticketcorner.).

Frankestein: quel che subito viene in mente è il personaggio, i film, le parodie. Il romanzo di Mary Shelley scivola in secondo piano. «Anch’io pensavo di sapere tante cose, di Frankenstein e non mi piaceva quel che sapevo, o almeno non mi affascinava» racconta l’attrice che, dopo la bella messa in scena del ‘Fondo del sacco’ di Plinio Martini, torna a teatro con un libro in mano, «per portare a teatro il testo, senza farne un adattamento teatrale che sarebbe un’altra cosa». Però sul tavolino non c’è una copia del romanzo del 1818, ma un quaderno che raccoglie brani del libro e degli appunti, «come se fosse un quaderno di appunti di Mary Shelley».

Margherita Saltamacchia, chi vedremo in scena?

Un’attrice che prova a entrare in quello che noi abbiamo chiamato un gioco di specchi tra creatori e creature. Ci sarà Margherita Saltamacchia che ha in mano gli appunti di Mary Shelley. E Mary Shelley si racconta attraverso i suoi personaggi: lo scienziato Victor Frankenstein e la sua creatura.

Un gioco che sarà enfatizzato dalla voce: mi sono divertita, in studio, a creare delle voci diverse e con un “distorsore” ben visibile in scena il pubblico ascolterà la voce di Mary Shelley, quella di Victor Frankenstein e quella della creatura.

Protagonista quindi non sarà il dottor Frankenstein, e neppure la sua creatura.

Protagonista è Mary, per questo lo spettacolo l’ho intitolato “autoritratto d'autrice”. È stato con Piazzaparola, che l’anno scorso mi ha commissionato la lettura, che ho iniziato a leggere approfonditamente Frankenstein: mi si è aperto un mondo. Sono andata a vedere chi fosse questa Mary Shelley, ho letto le due lettere, i suoi diari che sono quasi delle chiavi di lettura per capire perché, come sia arrivata a concepire una “idea così orribile”, come la definisce lei.

La prima edizione del 1818, anonima, aveva la prefazione del marito Percy Shelley, perché lei era una donna: non si poteva dire che a scrivere un romanzo così era stata una donna. Nel 1831, ormai il marito è morto, viene finalmente pubblicata un’edizione con la sua prefazione e lei lì racconta come l’ha scritto, perché l’ha scritto, ripercorre tutto quello che è successo da quando a 17 anni era scappata con Percy Shelley e, già orfana di madre, viene ripudiata dal padre. È il tema della creatura abbandonata dallo stesso creatore, quel grido che poi ritroviamo nella Creatura di Frankenstein: perché tu che mi hai creato adesso mi stai ripudiando così disgustato? C’è Mary nella Creatura, ma c’è Mary anche in Victor Frankenstein: lei cerca di creare qualcosa di bello, di duraturo, lei che ha avuto tutti i suoi figli morti da piccoli.

Ti sei innamorata di Frankenstein.

Sì. Lo spettacolo dovevamo portarlo in scena lo scorso marzo. Nei mesi di lockdown sono tornata più volte sul testo e – sarà stata la situazione particolare che ci ha portato a ridare un senso a tante cose che davamo per scontate – mi sono detta che mancava qualcosa. Ho chiamato Cristina Galbiati di Trickster-p, che è stata un’ottima ‘drammaturg’. Lei mi ha aiutato a trovare più livelli di lettura: ero un po’ partita con l’idea che Mary, la Creatura e Victor Frankenstein fossero un po’ “il buono il brutto il cattivo”, ma grazie a Cristina penso sia venuto fuori un autoritratto più realistico, perché nella vita siamo tante cose.

Mentre di solito Frankenstein è visto come lo scienziato punito perché ha osato troppo.

Quello certamente c’è: è un tema universale – pensiamo a Prometeo, a Ulisse… – che anche Mary ovviamente lo affronta. Però partendo dalla sua vita personale, dal suo vissuto come creatura abbandonata. Ma Mary non è solo una vittima: lei è anche Victor Frankenstein, è una che ha sfidato suo padre, ha sfidato i pregiudizi dell’epoca in cui viveva.

Con ‘Il fondo del sacco’ avevamo un romanzo portato in scena, selezionando alcune parti. Qui invece c’è un ampliamento del testo di partenza, con lettere e diari.

Tutto l’aspetto narrativo è ridotto all’osso anche perché quello che a me e Cristina Galbiati interessa è il processo creativo di Victor, quel desiderio di conoscenza, di stupore. Volevamo innanzitutto mettere questo perché è universale, è la partenza di tanti processi creativi.

È come se ci fosse un monologo di Victor, interrotto da Mary che guarda, che si guarda da fuori. E a un certo punto arriva la Creatura.

Abbiamo accennato alle voci distorte. Che ruolo hanno?

Spero si capisca, in scena: l’idea è che lo spettatore vede la stessa persona parlare ma senti tre voci molto diverse, comprendendo meglio quel “uno e trino” che è Mary Shelley. Sono tre voci diverse, tre personaggi diversi che arrivano dallo stesso corpo, dalla stessa fonte che è un microfono che abbiamo voluto molto “visibile” in scena.

Può sembrare un semplice gioco teatrale, ma ha la funzione di spiegare l’autrice, il senso di questo suo autoritratto che è il romanzo.

Le voci come sono state realizzate?

Le abbiamo costruite, create io e Fabio Martino, il ‘Mago’ di Vad Vuc, un grande fonico. Voglio poi citare il lavoro di Marzio Picchetti, il light designer: le luci sono parte fondamentale di questa messa in scena apparentemente semplice. E a un certo punto – non dico di più – ci sarà un costume meraviglioso, una creazione artistica di Marianna Peruzzo.

Lo spettacolo avrà un accompagnamento musicale.

È fondamentale: mi farò accompagnare da Christian Zatta, un giovane chitarrista molto bravo che ha composto le musiche.

Come mai una chitarra elettrica, strumento anacronistico se pensiamo a quando è vissuta Mary Shelley?

Avevo bisogno di un’atmosfera graffiante, per Frankenstein. A Piazzaparola mi avevano proposto un’arpa, ma io voglio raccontare una storia da chitarra elettrica: non ci vedevo nessun altro strumento. È nel carattere stesso di Mary Shelley: è una rockettara, fosse vissuta oggi avrebbe suonato la chitarra elettrica.

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