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10.07.2018 - 06:100

Come un pulviscolo d’oro

Lucilla Giagnoni ci presenta ‘Marilyn’, il suo spettacolo nella giornata d’apertura del Festival Territori

“Trentacinque anni vissuti in un corpo estraneo/ trentacinque anni/ con i capelli tinti/ trentacinque anni con un fantoccio./ Ma io non sono Marilyn/ io sono Norma Jean Baker/ perché la mia anima/ vi fa orrore/ come gli occhi delle rane/ sull’orlo dei fossi?”. Lucidi, schietti, profondi sono i versi di autocoscienza dolorosa scritti dalla Monroe. Parole da cui emerge la “fatica nera” fra esistere come Norma e vivere come Marilyn, in continua tensione.

Marilyn Monroe (al secolo Norma Jean Baker, Los Angeles 1° giugno 1926 - 5 agosto 1962) conosciuta per essere stata una “blonde bombshell” – come si diceva allora quando si parlava di un’icona sexy –, dai più ritenuta a torto l’oca bionda, personaggio frivolo e superficiale, una donna oggetto, bella ma stupida. L’occasione per approfondire questa figura ci è data dallo spettacolo proposto dalla rassegna Territori: “Marilyn”, con l’attrice Lucilla Giagnoni, coautrice insieme alla regista Michela Marelli, in scena nella Corte del Municipio bellinzonese (domani sera, mercoledì, alle 21.30).

Con l’attrice abbiamo scambiato quattro chiacchiere telefoniche cercando di comprendere perché portare sulla scena la personalità inaspettata di Marilyn Monroe, immergendoci, per quanto consentano i nostri spazi, nella sua complessità. «La sua storia è di grandissima sofferenza e di grande lavoro di trasformazione di se stessa. Fin da piccola ho voluto fare l’attrice e il mio mito era Marilyn». L’attrice ha voluto così ricercare quali fossero gli elementi che facevano della diva un personaggio irresistibile, perfino per i bambini. «Non si può dire fosse un’attrice bravissima, quindi non era una questione di talento. Era il suo modo di catturare la luce».

Come raccontare Marilyn Monroe astraendo dallo stereotipo che incarna?

Non si può. La narrazione di Marilyn è imprescindibile dal racconto del suo corpo, della sensualità, del fatto di essere oggetto consumato dagli uomini.

È stata una donna dalla natura dicotomica: quella artefatta e quella nell’intimità delle luci spente…

Marilyn Monroe è un personaggio. Norma Jean fece della sua vita un pezzo teatrale: interpretando il ruolo che si era costruita con estrema meticolosità; il suo personaggio più riuscito. A iniziare dal nome, che è stato una conquista.

La sua vita è trascorsa quindi recitando una parte, ma perché?

La Norma Jean che sta dietro Marilyn non è definibile. Rimasta orfana, è passata per la porta di diverse case famiglia e ogni volta le veniva cambiato il nome. È probabile che con un passato così travagliato e confuso abbia voluto creare una storia, per avere un punto fermo, una stabilità identitaria, costruendo una vita in crescita. Questo lo si capisce anche guardando ai suoi mariti: il primo [James Dougherty, ndr] era il ragazzo più sportivo e simpatico del quartiere. Il secondo, Joe DiMaggio, era il campione di baseball. Infine, il terzo marito era il drammaturgo e intellettuale più importante della sua epoca, Arthur Miller. Non possiamo poi dimenticare uno dei suoi amanti, il presidente John Fitzgerald Kennedy… Se il proprio compagno è specchio di crescita, questo climax mostra bene la sua ricerca meticolosa di evoluzione, come donna e compagna, per diventare Marilyn Monroe.

Come diva ha contribuito alla sublimazione di uno stereotipo di genere debole e frivolo, solo bello e sensuale. È proprio così?

Non avendo una famiglia stabile, era senza basi e perciò partiva con un minus. Il frivolo quindi, che è tutto leggerezza e superficialità, ma apparenti, le nasceva da quella mancanza. Il suo plus era la bellezza, ma anche la forza di volontà di diventare qualcuno, malgrado le profonde insicurezze che portavano a dissociazioni interne.

Che cosa sorprende di lei?

Era una donna di una profondità estrema; che si è traslata anche in poesia, ne ha scritte di dense e riflessive. Marilyn, e come lei pochi altri, ha saputo sfruttare abilmente il bisogno iconico della gente. L’immagine di sé che diventa icona di consumo: si pensi anche solo alle opere di Andy Warhol che la raffigurano. [Si veda anche il manifesto di Territori ’18, su cui la diva è raffigurata con tecnica sì serigrafica, ma triplicata; immagine che potrebbe veicolare la metafora della molteplicità della donna e delle donne raccontate, le diverse sfaccettature di un’esistenza; ndr].

Divagando, che cosa mi dice dell’associazione affatto scontata di donna e teatro?

È un tema immenso. Storicamente, le donne non salivano sul palco. Il teatro è osservare e contemplare per poter capire chi si è e in passato le donne non erano considerate specchio con cui confrontarsi. Il mio sguardo rispetto a questo tema è infinitamente piccolo. Tutto il mio lavoro però è costruito a partire dallo sguardo femminile, dal femminino, come ad esempio lo spettacolo “Vergine Madre”. Drammaturgia che parte dalla rappresentazione della Madonna nel XXXIII canto del Paradiso dantesco, dove tutto finisce nella luce. Il concetto principe è quello della congiunzione degli opposti [“Vergine, madre, figlia del tuo figlio (…)”, recita l’incipit dantesco; ndr]: il modo di manifestarsi del femminino. Quindi più che la donna e il teatro, m’interessa molto, nel mio lavoro di ricerca, il concetto di femminino, di cui la donna è la principale ma non la sola portatrice.

Da qui, tornando a Marilyn?

La Monroe incarnava bellezza e fragilità, sensualità e infanzia, sesso e purezza… congiungendo le contrapposizioni; sublimandole nella sua figura.

Lasciamo la chiusa del testo ad alcuni versi emblematici che Pier Paolo Pasolini dedicò alla diva: “(…) quella bellezza l’avevi addosso umilmente,/ e la tua anima di figlia di piccola gente,/ non ha mai saputo averla,/ perché altrimenti non sarebbe stata bellezza./ Il mondo te l’ha insegnata,/ così la tua bellezza divenne sua”.

(Territori apre oggi dalle 14 con ‘Tiempos’, spettacolo di maschere degli svizzeri Héros Fourbus. Fra gli altri, alle 21.30 nella Corte del Municipio, ‘La crepanza’ dei Maniaci D’Amore, e alle 23.15 a Castelgrande ‘Diari d’autrice: Virginia Woolf’ con Margherita Saltamacchia. Domani alle 18.30 a Villa dei Cedri il primo ‘Passaggio clandestino’ di Nando Snozzi).

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