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19.06.2021 - 12:400

Addio Lugano bella, la storia dell’anarchico Pietro Gori

Gli ideali politici di un uomo che rifiutava la violenza e la scienza della devianza di Lombroso: intervista allo storico Massimo Bucciantini

“Addio Lugano bella o dolce terra pia/cacciati senza colpa gli anarchici van via”. C’è una strana attualità, nei giorni dello sgombero e demolizione dell’ex Macello, in questa canzone scritta da Pietro Gori quasi 130 anni fa, quando il governo svizzero cedendo alle pressioni internazionali espulse lui e altri anarchici. «Ho letto dell’accaduto, ma non sono al corrente dei dettagli» ci spiega Massimo Bucciantini che a quella canzone, e al suo autore, ha dedicato un libro – ‘Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani’, Einaudi 2020 – presentato appunto a Lugano mercoledì 9 giugno alla Biblioteca cantonale.
Anche senza pensare al centro sociale, i legami con l’attualità non mancano, tanto che Bucciantini permette subito che il suo «non è un libro né nostalgico né apologetico: è un libro di storia».

Perché dedicare un libro a Pietro Gori? Che cosa lo distingue da altri anarchici del periodo?

Penso che di fronte al mondo globale di oggi ricordare chi alla fine dell’Ottocento cantava “nostra patria è il mondo intero” e “nostra legge è la libertà” sia una cosa buona e giusta. Pietro Gori è un o dei rappresentati di un mondo globale dal volto umano, diciamola così.
E poi molti cantano ‘Addio Lugano bella’ (il lungo elenco di interpreti comprende Gaber, Giovanna Marini e i 99 posse, ndr) ma non tutti sanno chi è l’autore ed è quindi importante ridare voce a Pietro Gori.

Chi era Pietro Gori?

Un politico anomalo: un poeta, un avvocato, ma anche un artista di strada. Io me lo raffiguro anche così, come uno a cui piace fare il teatro e che utilizza il teatro e la retorica della messa in scena per far passare alcune idee politiche. È questo il motivo per cui lo definisco anomalo, rispetto ad altri anarchici dell’epoca. E qui sta anche l’attualità di Gori: si pone un problema ancora oggi enorme, come entrare in contatto con le classi popolari, come comunicare, quale linguaggio usare. Ponendosi questo problema, si conferma un politico anomalo, se vogliamo “populista”: vive con il popolo, e assume il ruolo di avanguardia per far passare idee che non hanno niente a che vedere con lo stereotipo dell’anarchico terrorista.

Il populismo odierno si muove su altri temi e con altri mezzi.

Siamo esattamente all’opposto: se c’è un tema che Gori sottolinea è l’internazionalismo, contro qualunque nazionalismo, contro qualunque idea limitata di una politica nazionale. Non per nulla i suoi punti di riferimenti non sono quelli del canone tradizionale italiano come Carducci o Manzoni, ma i grandi scrittori dell’Ottocento da Zola a Tolstoj.

Un altro aspetto importante è il periodo in cui vive e opera Gori. Sono gli anni del terrorismo degli anarchici individualisti, dell’uccisione del presidente francese Carnot e di Umberto I da parte di Gaetano Bresci. L’azione violenta degli anarchici individualisti mette in crisi il tentativo di Gori di dar luogo a una forma di partito confederale anarchico che aveva trovato il suo atto di battesimo proprio a Capolago.

Possiamo chiarire meglio questo progetto? In quanto anarchico, immagino Gori rifiutasse ogni autorità politica.

Rifiutava ogni autorità politica ma rifiutava anche ogni scorciatoia terroristica e questo vale per Gori come per quello che era considerato il leader degli anarchici italiani, Errico Malatesta.
La sua è una posizione molto ferma, molto netta e complessa: da una parte fortemente critica verso chi sostiene l’attentato come strumento di lotta politica, dall’altra altrettanto critica verso le forme socialiste di parlamentarismo.

Come potremmo descrivere l’ideale politico di Gori?

Una politica profondamente utopica: l’individualità è bene comune e non ci sono forme di rappresentanza dello stato. Una forma utopica che troviamo raffigurata in quegli anni da tantissimi artisti neoimpressionisti francesi che descrivono l’anarchia non come un ritorno al passato ma come una via per il futuro: pace, uguaglianza sociale, libertà.

Una posizione fortemente utopistica che in quegli anni viene spazzata via dagli attentati terroristici. Non a caso Pietro Gori scriverà successivamente che quella per arrivare a una concezione anarchica della società sarà una via molto lunga perché, scrive, le coscienze sono sonnacchiose.

Protagonista del libro non è solo Gori ma anche Lombroso, il fondatore dell’antropologia criminale.

Lombroso era un cacciatore di anomalie: al cuore della sua ricerca c’è la ricerca di un fondamento biologico della devianza. E con lui l’universo anarchico viene marchiato dallo stigma della devianza. Anche se poi la sua posizione cambierà con il tempo, la violenza anarchica diventa una forma di violenza innata.

Le teorie di Lombroso hanno quindi avuto un ruolo nella repressione anarchica?

Sì. Oggi sorridiamo, pensando alle sue teorie fisiologiche e organicistiche, ma non fu un fenomeno effimero: Lombroso godette di un grande prestigio nazionale e internazionale. Riuscì a creare una scuola non solo in ambito medico e psichiatrico, ma anche nelle scienze giuridiche e sociali. Molti discepoli di Lombroso erano nei corpi di polizia, erano questori, erano prefetti, erano direttori di carcere.

La sua teoria ha trasformato gli anarchici da un movimento politico ma in un movimento di malfattori e gli effetti si vedono nelle leggi anti-anarchice di Crispi del 1894, dalle quali arriviamo all’esilio di Gori – considerato il cattivo maestro di Sante Caserio che ha ucciso il presidente francese Carnot – e poi l’espulsione. Una pagina tutt’altro che luminosa, nella storia della Confederazione elvetica e infatti a Lugano non ci sono lapidi che ricordano Pietro Gori. Ma quando lavoravo al libro venni per vedere il bellissimo murale di Agostino Iacurci in via Lavizzari.

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