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(Gerd Altmann/Pixabay)
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29.05.2020 - 06:300

Radio Free Twitter e i paradossi di Trump

Che cosa ci racconta lo scontro tra il presidente statunitense e il social network dopo la "censura" di un suo tweet

C’è qualcosa di paradossale, nello scontro tra il presidente Donald Trump e Twitter. Innanzitutto perché parte del successo mediatico e politico del presidente statunitense è legato proprio all’uso spregiudicato del social network; una situazione che certo non cambierà per un generico invito a “verificare i fatti” come quello aggiunto ad alcuni tweet di Trump. Paradossale è ovviamente la stretta sui social media annunciata da Trump, con un ordine esecutivo che dovrebbe limitare le protezioni legali dei social network “per amore della libertà”. Ma paradossale è anche pensare a come sono cambiati il ruolo e la percezione dei social media nell’ultimo decennio, passati in breve da “alfieri della libertà” a “pericolo per la democrazia”.

Torniamo al 2009: Obama era da poco stato eletto presidente degli Stati Uniti anche grazie a internet, usato tuttavia per organizzare e mobilitare la propria base non per disinformare, ma l’evento centrale per capire la considerazione di cui allora godevano i nuovi media sono state le elezioni in Iran e le proteste che sono seguite dopo la vittoria – dovuta a pesanti brogli ampiamente descritti dalla stampa internazionale – di Ahmadinejad. Si parlò di “Twitter Revolution”, perché era proprio tramite questa nuova piattaforma, lanciata da un paio d’anni appena, che le informazioni riuscivano a circolare, sfidando la censura delle autorità iraniane. Nella fase calda della rivolta, il Dipartimento di Stato contattò il fondatore di Twitter Jack Dorsey per chiedere di rinviare un intervento di manutenzione che avrebbe reso inaccessibile il sito: gli iraniani dovevano continuare a twittare. Si trattò l’iniziativa di un giovane, il non ancora trentenne Jared Cohen, che godeva di un certo prestigio all’interno del Dipartimento di Stato guidato da Hillary Clinton. Un “ciberutopista” secondo il sociologo Evgeny Morozov che ai pericoli di questi “sogni delle nuove tecnologie” ha dedicato un libro, ‘L’ingenuità della rete’. Perché l’idea era che i social network potessero essere la nuova Radio Free Europe, l’emittente finanziata dalla Cia per promuovere la libertà e la democrazia nei Paesi del blocco sovietico – ma alla fine la rivolta in Iran fu repressa dal governo con la violenza e diversi manifestanti identificati proprio sfruttando la loro attività online. E Jared Cohen andò a lavorare per Google.

L’ingenuità denunciata da Morozov non consisteva infatti nel pensare che i social media sono uno strumento potente, ma che questo potere sarebbe stato usato solo dai “buoni”. A far capire una volta per tutte che i social media non sono lì solo per promuovere gli ideali democratici – o per far propaganda statunitense, la linea è talvolta sottile – ci pensarono i terroristi quando iniziarono a usare Twitter e gli altri social media per far propaganda più o meno organizzata, dai filmati dei prigionieri decapitati ai proclami fino ad arrivare ai banali, per quanto talvolta violenti, post di cittadini qualunque. E se fino a grosso modo metà degli anni Dieci la strategia dei social media era sostanzialmente di chiamarsi fuori, lasciando ai singoli utenti la responsabilità dei contenuti condivisi sulle proprie piattaforme – la metafora preferita era quella del servizio postale, inconsapevole di quel che recapita in buste e pacchi –, di fronte al terrorismo si è iniziato a intervenire sui contenuti. Privandosi tra l’altro della possibilità di sfruttare i social media per monitorare la situazione, identificando ad esempio le comunità a maggior rischio di estremizzazione, ma questa è un’altra storia.

I social media hanno smesso di essere uno spazio aperto a chiunque, per diventare qualcosa di più vicino a un prodotto editoriale, con delle scelte sui contenuti che è possibile condividere. Niente terrorismo, quindi, poi giustamente ci si è concentrati sui reati d’odio, sulle discriminazioni, sul bullismo: tutte decisioni fatte per evitare di diventare, da quella forza di emancipazione con cui erano nati, a territorio di abusi e prevaricazioni. Ma il colpo più duro alla reputazione dei social media è arrivato con le fake news: ora, sull’effettiva influenza della disinformazione online si discute molto – e non senza ragione c’è chi sottolinea il potere dei media tradizionali, innanzitutto della televisione –, ma certo quella delle fake news è una delle principali preoccupazioni dopo l’elezione di Trump e il voto sulla Brexit.
È in questo contesto che si inseriscono i recenti sforzi di Twitter, Facebook e YouTube per contrastare la disinformazione, lasciando comunque ampio margine agli utenti. Seppur con differenti approcci, infatti, tutte le piattaforme considerano la rimozione di contenuti come intervento estremo da utilizzare solo nei casi più gravi, ad esempio quando c’è un pericolo per la vita delle persone (pensiamo, un esempio a caso, a consigliare di bere della candeggina). Per il resto, meglio intervenire in maniera più leggera, ad esempio con avvisi come quello che ha mandato su tutte le furie Trump, nonostante l’ampia libertà che, in quanto politico, gli era concessa dal regolamento di Twitter. Lo scontro che si sta aprendo, al di là delle conseguenze immediate – verosimilmente un aumento di popolarità per Trump e un calo in borsa per le aziende tecnologiche – potrebbe quindi aprire una nuova fase nel ruolo pubblico dei social media. Quale è difficile prevederlo, ma difficilmente i social network potranno continuare a mantenere un basso profilo su quello che anche i politici condividono.

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