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La scrittrice vive in valle di Blenio
Foto Younès Klouche
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20.01.2020 - 06:00

Noëmi Lerch, scrivere dall'alpe

La scrittrice e contadina argoviese, che vive in valle di Blenio, insignita del Premio svizzero di letteratura per il suo terzo romanzo

Scrivere di natura, mondo alpestre e silenzio dalla montagna. Scrivere da ‘dentro’ un paesaggio. Da un’altitudine, dal Sud delle Alpi.

C’è un po’ di Ticino nell’edizione 2020 del Premio svizzero di letteratura assegnato martedì scorso. Tra gli autori a ottenere il prestigioso riconoscimento figura infatti Noëmi Lerch, classe 1987, nata a Baden, canton Argovia, studi in letteratura tedesca a Losanna, che da qualche anno abita ad Aquila, frazione di Blenio, premiata per il suo terzo romanzo, ‘Willkommen im Tal der Tränen’ (Benvenuti nella valle delle lacrime, edito da Verlag die brotsuppe) e che sorride e accondiscende a chi azzarda per lei una semplificata definizione di “ticinese adottiva”. Lei che la montagna l’ha sposata letteralmente, eleggendola a dimora e unendosi in matrimonio con un ticinese attivo all’alpe della Greina e condividendone la professione e la vita contadina.

Prima di parlare del suo ultimo romanzo, come mai ha scelto di vivere in Ticino? «Quando ho finito di studiare, ho fatto l’alpe sulla Greina. Mi è piaciuta così tanto che sono rimasta. Cinque anni fa qui ho conosciuto mio marito. All’inizio facevo invece solo i mesi dell’estate e tornavo». E dove ha imparato l’italiano? «Lavorando qui in Ticino».
Professione scrittrice e contadina. Come si conciliano questi due mondi? In quali momenti della giornata scrive Noëmi Lerch? «Più che giornate lavorative, si tratta piuttosto di stagioni. D’estate lavoro di più all’alpe, mentre d’inverno, quando è un po’ più tranquillo, trovo il tempo per leggere e per scrivere».

Come si svolge la giornata all’alpe? «Mio marito e suo fratello hanno un’azienda con delle vacche e io ho un paio di capre, che non rendono tanto (sorride). Durante l’estate faccio la pastora all’alpe e lavoro al cento per cento con le vacche, produciamo il formaggio sulla Greina, e durante l’inverno presto il mio aiuto, ma non sono tutti i giorni in stalla. Forse il fatto che qui ad Aquila c’è questo ritmo di lavoro abbastanza regolare, le giornate cominciano presto nella stalla, questo fa bene anche alla scrittura, perché ti alzi – loro cominciano alle sei in stalla e io alle sei inizio a scrivere. Questo è un bell’influsso. Io scrivo alla mattina, quando è tranquillo, quando è scuro, quando il mondo è ancora un po’ addormentato: è questo il miglior momento».

‘Ho voluto rompere l’immagine romantica dell’alpe e mostrare che la natura può essere minacciosa’

I suoi temi portanti sembrano essere – se ci riferiamo soprattutto al suo primo romanzo ‘La contadina’ (edizione Gabriele Capelli editore) – la natura, la vita alpestre, la montagna, la quiete. La sua appare una scrittura semplice. E proprio in questa semplicità risiede la sua forza. Che spazia tra un mondo umano, animale, tra i morti e i vivi. Anche nel suo ultimo lavoro queste tematiche sono rimaste intatte? «Sì – dichiara la scrittrice –. «In fondo, c’è una somiglianza nelle tematiche. Quello che tuttavia qui ho provato a fare è stato di rompere un po’ l’immagine romantica dell’alpe, non di rompere apposta, ma di mostrare che la natura che è così onnipresente può anche essere minacciosa, un peso. Se si vive dentro la natura, tre o quattro mesi soltanto in tre persone (tanti sono i personaggi che popolano ‘Benvenuti nella valle delle lacrime’, ndr), è facile magari anche perdere il contatto: queste tre persone all’alpe a un certo punto smettono di lavorare perché sembra che perdono la capacità di parlare. E così si rompe la comunicazione tra di loro. C’è però la natura che comincia a parlare. Il sole, per esempio, comincia a parlare, ottiene un volto, inizia a mostrarsi un po’ pericoloso. Tutte cose che, se uno vive la montagna da turista non si aspetta, perché per lui la natura è solo riposo, un paradiso. Ma lavorarci dentro vuole anche dire avere un’altra forma di rispetto verso la natura».

Un’altra peculiarità nell’ultimo romanzo di Noëmi Lerch si ritrova nella forma: nell’intercalare di ogni pagina appare un disegno. Un connubio di immagini e scrittura, dunque. «Sì, questa forma mi piace tanto, perché è la prima volta che compongo un libro con altri artisti, due ragazze, tra cui mia sorella, Hanin Lerch, e Alexandra Kaufmann. In questo modo non mi sono sentita sola: di solito quando si scrive si è piuttosto da soli. È molto più bello lavorare in tre: si parla insieme, ci si scambiano consigli, ci si sente più forti».

Un altro aspetto che avvicina ulteriormente la sua opera al Ticino risiede nella traduzione dal tedesco all’italiano del suo romanzo di esordio, ‘La contadina’, a opera della ticinese Anna Allenbach. Si affiderà ancora a lei per la traduzione della sua ultima opera pubblicata nel 2019? «Ne abbiamo parlato. Mi farebbe molto piacere se fosse lei a tradurre ‘Willkommen im Tal der Tränen’, ma non è ancora stato deciso. ‘La contadina’, intanto, dopo la traduzione italiana sta per essere tradotto in francese e sarà restituito anche in slovacco».

È sorpresa del riconoscimento del Premio svizzero di letteratura? «Sì, molto. Mi fa molto piacere. Non me lo sarei mai aspettato».

Intanto, Noëmi Lerch si appresta a presentare il nuovo romanzo con prossime letture a Zurigo, Coira e Bienne. È l’autrice stessa a illustrarci la trama: «‘Willkommen im Tal der Tränen’ parla di tre uomini che vanno assieme all’alpe. Il terzo viene da un paese vicino al mare. Parlano poco e sempre meno. La natura diventa a un certo punto, dopo momenti magici, come un po’ un incubo. I protagonisti continuano a perdersi, però la natura diventa come una quarta figura che prende corpo nel gioco fra di loro». Ed è giusto dire che la scrittura gradualmente si scarnifica, dal momento che in alcune pagine appaiono solo poche parole?

«Sì, è esatto. Ho provato in questo modo a dare un impatto visivo al romanzo, per evidenziare che la parola si perde. Avviene una specie di metamorfosi anche attraverso i disegni: gli oggetti della casa si trasformano in cose della natura. E le cose della natura si trasformano in esseri umani, e questi ultimi si trasformano in cose…».

Un’opera per certi aspetti anche ‘multimediale’, che sfrutta e non teme gli spazi bianchi della pagina. «Questo è molto vero, perché il silenzio dice tanto. Ho provato a lavorare tanto con il vuoto e con il silenzio e tutto quanto c’è dentro».
Sta lavorando a una nuova opera? «No, intanto no perché è appena nato il mio primo figlio, che sta per compiere tre mesi. Verrà con me alle letture del romanzo...», sorride l’autrice.

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