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06.09.2019 - 22:360

Quando il Ceo vuol cambiare il mondo

Intervista a Paul Polman, ospite della Franklin University per parlare di sostenibilità e futuro del pianeta

L’ambiente è quello delle grandi convention, di quelle dove bisogna mostrarsi felici ed entusiasti per ogni cosa. Solo che all’incontro che si è tenuto nei giorni scorsi alla Franklin University di Lugano non si è parlato di nuovi prodotti, ma di futuro sostenibile e di etica, con la regola d’oro – “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” – non solo applicata all’economia, ma estesa alle sensibilità ecologiste. Con qualche ingenuità, certo, e probabilmente anche un po’ di opportunismo – quello della sostenibilità è un bel ‘brand’ con cui incrementare le vendite –, ma anche pragmatismo e consapevolezza, come quelli che ha mostrato Paul Polman, ex Ceo di Unilever che ha lasciato la multinazionale per fondare il gruppo Imagine con cui combattere povertà e il riscaldamento globale.

Chi deve essere il protagonista del cambiamento globale: i governi, le aziende, i consumatori?
Dobbiamo innanzitutto chiederci quale cambiamento vogliamo. Einstein lo ha espresso molto bene quando ha definito la follia “fare la stessa cosa più volte aspettandosi risultati diversi”. È chiaro che non si può più andare aventi così: abbiamo importanti sfide davanti a noi: cambiamenti climatici, disuguaglianze di reddito, i limiti delle risorse planetarie. Il nostro modello di crescita non è sostenibile. Non è un caso che questi problemi arrivino in un momento di difficoltà dei governi globali: l’autorità politica non funziona, i governi eletti sembrano essere sempre meno adatti, i Paesi tendono a separarsi tra loro (vedi la Brexit), abbiamo guerre commerciali come quelle tra Cine e Stati Uniti. Sempre più governi guardano troppo al proprio interesse e troppo poco a quello del pianeta.

La politica ha perso il suo ruolo.
Storicamente ci siamo sempre affidati ai governi per risolvere le cose, ma ora che questo sistema si è rotto, ora che la democrazia non funziona più è il resto della società che deve iniziare a fare il proprio lavoro. Penso a movimenti come quello iniziato da Greta Thunberg che stanno spingendo sempre più persone a dire che non possiamo più accettare queste cose, che non possiamo e non vogliamo più respirare aria sporca, non vogliamo più vivere in un mondo dove nei mari c’è più plastica che pesci, o dove milioni di specie si stanno estinguendo dieci volte più rapidamente che in passato.
Il vero cambiamento deve arrivare da tutti noi, lavorando insieme. Le aziende devono essere più responsabili – e abbiamo bisogno delle aziende che hanno risorse, fondi, innovazione – ma chiaramente abbiamo anche bisogno di governi, per stabilire delle regole. E infine abbiamo bisogno dei cittadini, per essere sicuri che tutti siano rappresentati, che il cambiamento vada a vantaggio di tutti e non di pochi.

Lei dice che abbiamo bisogno delle aziende, ma quanto è compatibile tutto questo con il profitto a cui mirano?
La mia filosofia è sempre stata che il mercato deve essere presente per servire la società, non il contrario. È uno fenomeno degli ultimi anni quello del controllo quasi totale da parte degli azionisti, e il fatto che sempre piu soldi vengano spostati in questo campo rende la situazione ancora peggiore.
La gente sta diventando ogni giorno più consapevole dei problemi che incombono su di noi e le aziende se ne accorgono sono sempre di più, adesso bisogna però vedere se queste compagnie stanno anche facendo le cose di cui firmano comunicati stampa.

È il caso di aziende che danno una ‘mano di verde’ alla propria immagine con annunci cui però non fanno seguito i fatti. Come possiamo fidarci?
Viviamo in un mondo dove la fiducia nei governi, negli amministratori delegati, nelle istituzioni è poca, riceviamo promesse che nessuno sembra mantenere, ci troviamo davanti a una crisi di moralità sotto ogni punto di vista.
Possiamo trovare la soluzione nell’educazione e nella creazione di un ambiente dove la moralità stia alla base di pochi principi fondamentali. Dignità e rispetto per tutti, come diritto a un educazione, accesso ad acqua potabile e cibo; equità, perché non siamo tutti uguali ma abbiamo tutti diritto alle stesse opportunità; e sopratutto da parte delle persone in posizioni di potere, essere un po più compassionevoli, essere in grado di mettersi nei panni di chi è meno fortunato. Perché non si può dirigere una compagnia globale se non si sa cosa significhi andare a letto affamati, vivere senza assistenza sanitaria o trovarsi a cento dollari dalla povertà.
La compassione va a braccetto con dignità, rispetto ed equità e sono questi i valori che dobbiamo difendere, ed è così che allo stesso modo proteggeremo anche l’umanità.

È una questione di responsabilità.
Le aziende hanno una grande voce grazie ai milioni di persone che sono in grado di raggiungere nelle diverse parti del mondo ma con quest’estensione viene anche una grande responsabilità. Come disse Viktor E. Frankl: “Quando costruirono la Statua della Libertà sulla costa est degli Stati Uniti si dimenticarono di costruire quella della Responsabilità sulla costa ovest”.
Le persone hanno bisogno di capire che la libertà è strettamente legata alla responsabilità: è qui che la regola d’oro entra in gioco.

Stupisce sentire un appello così accorato alla responsabilità e alla reciprocità da un ex Ceo di una delle più importanti compagnie nel mondo.
Perché un ex Ceo dovrebbe essere differente da un giornalista, da una casalinga, da un dottore? Siamo tutti in primo luogo abitanti dello stesso pianeta! Dovremmo riportare umanità in tutto quello che facciamo. Siamo prima di tutto umani e il fatto che il mio titolo fosse quello di Ceo non significa niente.
Con Unilever abbiamo visto che muovendo la compagnia verso la sostenibilità e il rispetto per l’ambiente siamo più attrattivi come datori di lavoro, le persone sono felici di lavorare per noi. E otteniamo anche un profitto più alto, senza fare alcun tipo di compromesso. Quello che sto cercando di dire è che a poco a poco sempre più Ceo stanno capendo di non cedere subito alle pressioni negative del mercato finanziario, ma di dirigere sin dall’inizio la propria compagnia con l’idea di farlo per la società.

Abbiamo parlato di equità, ma l’attenzione alla sostenibilità non rischia di sfavorire alcuni? Rigidi vincoli ambientali non rischiano, ad esempio, di penalizzare i Paesi poveri e quelli in via di sviluppo?
Vede, i Paesi più poveri hanno contribuito solo per il 3,5% alle emissioni di gas serra, perciò direi che non sono loro quelli a cui dare la colpa. L’impatto ambientale di un gatto in Europa è dieci volte più alta rispetto a quella di una persona in Africa. Le responsabilità sono tutte nostre, e questi Paesi hanno bisogno del nostro aiuto. Però hanno anche la possibilità di svilupparsi nel modo giusto, in modo sostenibile, riorganizzando da capo i trasporti pubblici e le fonti energetiche.
Si tratta di cambiamenti che in passato siamo già riusciti a fare, come con la schiavitù: abbiamo tutti deciso di non usare più schiavi perché sapevamo che non fosse moralmente corretto, non certo perché non ci facesse comodo a livello economico. Le forze morali possono essere molto più forti rispetto a quelle economiche. Nei prossimi vent’anni dovremo aumentare la produzione di cibo quasi del 70 per cento, e già quello che chiediamo adesso è praticamente insostenibile. Se lo spreco di cibo fosse uno Stato, sarebbe il terzo più grande produttore di CO2 dopo Cina e Stati Uniti. E con l’attuale sistema alimentare stiamo portando più di 2,5 miliardi di persone all’obesità, il diabete sta diventando una delle più grandi epidemie mondiali. In questo momento per ogni dollaro che mettiamo nella produzione di cibo ne dobbiamo spenderne 1,70 tra spese sanitarie, cambiamenti climatici e mille altre conseguenze. Come umanità è ridicolo, ma dal punto di vista di una compagnia si tratta probabilmente di una delle piu grandi possibilità di guadagno che si possano incontrare: un investimento di un dollaro può portare a un guadagno quasi del 170 per cento.

Il sistema si è rotto. Abbiamo il tempo per ripararlo?
No, il tempo è finito. Lo abbiamo purtroppo sprecato tutto, rinviando continuamente ogni problema. Se continuiamo a definire il successo come “produrre sempre di più” o alzare il Pil, allora non c’è piu speranza. Basterebbe ridefinire il concetto di qualità di vita: invece di desiderare sempre più cose, pensare a una migliore educazione, all’aria pulita, ad avere relazioni più sincere. Dobbiamo, in poche parole, ridefinire l’aspetto del capitalismo, andare verso un’economia rigenerativa.

Però, come ha detto, è troppo tardi…
Ma è troppo tardi anche per essere pessimisti.

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