Società
25.03.2019 - 21:150
Aggiornamento : 23:18

Troppi turisti? Ecco come il Machu Picchu li 'argina'

Incontro a Lugano con Fernando Astete, il 'guardiano di Machu Picchu'. La sua sfida per un turismo alla portata di natura e cultura, diminuendo i visitatori...

È passato oltre un secolo da quel mattino di luglio del 1911, quando Hiram Bingham risalì fino ai resti di Machu Picchu, rimasti sepolti nella foresta per quattro secoli. Le ipotesi dell’archeologo esploratore, e le altre che sono seguite, si sono però rivelate errate: quella non era la “città perduta” da cui gli Inca pianificarono l’ultima strenua resistenza all’invasione spagnola, né una sorta di residenza estiva dei sovrani. A distanza di un secolo, la “Vetta Antica” nella Cordigliera delle Ande in Perù – fra dimore reali, osservatori astronomici, templi, botteghe e monumentali terrazzamenti ad uso agricolo – conserva buona parte del suo mistero.

Non c’è conservazione, senza ricerca: dobbiamo formare
una generazione, renderla più consapevole della propria memoria

Machu Picchu ha però mutato colore, come spiegato oggi, lunedì, dal suo direttore, Fernando Astete, in una conferenza all’Usi a Lugano. Il cosiddetto “guardiano di Machu Picchu”, che da trent’anni si dedica all’esplorazione, allo studio e alla conservazione dei 37 mila ettari su cui è distribuita quella che è considerata una delle Sette Meraviglie del mondo, era ospite delle cattedre Unesco di Lugano e Genova, rappresentate da Adine Gavazzi, e del Prorettore dell’Usi, Lorenzo Cantoni. Ha mutato colore, Machu Picchu, confrontato con l’afflusso sempre crescente di turisti e minacciatto dagli effetti di un mutamento climatico che si avverte anche ai suoi 2’400 metri sul livello del mare.

Nonostante il suo isolamento, che richiede un lungo viaggio in treno oppure in bus e a piedi lungo la spettacolare quanto faticosa Via degli Inca, all’epoca del turismo di massa Machu Picchu l’anno scorso ha accolto quasi un milione e mezzo di visitatori. Da gennaio 2019, dopo una fase di sperimentazione, sono dunque entrate in vigore le nuove normative per gestire il flusso dei visitatori: biglietti a tempo e massimo 600 ingressi al giorno. I rifiuti, forse un po’ di meno, come ci ha spiegato Astete, continueranno a condurli a valle i treni che si arrampicano fin lassù. Dopotutto, il direttore di un sito archeologico di queste proporzioni e di questa popolarità, deve occuparsi anche di questo.

Il mistero che avvolge Machu Picchu e le meraviglie delle civiltà precolombiane risiede anche nel fatto che esse non hanno prodotto documenti in cui venissero esplicitate le conoscenze scientifiche, i principi e le tecniche che hanno illuminato il loro sguardo. Da anni Astete però studia il complesso di competenze architettoniche, ingegneristiche, idrauliche e astronomiche che hanno portato alla costruzione dei 60 siti che compongono il Santuario Storico di Machu Picchu, con i suoi acquedotti, il suo sistema di costruzione «ecologico» e i suoi sentieri a picco su precipizi di 400 metri.

Proprio una sorta di ritorno alla visione degli Inca ha suggerito la soluzione all’impatto dei turisti, visibile anzitutto nell’erosione di vie e scalini: distribuirli fra i vari siti, comunicanti fra loro, per un’esperienza più completa e sostenibile di Machu Picchu.

Ma quali sono gli altri problemi causati dall’afflusso di visitatori?

«Quello più importante e critico oggi è il biodeterioramento, il proliferare cioè di microorganismi sulla superficie degli insediamenti. I muri, all’epoca dell’arrivo di Bingham, erano chiari, ora sono diventati molto più scuri: l’impatto visivo sui monumenti è notevole. Il movimento dei visitatori trova una soluzione attraverso la posa di griglie per limitare la dispersione di materiali sul suolo, oppure chiudendo alcuni circuiti per evitare il consumo delle superfici».

Avvertite la necessità di una educazione al turismo sostenibile?

«Devo dire che, stando alla nostra esperienza, non ce n’è una grande necessità. La gran parte delle persone che vengono da noi lo fanno con rispetto: sono consapevoli del fatto che si tratta di un patrimonio di tutti. Sanno che Machu Picchu è un luogo unico, in cui la presenza della natura si combina con l’azione dell’uomo, e questo produce un senso di rispetto speciale. Del resto, chi ha letto qualcosa sugli Incas sa che la natura e le montagne erano considerate sacre, qualcosa di vivo».

Come si lavora con i tour operator per sensibilizzarli a questa visione?

«Il Ministero della cultura e quello dell’ambiente organizzano molti corsi per formare le guide che conducono i turisti da noi. Coloro che fanno il cammino Inca, più a contatto con i visitatori e il paesaggio, sono certificati per questo con una formazione speciale. Portiamo poi avanti un grande lavoro di educazione, fin da bambini: tutti siamo nella condizione di curare la nostra casa».

Gli obiettivi per il futuro?

«Le persone che in questi anni mi hanno aiutato, che si sono formate con noi, sanno ciò di cui c’è bisogno: non avranno bisogno di me per andare avanti».

È questo, in fondo, il concetto fondante il lavoro trentennale di Astete: «non c’è conservazione senza ricerca». Ed è anche questo ad aver condotto Adine Gavazzi a Macchu Picchu, dove le cattedre Unesco di Genova e Lugano sono presenti dal 2012. Con quale scopo? «Operare rilievi tecnomorfoligici con cui comprendere meglio il processo costruttivo degli insediamenti e migliorarne le informazioni sulla conservazione, ma soprattutto per formare giovani ricercatori sul posto. Non c’è conservazione, senza ricerca: dobbiamo formare una generazione, renderla più consapevole, in modo che possa difendere la sua memoria materiale e immateriale».

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