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La regista svizzera e quattro delle cinque protagoniste del suo film
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08.03.2019 - 06:100

La donna è il tabù

Intervistiamo Barbara Miller, regista di '#FemalePleasure": cinque donne, cinque storie un’unica condizione

“Siamo ossessionati dalla vagina e dalla sessualità femminile”. “Cosa c’è di così penoso nella sessualità femminile?”. Sono le prime battute del film documentario ‘#FemalePleasure’ e vanno dritte al nocciolo della questione, senza troppi giri di parole. Il documentario, della regista svizzera Barbara Miller, intraprende un viaggio alla scoperta degli ostacoli che ancora oggi, nel XXI, le donne devono affrontare per la liberazione sessuale, in contesti di pregiudizio, denigrazione e discriminazione, diversi fra loro. Il discorso è ben più profondo e, come s’intuisce, non riguarda solo la sfera del sesso, ma la condizione femminile in quanto tale. Presentato alla 70esima edizione del Locarno Film Festival (diverse proiezioni supplementari ne hanno decretato il successo), il film è stato insignito del Premio Zonta alla Settimana della critica. Il 14 marzo, il documentario (distribuito da Filmcoopi Zürich; sottotitolato in italiano) arriva nelle sale ticinesi, fra cui il Lux House di Massagno, che martedì 12 propone un’anteprima pubblica (20.30) alla presenza della regista.

Attraverso il racconto di cinque donne molto diverse e per provenienza e per cultura ed educazione – Deborah Feldman, Leyla Hussein, Rokudenashiko, Doris Wagner e Vithika Yadav –, Miller abborda diversi temi: tabù sessuale, mutilazioni genitali (come l’escissione della clitoride) e i problemi fisici che causano, negazione del corpo, ingerenza religiosa, subalternità, patriarcato, oggettificazione... La questione parte dal corpo femminile: da un lato oggetto di piacere, dall’altro demonizzato. «Le donne non parlano della sessualità apertamente» e spesso sono vittime dell’educazione impartita loro e reiterano pensiero e comportamento maschilisti; stereotipi che normalizzano la condizione subordinata. E il tabù, il silenzio su questi temi è funzionale. Gli spunti di riflessioni sono molteplici. Durante un’interessante chiacchierata con Barbara, ne abbiamo abbordati alcuni, comprendendo che la sessualità delle donne sia una parte del problema. Ve la proponiamo questo 8 marzo.

Che cosa l’ha spinta a realizzare questo film?
Ho viaggiato in molti Paesi e mi sono sempre chiesta quale sia la condizione delle donne nel mondo, in particolare dal punto di vista della sessualità e dell’intimità. Mi sono sempre domandata perché buona parte delle donne non possa scegliere il proprio partner. Così, ho compiuto delle ricerche ed è emerso che, in tutte le religioni, le donne e il loro corpo sono aspetti negativi, portatori di peccato e male nel mondo. Da qui è nata l’idea di avviare una ricerca sull’essere donna con una sessualità.

Per questo motivo ha scelto cinque prospettive con un’educazione religiosa ingerente?
Religione e cultura si mescolano, quando la prima entra a esser parte della legge quotidiana. Le religioni sono state un pretesto per l’indagine, per capire se davvero in tutto il mondo le donne siano confrontate con questa realtà, una sovrastruttura che ha portato all’oppressione della donna, in particolare della sua sessualità, della sua determinazione. Ho scelto cinque donne per dimostrare che non importa il background, la cultura, l’angolo del mondo da cui si proviene... Da migliaia di anni, si sente che nella società le donne valgono meno, con i debiti distinguo.

Da queste cinque narrazioni, dunque, che cosa emerge?
Ho raccontato queste cinque donne da molto vicino, entrando nella loro vita privata, per sentirne le emozioni... Nella diversità di provenienza, l’elemento che salta agli occhi è il sistema patriarcale soffocante. Le mie protagoniste, malgrado abbiano vissuto situazioni difficili, hanno lottato e continuano a farlo: hanno una forza molto positiva, e portano avanti l’idea che parlando apertamente, lottando insieme, spalla a spalla anche con gli uomini, sia possibile cambiare la società.

È difficile però scardinare un’educazione che ha molto radicata la visione della subordinazione della donna... Pure nei Paesi più sensibili alla questione femminile:
Sì, anche da noi è ancora un problema: molte donne tutt’oggi non si chiedono se abbiano diritto di scelta nella sessualità. Anche nella nostra società occidentale, noi donne non siamo educate al diritto e alla scelta di cosa si vuole e si ha bisogno. Siamo educate a essere gentili, brave, belle... per far perdurare l’idea che non valiamo tanto quanto gli uomini. Così nel discorso della sessualità, dove sono ancora gli uomini a esprimere e chiedere i propri bisogni. Quando poi pensiamo alla pornografia mainstream – uno degli strumenti di approccio alla sessualità a disposizione dei più giovani – si vede come questa mentalità improntata all’uomo sia riflessa: l’uomo decide e a volte umilia, mentre la donna si lascia fare e il suo orgasmo non conta. Oggi, i giovani che si confrontano con il sesso in internet non sono confrontati con una sessualità “sana”, quanto piuttosto distorta e scioccante.

I problemi di oggi, quindi, sono i medesimi che da anni riguardano il mondo femminile e che sono rivendicati dai movimenti femministi?
Si crede di vivere nella società moderna, ma se si aprono bene gli occhi, i rapporti fra uomo e donna sono ancora fortemente condizionati da una mentalità maschilista. L’idea che la donna abbia il diritto di scegliere e di decidere, che il corpo sia suo e non degli uomini, è ancora inconcepibile per molti.

Secondo lei, perché le espressioni femministe – artistiche, culturali e politiche – sono in larga parte osteggiate?
In fin dei conti, credo che sia dovuto alla paura degli uomini di perdere il potere. Le donne che si emancipano, prendono coscienza di sé e del proprio corpo, senza sottostare agli stereotipi propinati ma decostruendoli, che non cedono al sentimento di inadeguatezza, fanno paura. Queste donne obbligano gli uomini a confrontarsi con i loro timori, l’insicurezza, le pressioni esercitate da modelli maschili altrettanto radicati, destabilizzando l’equilibrio definito da una parte. Perdere il potere significa quindi questionarsi e mettere in discussione modelli prestabiliti, le proprie debolezze...

A mo’ di chiusa pongo una domanda ancora: secondo lei è eccessivo affermare che sia la donna in quanto tale a essere il tabù?
Sì, è così. Non importa cosa chiediamo, facciamo o esprimiamo: in quanto genere femminile, c’è sempre un moto di minimizzazione, come non facessimo parte della società. Questa situazione è surreale, si deve cambiare, si deve farlo insieme e farlo ora!

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